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Come cambiano i processi comunicativi

I dati di uno studio americano sul mercato del lavoro, i fatti recenti delle vita politica italiana, i nuovi episodi di una serie tv Usa sulle Rp sono gli spunti utilizzati da Toni Muzi Falconi per una riflessione su come sta cambiando il rapporto tra comunicazione e informazione.

06/08/2010, Notizie Ferpi, 2 Commenti

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La CSR in Usa

Bob Herbert del New York Times il 31 Luglio ha pubblicato un articolo con le agghiaccianti analisi del Prof. Andrew Sum, direttore del centro studi sul mercato del lavoro della Northeastern Univeristy di Boston. Agghiaccianti! La recessione ha prodotto nel management delle imprese americane un dimagrimento straordinario di posti di lavoro non giustificato dalle dinamiche dei loro bilanci. Fra il 2007 e il 2009 la produzione è caduta del 2.5%, mentre i costi del lavoro delle imprese sono stati tagliati del 6%. Tra la fine del quarto trimestre del 2008 e il primo trimestre del 2010 i profitti delle imprese sono cresciuti di 572 miliardi di dollari, ma nello stesso periodo i costi del lavoro sono scesi di 122 miliardi. Una vera e propria carneficina.

Per valutare la situazione ho chiesto ai miei studenti della New York University di digitalizzare e analizzare velocemente un centinaio di bilancio di sostenibilità riferiti al 2009 per vedere se qualcuno ha anche solo accennato alla questione. Immagino, ma ormai non sono più certo di nulla, che in Italia qualcosa del genere non possa prodursi (naturalmente, succede anche di peggio…).

Wikileaks e legge bavaglio

Avevamo già dato spazio tempo fa a Julian Assange su questo sito, curioso personaggio in questi giorni al centro dell’interesse mondiale per lo scoop straordinario del suo wikileaks che ha pubblicato decine di migliaia di documenti segreti sulla guerra in Afghanistan. Come mi scrive l’amico Giampaolo Azzoni: “perdita di controllo, accessibilità, trasparenza radicale,… quando dicevamo queste cose, si era troppo timidi: la realtà’ ha superato ogni previsione!”.

L’altra sera ho avuto una lunga discussione con i miei studenti nella quale ho parlato loro anche della nostra “legge bavaglio” sulle intercettazioni e della più recente propensione del Premier a ritirarla: successo straordinario della grass root lobby – fisica e digitale – nel nostro Paese. Caso che una mia brava studentessa della Lumsa sta seguendo per la sua tesi di laurea: non vedo l’ora di leggerla.

Certo, il quotidiano La Repubblica e molti altri media hanno coraggiosamente avviato prima, e sostenuto poi, la lobby, ma il calo di consensi popolari per l’iniziativa (unico indicatore per il nostro, si fa per dire, decisore… ha consigliato il ritorno alla vecchia querelle del ‘processo breve’ e il rinvio di tutta la discussione a settembre (al governo prossimo venturo, comunque sia).

Mad Men ci spiega le relazioni pubbliche

Sicuramente molti di voi sono a conoscenza e appassionati della serie televisiva Mad Men (in Italia trasmessa da Sky). Qualche giorno fa è andata in onda la prima puntata della nuova serie dal titolo “Relazioni Pubbliche” (episodio 401) che potete seguire qui.

Impressionante, ma non sorprendente, la percezione dei pubblicitari della nostra professione: una controproducente intervista con Advertising Age viene ‘lavata’ da una seconda intervista al Wall Street Journal, in piena contraddizione con la regola che invita a non cambiare canale.

Se non bastasse, nella puntata è inserita anche una squallida azione pagata a due anziane donne litigiose perché facciano casino alla presentazione pubblica di un nuovo prodotto alimentare per attirare l’attenzione della stampa. Ovviamente della cosa erano all’oscuro il capo dell’agenzia e tanto più il cliente.

Quando le due protagoniste vengono arrestate, tocca all’account interrompere di notte una seduta di sesso mercenario del capo agenzia per svelare l’incidente e farsi pagare i soldi per il rimborso della cauzione delle due e pagarle in cambio del silenzio.

Mah!… e poi qualcuno dice che gli Stockholm Accords non sono necessari perché non ne abbiamo bisogno.

Relazioni Pubbliche e Giornalismo: è tempo di una seconda analisi quantitativa?

Da lontano seguo con distacco, ma non senza depressione, le vicende della cosiddetta P3 e le dinamiche e livelli culturali dello scontro in atto nella maggioranza. Mi chiedo se la scelta dell’opposizione di tenersi in disparte non sia il modo più responsabile per potere comunque assicurare alla vicenda una via di uscita di relativa continuità. Se questo però fosse l’obiettivo, mi chiedo anche se l’Italia abbia bisogno oggi di una, sia pur relativa, continuità.

Mai i processi comunicativi nel nostro Paese sono stati così oscuri. Proprio perché parlano tutti e, al di là della Fiorenza Sarzanini, pochi si provano ad interpretare, si fa fatica a capire cosa succede. Credo sia matura anche per noi una ricerca come quella che fece nel 2008 in Inghilterra la Cardiff University da cui si desunse che l’82% delle informazioni pubblicate dalla migliore stampa britannica hanno come fonte le relazioni pubbliche. I ricercatori inglesi, anziché stupirsi, sostengono invece che il vero problema sta nel mutamento intervenuto nella professione del giornalismo che non ha più tempo né stimoli per verificare le informazioni che poi pubblica. Da journalism a churnalism.

Anche la ricerca che avevo fatto con Chiara Valentini nello stesso periodo in Italia (Lo specchio infranto, Luca Sossella Editore, 2007/8, ndr) che aveva messo a confronto relatori pubblici e giornalisti per meglio capire percezioni reciproche sulla professione dell’altro, ci aveva permesso di capire che, mentre negli altri Paesi la conflittualità fra le due professione era percepibile, in Italia questa emergeva di meno o per nulla. Perché?

Avevo avanzato due ipotesi: le due professioni erano in effetti mature e consapevoli l’una dell’altra o che il giornalismo era asservito alle relazioni pubbliche al punto da non far emergere la conflittualità. Penso che la seconda sia quella giusta e non sarebbe una cattiva idea testare la metodologia di Cardiff per dimostrarlo.

Che ne pensate?

2 Commenti

Andrea Carobene il 06/08/2010 :

Interessante la tua proposta Tony su una ricerca quantitativa sulle fonti della stampa in Italia per comprendere il rapporto tra giornalismo e mondo delle relazioni pubbliche. Credo che ci sia bisogno di una ricerca simile anche perché ritengo che negli ultimi anni questo rapporto si sia modificato profondamente.
In questi giorni mi sono imbattuto in due interventi sul mondo del giornalismo che secondo me danno alcune suggestioni interessanti.
Il primo è un intervento del giornalista scientifico (e docente a Yale) Carl Zimmer, pubblicato sul numero di giugno di “Education and Outreach”, che racconta il buco clamoroso preso dai media di tutto il mondo a maggio del 2009 sul fossile “Darwinius masilae”. I resti di quel primate – chiamato Ida – vennero presentati come “il santo graal della paleontologia”, l’anello di congiunzione tra le scimmie e l’uomo, come la scoperta che avrebbe fatto comprendere definitivamente la storia evolutiva della nostra specie… e questo anche per un errore di valutazione di alcuni articoli apparsi su Internet che entrarono nel circuito mediatico. In quella circostanza la Rete agì come cassa di risonanza di un “caso” che si rivelò quasi inesistente dimostrando la dipendenza della stampa dal web.
L’altra suggestione viene dall’articolo di Alexandre Cayla-Irigoyen ed Esma Aïmeur “Deep Distributed News: Ontologies to the Rescue of Journalism” (in Advances in Artificial Intelligence). I due autori sostengono che la soluzione all’overdose di informazione tipica del nostro tempo risiede nel web semantico, ossia nella possibilità di creare strumenti capaci di etichettare il contenuto dei dati e delle notizie per favorirne la classificazione, selezionandole così sulla base degli interessi dell’interlocutore. Quindi: non è più solamente l’autorevolezza della fonte il criterio di selezione delle informazioni, ma anche la loro corretta etichettatura.
Sarebbe interessante riuscire a comprendere come i giornalisti, ma anche i lettori e i navigatori, si difendono dall’information overload: la sovrabbondanza di notizie che il web ha contribuito a creare. In che modo i giornalisti selezionano le notizie di interesse? Come si proteggono dall’eccesso di stimoli?
E, di converso, come è possibile fornire le notizie (anche su Internet) in modo che raggiungano con precisione gli interlocutori davvero interessati?

toni muzi falconi il 07/08/2010 :

Molto utile e interessante il tuo commento.

A proposito di come difendersi dall’information overload segnalo una ricerca molto interessante, dedicata al tema riferito allo specifico dei relatori pubblici, presentata l’anno scorso a un convegno dell’IABC tenutosi a Lugano e finanziata dalla stessa fondazione IABC.

La ricerca, di Martin Eppler dell’Università di Lugano e di Jeanne Menghis dell’Università di Warwick, è la sola che io conosca che affronta la questione con una analisi seria.

Dalla pagina dei commenti non mi è possibile caricarla qui, ma intanto metto un paio di note che avevo scritto a suo tempo su prconversations
http://www.prconversations.com/index.php/2009/07/information-overload-a-public-relator%e2%80%99s-risk-but-also-an-opportunity/
e
http://www.prconversations.com/index.php/2009/02/report-from-lugano-iabc-and-frascati-cittadinanzattiva-the-underwear-and-the-genericity-of-public-relations/

Se chi è interessato a vedere i power point me la chiede a tonimuzi@tin.it gliela mando volentieri.