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Club Privè e Rp

Cosa hanno in comune le agenzie di escort e le agenzie di relazioni pubbliche? E’ presto detto: il codice di attività attribuito dalle Camere di Commercio. Le strane sorprese che la legge riserva alla nostra professione…

29/01/2009, Notizie Ferpi, 5 Commenti

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Agenzie di escort e agenzie di relazioni pubbliche: poco importa se le prime reclutano accondiscendenti accompagnatrici e le seconde forniscono servizi di consulenza nella comunicazione. Per entrambe è richiesta una licenza della Questura competente, sacrosanta nel caso delle agenzie di escort naturalmente.

Su Yahoo Answers , guarda caso nella versione brasiliana, due connazionali con gli emblematici nickname di “Il Toscano” e “Bellabim…” si scambiano consigli per aprire un’agenzia di escort e inconsapevolmente forniscono una risposta anche a me: “Non ci sono molti modi per restare nel legale – scrive ‘Il Toscano’ – se non solo sotto il profilo fiscale in quanto puoi trovare la soluzione sia come agenzia di affari, nello specifico pubblicità e pubbliche relazioni, chiedendone l’autorizzazione in questura oppure in altre forme che il tuo commercialista ti indichirà.”

Il cerchio si chiude e qui inizia la mia storia. Qualche giorno fa la Camera di Commercio di Milano ha bloccato la richiesta di inizio attività per la mia neocostituita società di relazioni pubbliche perché agli atti manca l’assenso del Questore.

Decido di approfondire la cosa e scopro che l’obbligo di rilascio della licenza risale nientemeno che al Regio Decreto 773 del 1931, in pratica il testo unico sulla pubblica sicurezza dell’era fascista. Nel “Codice Rocco” non si parla naturalmente di agenzie di relazioni pubbliche, ma di “agenzie di affari” quali ad esempio le agenzie “di prestiti su pegno” , “l’esercizio del mestiere di sensale o di intromettitore” o ancora “agenzie per la raccolta di informazioni a scopo di divulgazione mediante bollettini od altri simili mezzi”.
Quest’ultima categoria potrebbe forse ricondurre vagamente all’attività di relazioni pubbliche ma fortunatamente con l’avvento della democrazia per stampare un bollettino basta registrare la testata presso il Tribunale, cosa molto diversa dal chiedere una licenza o un’autorizzazione che implicherebbe una forma di censura che poco si addice a una Repubblica.

Nel corso dei decenni la normativa si aggiorna, come è giusto che sia, ma non per tutti. E, come chiarisce una nota all’articolo del Codice Rocco, nel 1998 (con il decreto legge 112/1998, art. 163) il legislatore snellisce le procedure e decide che “il rilascio delle licenze concernenti le agenzie d’affari è ora di competenza dei comuni , eccezion fatta per i casi di attività di recupero crediti, pubblici incanti, agenzie matrimoniali e di pubbliche relazioni”. L’accostamento di agenzie matrimoniali e di pubbliche relazioni è emblematico e ci porta all’equivoco di oggi.

Prima di fare questa ricerca ho voluto anche sentire le associazioni di categoria, ma confesso di aver ricevuto risposte molto pragmatiche. La segreteria di Assorel mi ha confermato che alcuni associati hanno richiesto la famigerata licenza, la segreteria di Ferpi mi ha detto di essere al corrente che alcuni associati avevano chiesto il cambio del codice di attività.

Sono certo che basterà chiarire alla Camera di Commercio quale sia la mia professione per risolvere il problema, ma al di là del pragmatismo, in via di principio rifiuto l’idea che la professione che esercito ormai da dieci anni possa essere anche lontanamente assimilata ad attività come il reclutamento di escort o a un’agenzia matrimoniale.

Con inconsapevole lungimiranza ho battezzato la mia agenzia con il nome “Haiku RP” e non “Haiku PR”, perché ho sempre pensato che fosse più corretto e oggi forse questo mi salverà dalla burocrazia.
Insomma, una cosa sono le pubbliche relazioni e un’altra le relazioni pubbliche.

Domenico Avolio
Haiku RP, Milano (domenico.avolio@haikurp.it)

5 Commenti

marcantonio il 22/01/2009 :

Sono stato per tre anni (2000-2003) presidente della Ferpi e, da allora, ho come dire continuato ad occuparmene…
e mai, dico mai (qualcuno sostiene che la mia memoria ormai vacilla…) alcun direttore o persona di Ferpi mi ha detto quanto evidentemente deve essere successo almeno qualche volta.

Forse avranno voluto, per simpatia verso la mia condizione cardiaca, evitare un picco di circolazione del sangue….

Quanto il collega Avolio riferisce è incredibile e richiede, secondo me, una ferma presa di posizione e azione (non basta indignarsi…per salvarsi l’anima… ma bisogna agire subito).

La minaccia è che farò, non come Dominici (troppo facile), non mi incatenerò davanti alla Ferpi con un cartello…
ma se al prossimo consiglio nazionale qualcuno non si presenta con una analisi, una prognosi e un piano di azione…
tmf

laura411 il 22/01/2009 :

Penso che quanto denunciato da Avolio non sia solo un limite formale ma nasconda, ancora oggi, un problema culturale. E questo nonostante la crescita del settore delle relazioni pubbliche registratasi negli ultimi anni, grazie al lavoro della FERPI e dei tanti colleghi impegnati quotidianamente su questo fronte (oserei perfino dire impegnati a difendere la reputazione della professione), al fiorire di corsi universitari e master dedicati.
Forse c’è ancora da lavorare almeno su due fronti: il primo, tentare di dare una definizione di relazioni pubbliche più concreta e comprensibile anche verso coloro che sono estranei alla professione; il secondo, conseguenza del primo, portare sempre più la cultura delle relazioni pubbliche al di fuori della nostra “tribù”. Laura

marcantonio il 23/01/2009 :

Cara Laura, per una volta non condivido.
Non si tratta di un ‘problema culturale’:
la definizione condivisa a livello mondiale delle relazioni pubbliche è ormai un dato certo ed è sicuramente comprensibile a coloro che sono estranei alla professione (meno a quelli che invece ne fanno parte…): sono quelle attività consapevoli e programmate con le quali le organizzazioni (pubbliche, private e sociali) creano, sviluppano e consolidano relazioni con i rispettivi pubblici influenti al fine di determinare e raggiungere con maggiore efficacia (in termini di costi/benfici) gli obiettivi perseguiti creando valore aggiunto anche per quei pubblici oltre che per le organizzazioni.

Il caso di cui parla Avolio non richiede tanto una operazione culturale esterna, quanto una determinazione da parte di chi (come le associazioni professionali) richiede una quota annuale di associazione e non tutela la dignità professionale dei suoi associati.

Naturalmente, dicendo questo mi tiro la zappa sui piedi poichè di certo la vicenda specifica non risale a ieri ma esiste già da diversi anni.

Non lo sapevo, ma adesso che l’ho saputo non posso accettare che la cosa venga rimossa nel benaltrismo culturale. Occorre agire e subito.

marcantonio il 24/01/2009 :

ho ricevuto questa da una collega:

condivido appieno quanto Lei ha lamentato: sono stata iscritta per anni a FERPI come socia professionista, ho speso per lungo tempo denaro per un’iscrizione ad una Federazione che – oltre alle gravi carenze lamentate dal collega Avolio -, non é stata neppure in grado (almeno sino a pochi mesi fa e, comunque, nel Terzo Millennio) di elaborare un Tariffario. Non parliamo, poi, del riconoscimento come Ordine, dal quale siamo lontani anni luce!

Per poter entrare in possesso di un Tariffario Professionale (di cui FERPI non dispone), ho dovuto richiederlo in Germania, dove la GPRA (Gesellschaft Public Relations Agenturen – Società Agenzie Pubbliche Relazioni) l’ha elaborato e lo mette a disposizione, sempre aggiornato.

Da qui, la mia decisione di eliminare la spesa inutile dell’iscrizione annuale a FERPI, che – oltre ad organizzare seminari -, non é stata in grado neppure di mettermi a disposizione un Tariffario, come l’ho ricevuto, invece, dall’estero.

Credo basti guardare oltre confine ed allargare gli orizzonti.

e le ho risposto quanto segue:

grazie per la Sua nota.
Mi spiace ma non condivido le Sue posizioni e mi spiego.
Il tariffario una volta esisteva ma è stato abolito quando l’Autorità Antitrust ha ordinato all’Assorel (mando copia al presidente Garbagnati per una conferma) di rinunciare al proprio tariffario per ragioni di libertà di concorrenza.

Il fatto che l’ordine dei giornalisti mantenga ancora vivo il proprio tariffario del suo gruppo ufficio stampa è per me un mistero e, al tempo stesso, un’altra ragione per non condividere la Sua seconda aspirazione ad un ordine.

Intendiamoci, a differenza di mie posizioni passate che sono sempre state ostili all’idea del i relatori pubblici rivendicassero un’ordine, ritengo oggi essenziale, e non solo in Italia, che la professione delle relazioni pubbliche sia non solo riconosciuta ma anche, e soprattutto, attentamente regolata.

Ma, attenzione, riconoscimento e regolazione non vanno ispirati, come è il caso degli ordini italiani (giornalisti compresi), dalla protezione degli interessi dei relatori pubblici, ma nell’interesse pubblico e generale.
In tutta la catena della formazione delle opinioni dei pubblici, l’anello delle relazioni pubbliche (pari all’82% del totale, secondo la più recente ricerca degli economisti della università di cardiff) è l’unico anello strutturalmente opaco.

Con il ruolo che la nostra professione ha raggiunto oggi nella formazione delle opinioni, questo non è più tollerabile e dovrebbe essere compito prioritario delle associazioni professionali muoversi, nell’interesse degli stakeholder dei loro associati, per assicurare che almeno la decisione pubblica assicuri ai cittadini l’obbligo del rispetto di alcune regole elementari di trasparenza, tempestività, completezza e parità di accesso.

toni muzi falconi

fabio734 il 29/01/2009 :

credo che toni abbia toccato un argomento che qualunque associazione professionale dovrebbe inserire in cima all’agenda associativa: il valore aggiunto (percepito… quindi auspicabilmente e preventivamente indagato e interpretato) derivante dall’essere associato. troppo spesso ci siamo nascosti dietro l’ovvio beneficio di una costruzione di un network relazionale (che c’è, indubbiamente). ma l’associarsi significa primariamente essere riconosciuti e tutelati per quello che si fa. per evitare di essere abbreviati come Puttane&Ruffiani (ricordate?) o (come ho sentito recentemente) Puttane Riciclate… o ancora, vista la vicenda riportata da toni e in una accezione più da pari opportunità, Puttani Registrati.