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Comunicatori, rotta sulle pmi

Il patto di fiducia tra imprese e clienti è una delle chiavi per uscire dalla crisi. Lo ha affermato Gianluca Comin in un’intervista con Italia Oggi, in cui prospetta anche che il futuro della professione possa essere nelle piccole e medie imprese e nelle istituzioni.

15/03/2010, Notizie Ferpi, 22 Commenti

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di Irene Greguoli Venini

È il patto di fiducia che le aziende sapranno stabilire con i clienti e con gli stakeholder una delle chiavi per uscire dalla crisi, ammesso però che le imprese riescano a valorizzare, attraverso il lavoro dei professionisti della comunicazione e delle relazioni pubbliche, la propria reputazione, con un’attenzione particolare alla trasparenza e alla responsabilità sociale.

A dirlo è Gianluca Comin, presidente di Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana) nonché direttore delle relazioni esterne di Enel, che però sottolinea anche che, se quello del comunicatore è un ruolo che ha assunto una valenza sempre più strategica nelle grandi aziende, «le piccole medie imprese e le istituzioni non hanno capito ancora appieno il valore della comunicazione». Saranno quindi questi gli ambiti in cui «la crescita di questa professione può essere importante nei prossimi anni».

Rispetto al passato infatti «è cambiato il contesto; la società è molto più dinamica, il cittadino ha la capacità di fare informazione autonomamente, grazie al web, e le aziende hanno sempre più bisogno di conoscere questa realtà e di accompagnare la strategia industriale verso i clienti e gli stakeholder»-, spiega il presidente di Ferpi. «Ciò ha portato a una valorizzazione di chi fa relazioni pubbliche e comunicazione nelle aziende attraverso una maggior istituzionalizzazione del ruolo, che sempre più spesso riporta direttamente al ceo, e attraverso la partecipazione dei comunicatori ai luoghi in cui si decidono le strategie industriali. E questa è una vera conquista; fino a pochi anni fa, le rp venivano usate solo nelle situazioni di emergenza, oggi invece stanno prendendo piede approcci che riescono a individuare le criticità su cui lavorare prima».

Infatti, secondo i dati di Euprera, l’associazione europea di accademici, ricercatori e studiosi di relazioni pubbliche, la presenza di una direzione comunicazione all’interno delle aziende è passata dal 10% nel 1994 al 55% nel 2004 per poi raggiungere il 78% nel 2008.

«Una delle chiavi per uscire dalla crisi è stabilire un patto di fiducia con i consumatori e gli stakeholder, valorizzando la reputazione dell’azienda e lavorando sulla trasparenza e sulla responsabilità sociale», continua Comin, secondo cui il destino della comunicazione d’impresa sarà determinato dalla «capacità di utilizzare il maggior numero di meccanismi disponibili in maniera integrata». Il web soprattutto giocherà un ruolo chiave nel futuro delle rp, «perché è una grande opportunità per le organizzazioni di parlare con i cittadini. La rete infatti offre la possibilità di sfruttare le comunità in modo da aumentare la reputazione delle imprese».

Perché però la professione continui a svilupparsi bisognerà affrontare con un maggiore sforzo «il tema della misurazione dei risultati. Sebbene nelle grandi imprese siano utilizzati una serie di strumenti che consentono di definire gli indicatori con cui misurare, non è una pratica diffusissima, Si tratta di un aspetto da sviluppare perché riuscire a misurare i risultati significa affermare una professione, prima vissuta più come pratica che come mestiere».

Ecco perché Ferpi, che compie nel 2010 il suo quarantesimo compleanno, si sta impegnando per «aprire un dibattito nel paese sul ruolo del comunicatore d’impresa nella creazione di valore e di trasparenza. A questo dedicheremo una serie di incontri, cercando di essere presenti a vari festival, tra cui quello del giornalismo, dell’economia, della scienza e della letteratura», conclude Comin.

Tratto da Italia Oggi

22 Commenti

natalino il 12/03/2010 :

le problematiche delle PMI in questo istante sono ben distanti di avere un professionista di RP,il problema avere credito dalle banche,curioso la pubblicità di banca intesa san paolo.sembra alice nel paese delle speranze.(provare per credere).In sintesi poche aziende PMI hanno denaro da investire nella comunicazione,e quelle poche le grandi agenzie cercano di acquisirle nel loro portafoglio clienti.

Enrica Orecchia il 12/03/2010 :

Sono perfettamente d’accordo con Gianluca Comin quando afferma la necessità che le piccole imprese inizino a capire il valore della comunicazione. Proprio in questo senso andava il mio contributo pubblicato dieci giorni fa su questo sito. Mi trovo invece meno in sintonia con quegli imprenditori, di cui Natalino si fa portavoce, che lamentano il problema della mancanza del credito da parte delle banche come fosse l’unica risorsa – ancorché importante – su cui contare. Saper comunicare bene aiuta anche a ottenere credito. Avevo scritto sul portale Comunitazione.it tre anni fa, quindi prima che la crisi “mordesse”, che una adeguata comunicazione finanziaria era necessaria per poter ottenere dalle banche finanziamenti dopo l’entrata in vigore dei più rigidi parametri di Basilea 2 (l’articolo si intitola “Basilea 2: un’occasione di crescita per la comunicazione d’impresa” e il link per chi fosse interessato è http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=2674&id_area=168&id_mac=4&t=&trovato=enrica%20orecchia)
La comunicazione non è fare del fumo o perdere del tempo, ma saper spiegare in maniera convincente ai propri stakeholder (tra cui le banche) il perché si merita di continuare a lavorare, in modo che ci diano i mezzi per continuare a farlo. Ottenere credito e fare comunicazione non sono dunque una attività strettamente necessaria e una inutile, ma due attività entrambe necessarie, di cui una funzionale all’altra.

liliana il 12/03/2010 :

ho trovato l’articolo interessante, anche se alcuni dati contrastano: come è possibile che il 78% delle imprese abbia una direzione comunicazione quando i dati ISTAT e e quelli di assocomunicaizone di 2 anni fa dicevano che solo il 10% delle imprese comunicava?
Inoltre sono lieta che il nostro presidente ponga l’accento sulle PMI e la comunicazione, tuttavia mi chiedo come mai ne lui ne il precedente presidente abbiano mai spinto davvero il gruppo di lavoro PMI di FERPI che, per quello che so, è fermo e ormai apatico.. tutti dicono PMI ma nessuno sembra davvero interessato a lavorarci.. il treno prima o poi partirà e FERPI sarà in ritardo o peggio non avrà il biglietto, come è successo nel 2000 con la legge per la comunicazione nella PA..

Infine, sebbene in linea teorica sia d’accordo con Enrica Orecchia, in pratica è vero che le PMI oggi sono bloccate dal problema del reperimento dei fondi e da una cultura imprenditoriale di tipo artigianale che non da molto spazio a una gestione manageriale delle risorse e delle opportunità (come potrebbero essere per le PMI i comunicatori). E’ frustrante ma è una realtà con cui fare i conti.

Alessandro il 16/03/2010 :

Credo vi sia anche un ritardo culturale da parte di molti professionisti di Rp, che approcciano alle PMI come se fossero delle multinazionali. E’ vero che vi è una cultura manageriale artigianale, ma questo deve diventare un “parametro” su cui settarsi, una sfida da raccogliere, una opportunità. Ma per farlo molti colleghi dovrebbero scendere con i piedi per terra e riuscire a ragionare e ad affiancare imprenditori forse un poco artigianali, ma spesso pieni di idee e capacità…

valeria232 il 17/03/2010 :

Il fatto che Alessandro identifichi il gap esistente tra i professionisti delle Rp e le pmi come un “ritardo dei professionisti”, e non un “ritardo delle pmi”, lo trovo un interessante ribaltamento di prospettiva, che forse può contenere uno strumento di grande aiuto per chi fa rp per le pmi. Personalmente, lavorando nel mercato delle pmi, come ho già accennato in un alto intervento, raccolgo il segnale chiaro che le pmi oggi – soprattutto in seguito alla crisi e se pur con budget modesti – sono molto più interessate e predisposte di prima a comunicare, quindi ad affidarsi a professionisti del settore. Ma questo purtroppo non è di grande aiuto per noi, non basta affatto, perché i problemi nascono dopo la firma del contratto, dopo le fasi di conoscenza e analisi, dopo la condivisione del piano di comunicazione.
I problemi infatti nascono quando poi le aziende, e i loro a.d. e manager, si ritrovano a giocare il ruolo dei protagonisti (presenza sulla stampa, interventi sulla stampa, progetti istituzionali, di prodotto, di responsabilità, partnership istituzionali, culturali..) di quel piano di comunicazione che tanto li ha entusiasmati. Perché senza andare troppo per le lunghe ci ritroviamo a fare media relations per imprenditori che non leggono i giornali, ci ritroviamo a fare progetti istituzionali per aziende fondate su una gestione artigianale (a volte quasi casuale) dei processi e che sono quasi esclusivamente focalizzate sul risultato commerciale.
Allora se è vero che noi professionisti siamo inevitabilmente sempre più impegnati sulla scientificità del nostro lavoro (dalla razionalizzazione del metodo, alle finalità, sino alla valutazione dei risultati) e se è vero che le pmi sono la nuova frontiera, allora questo gap tra noi e loro è destinato a farci soffrire sempre di più.
Da questo scenario secondo me si evidenziano tre cose: la prima è il fatto che la sfida per noi relatori è ancora una volta sul piano della relazione, con il cliente questa volta, perché in questo caso è prima di tutto con lui, come dice Comin, che dobbiamo produrre fiducia, perché questo è il presupposto fondamentale perché la pmi si faccia coinvolgere da noi dentro un cambiamento e una crescita di prospettiva, che gli permetta di vedere e considerare, nella sua strategia industriale, non solo la propria logica commerciale, ma l’identità e il ruolo che la sua azienda ha nel sistema economico e sociale.
Seconda cosa ha ragione Alessandro, facciamo un passo se non indietro, “laterale”: ammettiamo a noi stessi che la nostra ricerca di scientificità del mestiere deve farci sviluppare almeno due metodi distinti di lavoro, perché quello che vale per le aziende che sono un brand – reale o anche solo potenziale – non vale per le pmi. Con loro si deve lavorare diversamente, con altri strumenti e canali e linguaggi, investendo tempo nella relazione e nella formazione insieme al cliente, e senza pensare di poter avere sempre la porta aperta nella stanza del board, anche solo per ascoltare.
Terza cosa, riporto quanto detto in un intervento fatto in risposta a quello di Enrica di un paio di settimane fa da parte di un socio uniferpi , il quale dice di andare alla radice, ovvero di andare a diffondere la cultura delle rp a quelli che saranno i “futuri” a.d. o titolari delle pmi, ovvero nelle scuole, nelle università, nei master, ma, aggiungo io, anche fuori dai bei palazzi accademici, nei corsi di specializzazione professionali, nei corsi di avviamento di impresa e negli incubatori di impresa.

Renna il 17/03/2010 :

Non posso non quotare il post di Cecilia, ma anche quello di Alessandro. Ho una discreta conoscenza del mondo delle pmi manifatturiere e mi ritrovo con Cecilia quando dice “ci ritroviamo a fare media relations per imprenditori che non leggono i giornali, ci ritroviamo a fare progetti istituzionali per aziende fondate su una gestione artigianale (a volte quasi casuale) dei processi e che sono quasi esclusivamente focalizzate sul risultato commerciale” (magari non proprio tutte le pmi) o con Alessandro quando sostiene “molti professionisti di Rp, che approcciano alle PMI come se fossero delle multinazionali”.

La sfida per chi fa comunicazione d’impresa in un’agenzia, amio parere, è però proprio a questo livello: a me è stato insegnato che il metodo è imposto dall’oggetto che si vuole conoscere. Ovvero: noi possiamo avere mille progetti o mille idee su come dovrebbero comunicare le pmi, ma innanzitutto dobbiamo capire cosa sono e cosa ci chiedono. E poi dobbiamo anche chiederci se siamo disposti ad andare a prendere budget anche piccoli e magari anche su singoli progetti.

In ogni caso, graszie a Comin per avere aperto il dibattito sulle PMI e grazie anche a tutti coloro che hanno scritto perchè è un tema che a me, personalmente, piace moltissimo e perchè è un terreno di business e di crescita professionale davvero interessante.

fabio734 il 17/03/2010 :

interessante scambio di opionioni e di visioni (mi pare che il sito stia davvero diventando quello spazio di discussione e confronto, vero valore di una associazione professionale).
concordo pienamente con l’ultimo commento: “innanzitutto dobbiamo capire cosa sono e cosa ci chiedono”. possiamo continuare a fare congetture e ipotesi, basarci sulle nostre esperienza… ma manca una parte fondamentale per l’efficacia del nostro lavoro: l’ascolto e l’interpretazione delle aspettative dei nostri stakeholder, proprio le PMI. la proposta che faccio è molto semplice ospitare una serie di interviste – in un’area del sito dedicata ai dialoghi con le PMI – in cui le delegazioni regionali – con il coordinamento della consulta delle delgazioni regionali e il volontariato dei colleghi interessati a impegnarsi – pongono 4/5 domande a piccoli e medi imprenditori del territorio per comprenderne le aspettative rispetto alla comunicazione e alle relazioni pubbliche (oltre che la percezione).

il tutto potrebbe confuire successivamente nel centro studi che – sempre con l’aiuto dei soliti amici che lo volessero – potrebbe arrivare ad una prima “interpretazione” da riproporre come base per un dialogo costante con le PMI, oltre che una base di conoscenze condivisa per l’intera professione e per i colleghi che hanno nelle PMI il loro interlocutore principale.

che ne pensate?

valeria232 il 17/03/2010 :

Rispondendo a quando detto da Renna e Fabio sull’ascolto/analisi, il fatto è che ci troviamo ad avere un ruolo duplice con loro. Da un lato certamente capire chi sono (analizzando loro in assoluto e in relazione allo scenario) e ascoltare le loro richieste esplicite (obiettivi industriali e aspettative nei confronti delle rp), ma di fatto dato che loro non conoscono gli strumenti di rp, possono trasmetterci solo obiettivi e desideri, che poi noi ci troviamo a tradurre in strategie e strumenti specifici per coadiuvare quei risultati. Questo ovviamente vale sia quando lavoriamo con la grande impresa che con la piccola, solo che con la piccola impresa, nella seconda fase di lavoro (strategie) siamo per così dire più soli, loro sono più distanti da noi. Questo tipo di cliente chiede quasi sempre di “avere maggiore visibilità, farsi conoscere un po’ di più, di poter dire la propria, di farsi sentire, di far cambiare idea a un certo gruppo di stakeholder o antagonisti veri e propri” con l’ottica ovviamente di vedere una ricaduta in termini di notorietà e prestigio (reputano ad esempio sempre di grande valore essere sui giornali in ogni caso) ma anche vendite. Alla fine spesso hanno desiderio forte di spingere il prodotto e quello che dovremmo fare è spostarli sul fronte adv, dal quale però poi rifuggono perché molto molto più costoso. D’altro canto poi noi non ci fermiamo a dare una “visibilità ampia e generica” sui media perché noi sappiamo che può servire a ben poco anche se gratifica i cliente. quindi, o si fa contento il cliente e basta, pur sapendo che noi si poteva fare un lavoro migliore, in termini di senso, e di risultati reali. Oppure dobbiamo invertire tutto: partire e venderci sin dall’inizio con la valutazione dei risultati (come in fondo ha evidenziato Comin), divenire scientifici e forti in questo, così, carta alla mano, il cliente sarà più motivato e fiducioso nel seguirci. Strategie, identità, posizionamento, relazioni aperte con gli stakeholder, impatto sociale, sono tutte cose che forse possono passare in secondo piano rispetto a un prospetto di risultati possibili. Paradossalmente quindi rimangio quanto detto prima, e cioè dico che con le pmi bisogna essere ancora più scientifici di quanto lo siamo stati finora.

toni muzi falconi il 17/03/2010 :

Molti spunti interessanti in questa discussione ed inviterei la redazione del sito ad integrare con quanto in parallelo viene discusso in un altro post di questo sito http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/portare-la-comunicazione-nelle-piccole-imprese/notizia_rp/40873/9.>

Invito anche i partecipanti alla discussione a leggersi gli articoli sul tema a firma di Dario Di Vico sul Corriere della Sera di queste ultime due, tre settimane in cui l’autore tematizza la relazione fra consulenti e piccole imprese.

Ricordo anche il sempre interessante blog di Enrica Orecchia http://lofficinadellacomunicazione.blogspot.com/2010/03/piccole-imprese-mancanza-di-credito.htm e, dal nostro motore di ricerca, le discussioni di quattro cinque anni avviate dalla nostra presidente di allora Sissi Peloso.

Qualche minima considerazione:

- le piccole imprese sono diverse dalle medie imprese dal punto di vista delle loro esigenze relazionali nel senso che, normalmente, le piccole non mirano a diventare grandi mentre le media, normalmente, vorrebbero diventarlo. Naturalmente nella situazione di oggi la situazione è diversa ma (enzo rullani e aldo bonomi, economista l’uno e sociologo l’altro insegnano) le motivazioni di fondo vanno tenute presenti dalla nostra prospettiva di relatori pubblici;

- il vero relatore pubbllico della piccola impresa è l’imprenditore. Come suggerisce Di Vico nel suo più recente articolo sul tema, il nostro ruolo si configura come quello di coach e di consulente più o meno in house;

- l’idea delle interviste ai piccoli e fatte dai nostri delegati regionali ad alcuni piccoli è buona e va coltivata, a patto però che siano chiare, mirate e condivise le domande. Secondo la mia esperienza il 90% delle interviste sono inutili perchè non sono espliciti a chiari gli obiettivi dell’intervstatore (non dell’intervistato..)

procediamo a discutere che, come dice fabio, ci fa bene….

toni muzi falconi il 17/03/2010 :

qualcuno può spiegarmi perchè capitano questi link così confusi?
eccoli di nuovo (e scusatemi):

http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/portare-la-comunicazione-nelle-piccole-imprese/notizia_rp/40873/9

e l’altro

http://lofficinadellacomunicazione.blogspot.com/

valeria232 il 17/03/2010 :

Dall’articolo di de vico prendo questo:

http://generazionepropro.corriere.it/

Le Pmi sono culturalmente orientate alla produzione, sottolinea Giuseppe Bruni presidente di Cna InProprio di Bologna, l`associazione che vuole rappresentare i professionisti, «e quindi è difficile che possano avere al loro interno luoghi di riflessione.
Hanno bisogno, di conseguenza, di sintonizzarsi con qualcuno che dica loro come cambia il mondo e come adeguarsi». Le piccole imprese sono nate spesso sulla base di competenze tecniche che magari il fondatore ha appreso nell`azienda dove lavorava come dipendente. Ed è scontato che proseguendo il cammino il neoimprenditore sia portato in primo luogo a seguire l`evoluzione tecnologica del suo settore e a sottovalutare altre culture che non sono prettamente tecniche. «Penso al marketing e alla presenza sui mercati emergenti» aggiunge Bruni. Cristina Mariani è, per l`appunto,
un`esperta di marketing che ha pubblicato un libro e aperto un blog destinato alle piccole aziende".

per le interviste io sono d’accordo con toni, io le farei anche interne, ovvero ai nostri associati, per capire quali sono le difficoltà più diffuse che incontriamo lavorando con le pmi. farei se possibile analisi condivise di casi specifici per chi volesse raccontarli.

Renna il 17/03/2010 :

Giusto distinguere e capire anzitutto cosa si intende per PMI perchè, a mio parere, la definizione è quantomai abusata. Se stiamo alla dimensione (di addetti o di di fatturato), dovremmo rivolgerci a imprese con max 250 dipendenti o 50 milioni di Euri di fatturato (vado a memoria, ma questa dovrebbe essere la definizione di PMI secondo la UE).

E’ possibile che una media impresa da 200 addetti abbia più bisogno di fare comunicazione di un’azienda di 20, ma non è detto.

Le start up di società teconologiche, che nascono magari come spin off universitari o che sono incubate in qualche parco tecnologico, e che hanno pochissimi dipendenti, così come gli studi di professionisti (senza entrare nel campo della pubblicità classica) sentono e in qualche caso fanno più comunicazione di una media industria da 200 dipendenti.

Forse sta qui il punto e la sfida per noi tutti: far capire al “Sciur Brambilla” che investire in comunicazione non è solo fare il catologo dei prodotti.

giovanni915 il 17/03/2010 :

COMUNICATORI: SHERPA-SCOUT PER LE PMI

Concordo con le proposte di Fabio Ventoruzzo e Toni Muzi Falconi, e sono a disposizione del gruppo di lavoro del Centro Studi Ferpi.

L’articolo di Gianluca Comin, pubblicato su Italia Oggi lo scorso 6 marzo (documento allegato), mette l’accento sul rapporto con i clienti e con gli stakeholder: in primis, quindi, l’interpretazione dei bisogni e la rilevanza dell’ascolto e delle aspettative dei nostri interlocutori.
Condivido quando Comin dice ():“È il patto di fiducia che le aziende sapranno stabilire con i clienti e con gli stakeholder una delle chiavi per uscire dalla crisi”. Tuttavia l’articolo offre l’opportunità di riflettere anche sulla capacità di “ascolto” e sulla centralità dell’analisi del territorio, sulla peculiarità dello scenario italiano e sulla sua diversità rispetto a quello internazionale.
Questo è il focus che vorrei percorrere con qualche ragionamento sulla nostra attività professionale, che rende speciale il ruolo dei relatori pubblici italiani, soprattutto per le imprese e le multinazionali straniere che si apprestano ad operare sul territorio italiano.
L’analisi politico-sociale-economica e culturale di un territorio, insieme ad un’attenta lettura del quadro giuridico-amministrativo, sono gli strumenti necessari per la nostra attività professionale. Spesso, però, ci troviamo davanti realtà locali italiane completamente autonome dal contesto nazionale, specialmente riguardo l’aspetto giuridico amministrativo. E’ l’Italia dei Comuni, delle Province, delle Regioni che ricorda ancora le origine storiche del nostro Paese: l’Italia dei campanili.
Per fare un’esempio, come ha rilevato il Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà, citando la questione dell’apertura delle parafarmacie, in alcune zone del territorio nazionale: “è praticamente impossibile aprire queste attività commerciali per i regolamenti restrittivi decisi dalle Regioni” ( Fonte: http://tinyurl.com/liberalizzazioni ).
Il relatore pubblico non può prescindere, quindi, da questa localizzazione accentuata e dal divario esistente tra le leggi delle amministrazioni centrali e quelle periferiche.
Per queste ragioni, il comunicatore, dovrebbe primariamente avere il ruolo di guida-consigliere-analista con il proprio cliente e tenere conto di questa disarmonia del quadro normativo istituzionale.
I relatori pubblici italiani, pertanto, per curare gli interessi di una piccola o media impresa, sono chiamati a svolgere un compito simile a quello degli “Sherpa” tibetani, attenti conoscitori del territorio con grandi capacità di osservazione e orientamento, o ad interpretare il ruolo degli “Scout” indiani d’America, esperti battitori di piste di cui conoscono tutti i segreti, per saper intervenire in caso d’incidenti di marcia, individuando i punti di soccorso sul proprio itinerario.
Questo ruolo di “SHERPA-SCOUT” è motivato dal fatto che spesso ci troviamo di fronte ad una realtà molto complessa e connotata da una “comunicazione di conflitto”. L’ascolto e l’analisi d’ambiente, sono di conseguenza fondamentali per stabilire un rapporto fiduciario con i nostri committenti.
Sarà quindi compito nostro trasferire questa fiducia (
vedi sopra) in politiche di relazioni pubbliche coerenti con i nostri obiettivi di comunicazione, tali da far coincidere la “mission” delle aziende con l’attività imprenditoriale in armonia con il contesto territoriale di riferimento.
Una coerente politica di comunicazione sarà per noi lo specchio della credibilità dell’azienda, solo se sarà percepita e compresa compiutamente dai clienti e dagli stakeholder nel corso del tempo (variabile fondamentale).
Concludendo, solo questo processo, dopo un lungo percorso, ci condurrà al consolidamento dell’identità e ci permetterà di definire e verificare il valore della reputazione dell’impresa.

valeria232 il 17/03/2010 :

L’intervento di Giovanni insieme a quello di Toni mi fanno pensare una cosa: nel lavoro di consulenza/orientamento alle imprese che possiamo fare attraverso il nostro lavoro di analisi del contesto e del territorio, come ci relazioniamo con quello che dovrebbe essere l’altro professionista dell’analisi del contesto, ovvero il marketing strategico? questa è una cosa su cui nel tempo ho iniziato a riflettere molto, perché più il mio lavoro si è focalizzato sull’attività di analisi e più mi sono ritrovata gomito a gomito con il marketing (qualora ci fosse in azienda, interno o come consulente).
Penso infatti che se è vero che noi possiamo costituire dei preziosi consulenti per le politiche industriali delle imprese (piccole e grandi) per il fatto che il nostro lavoro ci fa studiare e entrare in relazione con tutti gli stakeholder, allora il marketing strategico che guarda dalla sua visuale solo una fetta di stakeholder come si pone? Voi pensate che le due sfere siano sempre distinte e separate? Lo dico perché sento spesso uomini di marketing che rivendicano loro la sedia accanto a quella del ceo, e anzi dicono che il vero e primo uomo di marketing è il ceo stesso, dicendo quindi che il marketing strategico è la funzione più importante per prendere le decisioni giuste in azienda. invece per come si stanno evolvendo le rp lo scenario potrebbe essere quello opposto di un tempo, con il marketing sotto il tetto delle rp. Che ne pensate?

Renna il 18/03/2010 :

Per quel che mi riguarda, dopo avere seguito un corso di relazioni pubbliche, ho fatto un master sul marketing. Se stiamo sotto o sopra il marketing dipende dall’azienda, ma non solo. Nella mia esperienza ho lavorato poco per clienti che avevano la funzione di PR sotto il marketing e molto per clienti che avevano la comunicazione in capo all’AD o al DG o al Presidente. Dipende da cosa ti chiedono i clienti e da quali sono le tue competenze: io mi occupo esclusivamente di comunicazione corporate e comunicazione di crisi.

toni muzi falconi il 18/03/2010 :

Valeria,

così come le relazioni pubbliche subiscono una forte trasformazione, anche il marketing è in profondo cambiamento.

Non so se hai letto il libro Societing di Gianpaolo Fabris
http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/giampaolo-fabris-parla-del-societing/notizia_rp/37939/9

La questione è culturale, nel senso che molto dipende dalla cultura della singola organizzazione in un determinato momento.
Penso ad esempio che se parliamo di una organizzazione di servizio pubblico o di una organizzazione sociale o di una organizzazione che opera nel btb è verosimile pensare che le relazioni pubbliche possano orientare il marketing.

Se invece parliamo di una organizzazione di beni di largo consumo sia più verosimile il contrario….

La vera quadratura del cerchio sta nel fatto che entrambi questi professionisti, provenienti normalmente da esperienze diverse, con competenze e abilità diverse, possano dialogare insieme per assicurare all’organizzazione il massimo del valore in piena sinergia.

Piuttosto c’è da chiedersi dove si collochi la pubblicità. Ma anche qui la risposta giusta è nella stessa linea, anche perchè come le relazioni pubbliche e il markting anche la pubblicità (strettamente collegata alle due) sta rapidamente trasformandosi.

Chissà, forse fra qualche anno vedremo professionisti di tutte e tre queste discipline integrarsi in una sola. In effetti qualcuno (Kotler, molti nostri colleghi, lo stesso Fabris e alcuni dei più rinomati pubblicitarii nternazionali) lo hanno già previsto.

valeria232 il 19/03/2010 :

Il libro ancora non l’ho letto, purtroppo, ma seguo sempre gli interventi di Fabris e conosco a grandi linee il contenuto di Societing. Si, anche il marketing è cambiato e ancora cambierà, in risposta al cambiamento che c’è stato nella società, e nel modo di essere consumatori, su spinta di una rivoluzione informatica (e non ahimè culturale..). Sull’idea di vedere le tre funzioni che dialogano …anche qui, per le pmi sarà un discorso almeno con tempi diversi..grazie

Enrica Orecchia il 20/03/2010 :

Degli articoli sul Corriere della Sera segnalati da Toni Muzi Falconi (che ringrazio per le citazioni del mio blog e del mio articolo per Ferpi) mi colpiscono in particolare le parole di Giuseppe Bruni quando parla di mancanza di luoghi di riflessione all’interno delle PMI, nella sua interessantissima analisi che fotografa esattamente come funzionano queste aziende (orientate alla produzione…titolare che si è formato su basi tecniche.. il sottovalutare tutto quanto non sia tecnologia-prodotto-produzione). E’ sicuramente compito del relatore pubblico essere l’ispiratore di questa riflessione per quanto riguarda le tematiche inerenti alla comunicazione e condurre l’imprenditore lungo il percorso di acquisizione di consapevolezza su che cosa è la comunicazione e perché è importante comunicare. La comunicazione, prima ancora di diventare una voce del budget aziendale, deve esistere nella mente dell’imprenditore, che deve imparare a vederla come un traguardo concreto e accessibile. Se poi il relatore pubblico, come dice Alessandro, fa prima un bagno di realtà e cala le sue strategie e idee nel mondo delle piccole imprese che è lontano anni luce da quello delle multinazionali, allora sicuramente è più facile incontrarsi a metà strada.

Enrica Orecchia il 20/03/2010 :

Vorrei anche segnalare l’indirizzo del blog Marketing Low Cost di Cristina Mariani, citata da Giuseppe Bruni nell’articolo di Di Vito

http://marketinglowcost.typepad.com/

Penso possa essere di interesse per tutti coloro che seguono il settore delle PMI.

Cristina Mariani il 21/03/2010 :

Grazie Enrica per la citazione del mio blog, e ben venga tutto questo interesse per le PMI; in qualità di ex-piccola imprenditrice, dopo aver letto quanto sopra, mi sento di dare un paio di consigli a chi volesse iniziare a collaborare con il piccolo imprenditore:

- semplificare il linguaggio; se non vi capisce, vi evita;

- affiancarlo con un piccolo progetto, come riscrivere i contenuti del sito. La maggior parte dei siti delle piccole aziende sono semplicemente cataloghi trasferiti su web, sappiamo bene che ciò non basta. Dimostrategli che in seguito ad una semplice revisione dei contenuti i risultati arrivano, e sarà più propenso a darvi fiducia.

gianluca Comin il 21/03/2010 :

Ho letto con grande interesse lo scambio di opinioni che in questi giorni si è sviluppato intorno al tema della comunicazione delle PMI, anche sulla scia del mio articolo.

Proprio la ricchezza del confronto e la molteplicità delle visioni pubblicate dimostrano che vi sia tanta energia professionale e un notevole interesse a tradurre quello che alcuni colleghi qualche anno fa definirono “un matrimonio impossibile”, in una delle più stimolanti sfide per la Federazione, ed in generale, per la professione nel futuro.

Importare la cultura delle relazioni pubbliche nelle piccole organizzazioni, costruire una percezione del ruolo strategico della comunicazione, non significa semplicemente mettere a disposizione le nostre professionalità, proporre progetti, far conoscere i nostri migliori risultati, a seconda di budget più o meno soddisfacenti, significa prima di tutto conoscere il nostro interlocutore, comprendere le sue aspettative rispetto al mondo della comunicazione e delle relazioni pubbliche.

In altre parole, siamo chiamati ad individuare un nuovo modello di comunicazione che si basi su nuovi metodi di lavoro, che impieghi strumenti idonei, utilizzando nuovi canali e nuovi linguaggi, che nasca da un’attenta conoscenza e una mirata relazione con i clienti costruita attraverso una formazione che non tracuri le loro specificità e gli ambiti di azione.

L’idea di un gruppo dedicato al tema PMI all’interno del Centro Studio Ferpi, che ho avuto moglio di cogliere, può costituire una valida iniziativa per valorizzare, in maniera moderna e concreta, una sensibilità che, nonostante le difficoltà negli anni, ha da sempre caratterizzato l’anima della Federazione. Invito Fabio che ha fatto la proposta a confrontarsi sul tema con Elena Salem, responsabile della delega sulel PMI, anche nell’ottiva di valorizzare i contenuti per il piano di comunicazione sui 40 anni di Ferpi.

toni muzi falconi il 23/03/2010 :

La delegata alle PMI di Ferpi, evocata da Gianluca, credo non legga il nostro sito, altrimenti si sarebbe accorta che, malgrado o forse grazie alla sua latitanza, il tema è di gran lunga il più dibatttuto fra noi..e non solo qui, ma anche in tanti altri post.

Questo mi ricorda anche che molti mesi fa il consigio nazionale aveva deciso che tutti i programmi operativi presentati dai delegati e approvati sarebbero stati messi sul sito a disposizione di tutti.

Questo, non solo per doverosa trasparenza, ma anche e sorpattutto per orientare le elezioni del prossimo consiglio (non così lontane, ormai).

Ad oggi la cosa non è stato fatta e me ne rammarico. Non esistono infatti, a mesi di distanza da quella decisione, giuistificazioni di natura tecnica.

La definirei semplicemente opacità.