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Con-comunicare: il futuro delle professioni della comunicazione

27/11/2015

Da Roma la proposta di una cabina di regia interassociativa sulla comunicazione emersa dal convegno promosso dal Centro di Documentazione Giornalistica in collaborazione con l’associazione “Il Chiostro”.

 

Il futuro del mercato e delle professioni della comunicazione passa per la capacità di fare sistema partendo dalle diverse associazioni che le rappresentano. E’ finita l’epoca della frammentazione delle competenze e delle associazioni. Siamo entrati nell’era della con-comunicazione, dove o si cammina insieme o non si va da nessuna parte, per dirla con il titolo del convegno che si è tenuto presso l’Università La Sapienza martedì 24 novembre, e uscita del cilindro di Enrico Cogno e Marcella Cardini, organizzato in occasione di RP Contact, la nuova pubblicazione de l’Agenda del Giornalista dedicata al mondo delle Relazioni pubbliche.

 

L’evento promosso dal Centro di Documentazione Giornalistica, in collaborazione con l’associazione “Il Chiostro” ha visto attorno allo stesso tavolo professionisti delle diverse discipline della comunicazione appartenenti alle associazioni professionali. “E’ difficile rappresentare il mondo della comunicazione che è variegato ed in continua evoluzione”, ha affermato Mario Morcellini, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale de La Sapienza, nell’intervento introduttivo. “Con il web e il digitale, peraltro, le discipline sono cresciute esponenzialmente. Per capire di cosa parliamo bisogna guardare ai numeri. I corsi di comunicazione si sono sensibilmente ridotti per effetto della Legge Gelmini. Il lato positivo è che sono scomparsi tutti quei corsi di laurea che di comunicazione avevano poco o niente nati più per ragioni politiche e organizzative che altro. La domanda degli studenti è stabile nelle grandi città, un indicatore fondamentale espressione del mercato. E la qualità non manca”.

 

“La riconoscibilità è il primo e più importante nodo delle professioni della comunicazione”, ha sostenuto Marcella Cardini, del Centro di Documentazione Giornalistica commentando lo scenario emerso dal redazione di Rp-contact – “perché la frammentazione ha procurato un grande caos che non favorisce lo sviluppo delle professioni e del mercato. E’ urgente un percorso comune”. A lei ha fatto eco Giuseppe Mazzei del Chiostro “In questo periodo storico è opportuno non perdersi per strada, se da un lato è importante l’autonomia di ogni singola associazione professionale dall’altro bisogna lavorare insieme, presentarsi uniti alle istituzioni e al mercato e soprattutto costruire un dialogo più stretto con il mondo accademico”.

 

I numeri sono, dunque, importanti anche e soprattutto nella rappresentatività però è ancor più importante avere chiaro chi è il comunicatore e cosa fa. Toni Muzi Falconi decano dei relatori pubblici italiani ha portato un contributo determinante al dibattito. “Non è importante quanti siamo ma quello che facciamo e come lo facciamo!” - ha affermato – “i comunicatori, sono coloro che per più del 50% del tempo fanno comunicazione e da questa attività ricavano più del 50% del reddito, cioè lavorano alla costruzione e successivamente al governo di relazioni con pubblici influenti per le attività dei propri clienti o della propria azienda. Questo convegno ha il merito di accendere i riflettori su due aspetti fondamentali per la professione: la “comunicazione con”, esplicitata sin dal titolo (evidentemente anche tra le associazioni della comunicazione) e la creazione di sistemi di relazioni”. Poi Muzi Falconi ha spostato l’attenzione sulla vera priorità del dialogo tra le associazioni professionali: la visione internazionale, dal momento che la comunicazione opera sullo scenario globale e la differenza tra competenze e abilità, su cui c’è ancora molta confusione. “Per essere competitivi nel mercato globale sono necessarie nuove competenze e abilità. Molto interessante, a questo proprosito, il lavoro che sta facendo la Global Alliance attraverso il progetto GBOK, Global Body of Knowledge Project (GBOK). Una cosa è parlare di competenze, un’altra di abilità. Tra le associazioni, per parlarsi, bisognerebbe intanto ragionare su questo aspetto. Si potrebbe partire dalla definizione UNI a cui aggiungere l’attività di creazione e governo dei sistemi di relazione. Per la comunicazione pubblica un buon modello potrebbe essere il manuale pubblicato di recente dal governo inglese. La mia proposta è di creare uno spazio comune online dove iniziare a condividere il corpo di conoscenze”.

 

Sfida raccolta da Pier Carlo Sommo, Segretario Generale dell’Associazione della Comunicazione pubblica che, con un gesto epocale per il dialogo con le associazioni, ha sposato la tesi di Muzi Falconi, rompendo la tradizione che ha visto per oltre un decennio Ferpi e Compubblica contrapposte. “Concordo con Toni Muzi Falconi, bisognerebbe tutti insieme definire bene e una volta per tutte il rapporto con i giornalisti e la loro associazione sindacale. Se la Legge 150/2000 è rimasta fondamentalmente inattuata dobbiamo soprattutto al ruolo ingombrante avuto dai giornalisti e dalla FNSI – ha affermato Sommo – per quanto ci riguarda, invece, come professioni della comunicazione, che operano ne pubblico e nel privato, abbiamo un problema politico: la politica non ha, infatti, ancora consapevolezza del ruolo e dell’importanza della comunicazione, quale elemento strategico e di governance e non solo strumentale. Dobbiamo avviare una grande azione di lobby, è da qui che deve partire l’azione comune”.

 

E proprio sull’azione di lobbying congiunta promossa dalle diverse associazioni professionali ha parlato Giancarlo Panico, delegato editoria e informazione di Ferpi nonché editor in chief del sito Ferpi.it. “Siamo ad un punto di non ritorno. O si cambia strada o non si andrà da nessuna parte. La nuova sfida viene da un cambio di paradigma epocale: quelli che una volta erano i destinatari della comunicazione, i pubblici, oggi ne sono diventati i protagonisti. Le organizzazioni per loro natura sono comunicative e non possono più fare a meno di risorse specializzate. Siamo di fronte ad un bivio. Il mercato dei prossimi anni sarà delle professioni della comunicazione, sempre più necessarie. Bisogna, però, educare e formare il mercato così come i principali stakeholder. Attraverso alcune azioni da sviluppare insieme. Partendo dalla necessità di un linguaggio condiviso. La comunicazione nel nostro Paese, infatti, ha un problema terminologico. Comunicazione istituzionale non ha lo stesso significato per tutti i comunicatori, così “lobby” è usata con un accezione diversa da giornalisti e comunicatori. Ma sono solo due casi tra i più eclatanti. L’altro aspetto fondamentale è il corpo di conoscenze. A tutto oggi, nel 2015, non c’è un corpo di conoscenze condiviso tra tutte le professioni della comunicazione, eppure i fondamenti sono gli stessi. Ciò si ripercuote anche sui percorsi di laurea. I bienni sono diversi sia per materie insegnate che per contenuti dei corsi. Senza parlare della letteratura. Infine l’approccio scientifico: la comunicazione in Italia è nata e ancora oggi è collegata alle materie umanistiche, mentre dovrebbe essere considerata una materia economica. Manco a dirlo la comunicazione è il driver principale della globalizzazione, dell’economia e oggi della governance delle organizzazioni. Ultimo aspetto da affrontare una volta per tutte dovrebbe essere il rapporto con i giornalisti, che si arrogano il diritto di essere comunicatori e magari esercitano (con pessimi risultati) entrambe le professioni contemporaneamente, in alcuni casi in palese conflitto di interessi”. Panico era partito da “Expo 2015” affermando che è stata una grande “lezione di comunicazione”  per tutto il sistema Paese e per i comunicatori.

 

Al suo intervento è seguito quello di Antonio Ferro, in rappresentanza di Assorel. “Ancora oggi abbiamo un problema di formazione del mercato e di educazione dei nostri interlocutori” ha affermato il noto consulente. “Dobbiamo lavorare tutti insieme a far capire al sistema paese il ruolo della comunicazione”.

 

Sulla stessa linea anche Erica Lo Buglio di Unicom e Maurizio Incletolli, Presidente Ascai che hanno sostenuto la necessità di lavorare coesi, pur nel rispetto delle individualità, su linguaggio, mercato e cultura della comunicazione e della professione. E’ stato Renato Vichi, Direttore comunicazione di Unicredit a chiudere il workshop. “E’ ora di cambiare pagina” – ha affermato – “Innanzitutto perché è cambiato lo scenario su cui si proietta la nostra attività professionale. Quando arrivai in Unicredit, nel 2009, portai l’azienda ad investire subito sul digitale. Una scelta che ci ha premiati, ma che allora fu considerata azzardata. Oggi l’80% della nostra comunicazione è digitale. La comunicazione è un aspetto economico della governance mentre invece, la si vuole far passare ancora come una professione romantica. Sui tavoli degli Amministratori Delegati piovono quotidianamente report e attività di monitoraggio sulla reputation, sull’awareness e analisi dei media. Tutti importanti, ma il nostro lavoro è fatto di risultati. Le relazioni con i pubblici sono e devono essere sempre di più misurabili”.

 

A Enrico Cogno il compito di sintetizzare i risultati della tavola rotonda. “La parola chiave emersa da questo dibattito è coesione. Solo stando insieme le professioni della comunicazione avranno un futuro certo. Accogliamo la proposta di Toni Muzi Falconi di creare uno spazio online dove far convergere corpo di conoscenze, bibliografia e lavori di ricerca, ma anche documenti. La nostra forza è nella capacità di dialogo tra comunicatori di settori diversi, innanzitutto, e ovviamente tra le associazioni. Pur nella diversità che caratterizza le associazioni bisogna trovare un momento di sintesi che diventi punto di forza”.

 

 

 
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