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    Socrate, la prigione di Atene e le relazioni pubbliche

    Raffaele Paciello
    Raffaele Paciello
    Postato il 10 Gennaio 2017

    Non una rubrica, ma la prima espressione idiomatica fondata sulla lentezza dell’approfondimento: è #AroundPA, a cura di Raffaele Paciello. Un appuntamento settimanale dedicato ad allargare la condivisione dell’area semantica e relazionale fra istituzioni, cittadini, professionisti ed imprese.

    Rubrica editoriale | Commenti (0)



“Quando cerchiamo di arrivare a discutere delle questioni fondamentali, prima o poi ci ritroviamo seduti intorno al letticciuolo di Socrate, nella prigione di Atene.” Con questa famosa espressione, inserita poi nel suo volume dal titolo “Prima lezione sul linguaggio”, Tullio De Mauro provava a trasferirci la dimensione di complessità del linguaggio, rendendo evidente l’impossibilità teorica di parlarne con assoluta completezza. Una impossibilità – secondo De Mauro – che non ci esime dal mettere in campo uno sforzo di indagine e di conoscenza. Anche per questa sua consapevolezza, il Professore aveva fondato il suo percorso di studi non tanto sulla linguistica, quanto sulla filosofia del linguaggio: un approccio abilitante ad un’analisi dei fatti più ampia e radicata nella complementarietà dei saperi etici, estetici e scientifici.

Era ben consapevole il professor De Mauro (e lo andava ripetendo spesso) che il “destino di distruzione del linguaggio è la premessa ad ogni futura distruzione”. E forse proprio per questo aveva dedicato tutta la sua vita ad un mondo, quello del linguaggio, da molti ritenuto incomprensibile ed elitario, ma fondamentale alla tenuta e alle sorti del Paese.

Alla stregua del linguaggio, anche per la Pubblica Amministrazione si ripropone il dilemma di Socrate e della sua prigione. Soprattutto in un contesto come quello italiano, una volta popolato da Santi, navigatori e allenatori ed oggi animato da innovatori, narratori e real-time marketer. Un contesto che, sempre per dare il giusto spazio alla linguistica, potremmo definire come il meraviglioso mondo delle espressioni idiomatiche. Un mondo fatto di slogan prima (erano i tempi della pubblicità) e di hashtag poi. Un mondo dove il cannibalismo dei saperi (reali o presunti), il time-to-market della conoscenza e i percorsi della post-verità hanno prodotto un keynesismo linguistico fatto di un’iperproduzione idiomatica ad elevato indice di consumismo digitale. Così, al pari del mercato dei beni, anche per i servizi e le istituzioni è diventata praticamente continua l’inondazione di espressioni idiomatiche relative alla Pubblica Amministrazione che vengono quotidianamente coniate e diffuse in rete o nella narrazione collettiva. Sono sbarcati così nel nostro linguaggio quotidiano espressioni come trasparenza, foia, storytelling, best-pratice, PA digitale, open-data, codice dell’amministrazione digitale, big data, interoperabilità, city-branding, identità digitale, dematerializzazione, coding, digitalizzazione, spid, bot, cybersecurity, socialPA … e così via!

Il flusso è talmente traboccante da travolgere tanto i lettori quanto, molto spesso, gli autori e le stesse amministrazioni. Un diluvio idiomatico che, se da un lato ha condotto lo stesso professor De Mauro ad pubblicare un aggiornamento del vocabolario di base della lingua italiana proprio pochi giorni prima della sua scomparsa, dall’altro ha finito per ridimensionare e non per allargare l’area di condivisione (semantica e valoriale) fra cittadini e istituzioni. Non possiamo certo sorprenderci, dunque, se nonostante lo sforzo di narrazione di una nuova amministrazione pubblica, il Rapporto “Gli italiani e lo Stato” curato da Demos per Repubblica rilevava proprio qualche giorno fa “una crescente sfiducia degli italiani nei partiti, nelle organizzazioni sindacali ed imprenditoriali ed una crescente insoddisfazione nei servizi pubblici, rivelando al contempo un crescente interesse per le questioni pubbliche e una domanda sempre maggiore di partecipazione disintermediata”. Una sorta di doppio binario per cui gli italiani sembrano nutrire sempre meno fiducia nelle istituzioni, ma allo stesso tempo chiedono di esserne sempre più protagonisti. Un divario che vede alla base una sorta di perfetto fraintendimento reciproco, laddove i cittadini non riescono ad assorbire i neologismi idiomatici della PA e la PA non riesce a comprendere se e quanto la domanda dei cittadini sia di partecipazione consapevole o di mero voyerismo e affermazione del proprio ego digitale.

Sulla scorta della responsabilità etica e professionale che il professor De Mauro lascia ad ogni professionista della comunicazione e delle relazioni pubbliche, da oggi apriamo #AroundPA: quella che ci piace definire non una rubrica, ma la prima espressione idiomatica fondata sulla lentezza dell’approfondimento.

Uno spazio che prova a non cadere nel paradosso della prigione di Socrate, senza mai tralasciare la necessità di mettere in campo quello sforzo di indagine e conoscenza di cui, oggi più che mai, si avverte il bisogno per allargare la condivisione dell’area semantica e relazionale fra istituzioni, cittadini, professionisti ed imprese, che non può essere più lasciata in balìa del consumismo idiomatico e digitale.

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