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Giornalisti-comunicatori: un rapporto da ripensare

I giornalisti devono mettersi in testa che la loro professione non può più essere quella di una volta quando i grandi giornalisti erano gli opinionisti alla Montanelli o alla Biagi, i corrispondenti dall’estero, i grandi inviati di guerra. Lo sostiene con forza Enrico Romagna Manoja, direttore de Il Mondo nell’intervista esclusiva che ci ha rilasciato.

21/01/2010, Notizie Ferpi, 5 Commenti

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di Giancarlo Panico

Recentemente Stephan Faris sul Time ha accusato la stampa italiana di essere fonti inaffidabili. Un j’accuse anche nei confronti delle relazioni pubbliche e degli uomini comunicazione che spesso alimentano questi perversi e distorti comportamenti comunicativi?

Credo che fare di tutta l’erba un fascio sia sempre sbagliato. L’autorevolezza e l’affidabilità dei giornali, italiani e non, si conquista sul campo, sulla base del modello di informazione che ciascun direttore persegue e che, per quanto mi riguarda, è sempre stato improntato al sistema anglosassone: i fatti distinti dalle opinioni (per le quali esistono spazi appositi: gli editoriali ed i commenti). Purtroppo è vero che in Italia, soprattutto negli ultimi anni, i giornali hanno assunto toni sempre più graditati, con molti organi di informazione che si sono trasformati in giornali- partito. E questo è profondamente sbagliato come dimostra la crisi dell’editoria che è anche frutto di questi travolgimenti della nostra professione. Per quanto riguarda invece i comunicatori, vale lo stesso discorso: chi sa fare bene il proprio mestiere ha tutto l’interesse a salvaguardare la credibilità dei giornali ai quali si affida. Giornali non credibili fanno male anche ai comunicatori e alle aziende per le quali lavorano.

L’informazione si è spostata fortemente verso le specializzazioni, come, ad esempio, quella che fa Il Mondo. Ai tempi di Internet, quanto contano i quotidiani generalisti nella formazione dell’opinione pubblica?

I quotidiani generalisti saranno certamente quelli che soffriranno di più dall’overdose di informazione che, tra Internet, radio e televisione, dà l’idea al cittadino normale di non avere più bisogno di ulteriori informazioni. Credo invece che Internet non farà male ai giornali specializzati come Il Mondo: prodotti di nicchia e di alta qualità, destinati ad utenti specifici che non possono fidarsi o prendere decisioni sulla base di quanto trovano in rete, hanno grandi possibilità di sviluppo, sempre che sappiano adeguarsi alle nuove richieste del mercato e alle nuove piattaforme distributive, destinate probabilmente a soppiantare le edicole.

Di fronte all’avvento del Web 2.0 e delle sue ovvie conseguenze sul mondo dell’informazione e della comunicazione, ha ancora senso la parola “opinione pubblica” o ha più senso parlare di “opinioni dei pubblici” intesa come l’opinione generata nei tanti luoghi di discussione (soprattutto virtuale)? Il giornalismo come può rinnovarsi per rispondere a questa nuova sfida?

I giornalisti devono mettersi in testa che la loro professione non può più essere quella di una volta quando i grandi giornalisti erano gli opinionisti alla Montanelli o alla Biagi, i corrispondenti dall’estero, i grandi inviati di guerra. I giornalisti devono sapere che il mondo oggi chiede a loro un aiuto a capire gli eventi e le conseguenze che questi avranno sul lettore e sui suoi interessi specifici (il lettore-risparmiatore, il lettore-consumatore, il lettore-soggetto politico, il lettore-investitore). Ecco, perché, ad esempio, il sindacato dei giornalisti deve diventare più moderno e responsabile, i direttori devono diventare sempre più gli amministratori delegati delle loro testate (perché se il loro conto economico fa acqua non avranno più la libertà di fare il loro giornale come vogliono e, anzi, ne metteranno a repentaglio la sopravvivenza) e i redattori devono rendersi conto che la notizia non è quasi mai più un’esclusiva e deve perciò essere confezionata in modo multimediale per renderla un prodotto destinato a diverse fasce di utenti.

Si parla solo del disfattismo dei giornali ma anche i comunicatori cavalcano l’onda quale dovrebbe essere il ruolo dei comunicatori per uscire dalla crisi economica?

E’ il solito dilemma: vendo più copie del mio giornale se angoscio il mio lettore (Delitto efferato, Arriva l’influenza suina, Catastrofe in Borsa) o se lo rassereno (Tempo splendido, L’economia va alla grande, Tutti più ricchi con i Bot)? In realtà il giornale deve limitarsi a registrare i fatti che ci circondano. Certo, la scelta può privilegiare il risalto da dare ad una notizia piuttosto che all’altra e nel fare questa valutazione ciascuno di noi segue le sue inclinazioni. Guai però a confezionare i giornali avendo in testa un fine ben preciso: dare addosso al governo, dare voce all’opposizione, sostenere i verdi piuttosto che i gialli. Così non si fa informazione. Lo stesso vale per i comunicatori: non si possono dare solo notizie buone, bisogna descrivere la realtà e affrontare anche i dati negativi con la stessa correttezza. Puntare solo ad incensare il proprio cliente o a danneggiare il concorrente ha un solo risultato: poiché il lettore è molto meno fesso di quanto vogliamo credere, ammazziamo la credibilità dell’informazione che gli propiniamo e, così facendo, lo spingiamo sempre di più verso altri mezzi di informazione, magari ancora meno credibili. E ci facciamo tutti del male, oltre che danneggiare la società in cui tutti viviamo.

Ne Lo specchio infranto, il libro-ricerca di Toni Muzi Falconi e Chiara Valentini, si indagano i rapporti tra relazioni pubbliche e giornalismo: una relazione indispensabile ma spesso problematica. Giornalisti che fanno i comunicatori e comunicatori che fanno i giornalisti. Che fare per uscire da queste ambiguità professionali?

Stiamo parlando di due mestieri contigui ma molto diversi tra di loro. Il giornalista deve dare notizie, buone o cattive che siano. Il comunicatore viene pagato per veicolare determinate informazioni (e solo quelle) e per gestire i rapporti con i media. Sono sempre stato dell’idea che il passaggio da uno all’altro di questi mestieri, pur essendo abbastanza frequente, non da sempre buoni risultati. Anche se è indispensabile che un comunicatore sappia come lavorano i giornalisti e che questi ultimi si rendano conto che i comunicatori non sono sempre e soltanto venditori di “marchette” ma ci aiutano spesso ad evitare di prendere fischi per fiaschi. La collaborazione tra le due categorie non è una scelta ma una necessità. Purché da parte di entrambi ci sia lealtà. Se questa si incrina il rapporto si guasta e produce danni per entrambi.

Cosa chiede ai suoi giornalisti nel rapporto con i comunicatori e con gli uffici stampa?

Ho sempre chiesto ai miei giornalisti di collaborare con gli uffici stampa anche se molti dei miei tendono a vederli come “nemici”: “se gli dico che sto lavorando su una cosa, soprattutto noi che stiamo in un settimanale, si rivendono la notizia ad un quotidiano per farsi belli e ci fregano”. In qualche caso, è vero, succede ma non si può generalizzare. Al primo caso di fregatura, dico sempre ai miei, chiudete il rapporto con quell’ufficio stampa ma non potete fargli il processo alle intenzioni. Verificate la disponibilità ad essere corretti sul campo e poi ne parliamo. Nei 23 anni che ho passato all’ANSA questo è sempre stato il mio credo: prima me lo hanno insegnato e poi l’ho insegnato ai miei giornalisti. Fuori dall’ANSA queste regole fondamentali per svolgere un buon lavoro giornalistico mi sono apparse sempre più difficili da far capire.

I media sono i principali intermediari tra le organizzazioni, la politica, il mercato e la società. Anche alla luce dei profondi cambiamenti degli ultimi anni e della diffusione di nuovi media, quali sono secondo lei gli scenari futuri? Molti annunciano costantemente la morte dei giornali tradizionali. Cosa serve per rinnovarsi e come rispondere alle nuove sfide?

Sono tra quelli che pensano che i giornali non moriranno ma che rischiano davvero di scomparire se non cambiano velocemente il loro modo di essere. E questo vale per gli editori, i direttori e le redazioni. Internet non è un pericolo per la carta stampata ma una grande opportunità che deve essere colta però con una testa diversa da quella che tutti sembriamo avere e che trasuda una concezione della professione distante anni luce dalla realtà di oggi. E’ vero che il problema non riguarda soltanto noi in Italia ma l’editoriale e l’informazione a livello mondiale. Ciò non toglie che vedo una grande pigrizia intorno a me: scarsa fantasia nel pensare a nuovi prodotti, poca voglia di cambiare i prodotti attuali, grande foga puntata solo sul taglio dei costi e pochissimo coraggio ad investire. E tra i colpevoli di questo grande ritardo ci metto anche le concessionarie di pubblicità che, abituate mentalmente ad un mercato di vacche grasse, sono state tramortite dall’improvviso tracollo degli investimenti e sembrano quasi catatoniche, con pochissima capacità di reagire a quella che molti considerano una calamità mentre è in realtà un cambiamento strutturale profondo che ci porteremo avanti per decenni.

Il Mondo ha lanciato una formula per consentire di leggere il giornale in anteprima il giorno precedente l’uscita in edicola. E’ un modo per avvicinare i lettori al giornale elettronico? Come sta andando l’esperimento?

Abbiamo scelto un modo del tutto innovativo per sfruttare le opportunità scelte dalla rete. Invece di pensare al solito sito, abbiamo deciso di offrire in abbonamento online, tramite un’apposita chiavetta da usare su un sito protetto, il settimanale con 24 ore di anticipo rispetto all’uscita in edicola e, cioè, il giovedì mattina anziché il venerdì. Si tratta di un’offerta destinata soprattutto ad aziende, manager e comunicatori che consiste nell’assegnazione di 10 chiavette di accesso al prezzo di 9.000 euro l’anno (l’equivalente, sostanzialmente, di un paio di pagine di pubblicità sul Mondo). L’offerta ha riscontrato un successo davvero inaspettato anche perché non l’abbiamo pubblicizzata. Pur avendola lanciata da pochi mesi stiamo già viaggiando verso i primi cento abbonati. Abbiamo creato così una nostra comunità Business o Premium ai quali offriremo una serie di privilegi tesi a fidelizzarli come nostri abbonati Vip: una newsletter quotidiana con notizie esclusive rispetto a quelle pubblicate sul settimanale, la consultazione gratuita (per gli altri sarà a pagamento) dell’archivio online di tutti i numeri arretrati del Mondo che stiamo caricando in rete, la partecipazione a convegni e via dicendo. Non solo ma visto che siamo interamente online con uno strumento molto efficace (un software che permette di sfogliare il giornale in video come fosse di carta) offriremo adesso, dal venerdì, anche l’abbonamento web ai nostri lettori normali e siamo pronti a trasferire il prodotto (chiamato Mondo Executive) anche sui cellulari.

5 Commenti

giovanni915 il 21/01/2010 :

Dall’analisi del linguaggio del Direttore del settimanale “Il Mondo”, si evince la reputazione negativa di cui gode, in gran parte, la categoria dei comunicatori.
Secondo Romagna Manoja il rapporto giornalisti-comunicatori è una “necessità” e non una “scelta” perché, come ha detto, i giornalisti devono rendersi conto che: “…i comunicatori non sono sempre e soltanto venditori di marchette, ma ci aiutano spesso ad evitare di prendere fischi per fiaschi”. @ Insomma, proprio una pessima considerazione! Ma questo giudizio non può che farci riflettere sulle idee di un Direttore e non certo, su quella della categoria dei giornalisti (di cui faccio parte), che non la pensa nello stesso modo. Piuttosto che dare giudizi, credo sia più utile, invece, riflettere e analizzare.@@@@ Quello di cui parla Romagna Manoja non è solo un problema di deontologia professionale, nè di categorie, ma è un “problema di sistema”. @@@@@ Dall’analisi del contesto mi sembra che viviamo una realtà sempre più virtuale e sempre meno reale, dove i media (non sto parlando solo di internet, ma anche dei media tradizionali), generalmente non distinguono le notizie in fatti e commenti. All’opposto invece ci sono casi isolati di una comunicazione corretta che si richiama all’etica, alla coerenza e alla lealtà professionale.

Giornalisti e comunicatori “cattivi” sono solo due facce dello stesso prisma, dove ci sono altrettante “facce cattive” di categorie professionali con altrettanti comportamenti “deviati” in un sistema dove prevalgono la mezze verità, il fuori sacco o il sottobanco.

Il problema da risolvere per chi vorrà fare in futuro l’editore di news (non l’editore di fiabe), sarà quello di fare veramente e onestamente il suo mestiere di editore: ossia vendere informazioni, non mezze informazioni “truccate” o “taroccate”.
La fame dei lettori che fuggono dall’informazione “autoreferenziale” o dalla stampa fotocopia (quella del copia e incolla), è la fame che nasce dalla semplice esigenza di capire chi, cosa, come, quando, e perchè accade qualcosa. Chi compra vuole pagare per avere notizie attendibili, chiare e rispondenti alla realtà. Chi legge, vuole nutrirsi di un’informazione autorevole e affidabile. Concludo citando quanto scritto da Stephan Faris sul TIME http://www.ferpi.it/ferpinet/users/giovanni915/article_events/194 : “In Italy, at least, publishers looking to save their papers could start by satisfying readers’ hunger”. Si, condivido, si tratta di fame di verità!

Stefano il 21/01/2010 :

A proposito di web 2.0 guardate questo www.sopo.it

toni muzi falconi il 23/01/2010 :

L’intervista funziona e l’intervistato dice cose assai sensate. Condivido un pò meno il sarcasmo di giovanni ma confermo, con lui, che il taglio della intervista (è anche un problema delle domande non solo delle risposte..) mira a consolidare lo stereotipo che ci occupiamo esclusivamente (o quasi) di relazioni con i media.
Stereotipo duro a morire ma che non corrisponde in alcun modo alla realtà delle cose oggi.
La questione è che se, quando abbiamo a che fare con dei giornalisti anche fuori dallì’ambito stretto della nostra tutela e rappresentanza di interessi specifici continuiamo a discutere di relazioni con i media non potremo mai sperare che i giornalisti apprendano che ci occupiamo anche di altro.
Se prendiamo una qualsiasi direzione della comunicazione di un medio-grande comune, di una regione, di un ministero oppure di una media o grande azienda oppure ancora di una mediogrande associazione o non profit, per non parlare di una media- grande società di consulenza, troveremo che solo una piccola parte dei suoi professionisti si occupa di relazioni con i media. C’è chi si occupa di supporto al marketing, alla comunicazione interna, alle relazioni istituzionali, al cerimoniale, alla organizzazione di eventi, alla responsabilità sociale etc….
Il tutto è dettagliato chiaramente nel libro di Chiara Valentini e mio (lo specchio infranto) pubblicato alla fine del 2008 da luca sossella editore, cui hanno partecipato oltre 250 nostri colleghi e più di 400 giornalisti. In sostanza, se non siamo noi a spiegare cosa facciamo, non possiamo pretendere che loro (e i loro lettori) lo sappiano……

giancarlo255 il 24/01/2010 :

dato che alcuni commenti mi chiamano in causa intervengo per chiarire. L’intervista fa parte della serie “A tu per tu con…” che facciamo ai grandi direttori di giornali e per questo è tarata principalmente sul rapporto giornalisti-relatori pubblici e comunicatori in generale.
Se un giornalista navigato come Enrico Romagna Manoja – ma come lui tanti altri che pure abbiamo intervistato – pensa che ci occupiamo principalmente di relazioni con i media è anche colpa nostra. Per due ragioni. Innanzitutto quando facciamo relazioni con i media o lo chiediamo ai nostri colleghi ci preoccupiano innanzitutto che la notizia o il messaggio vengano pubblicati. Per messaggio intendo qualsiasi cosa che deve avere visibilità o far parte di un dibattito mediatico: la csr, i risultati di sostenibilità, eventi, progetti, etc…
Insomma non dedichiamo tempo (Toni sono veramente in pochissimi a farlo) a fare cultura di ciò che facciamo, a “educare” i giornalisti a conoscerlo, ma ancora prima i nostri colleghi delle relazioni con i media a farlo.
Le riunioni dela giuria del Premio Ischia Comunicatore, cui ho partecipato lo scorso anno, sono state istruttive da questo punto di vista. Tutti o quasi i direttori o autorevoli giornalisti che ne facevano parte avevano poca o nessuna conoscenza del nostro lavoro.
La scheda di valutazione che abbiamo costruito e le riunioni che abbiamo fatto hanno contribuito non poco ad aiutare i nostri colleghi a capirlo.
Bisognerebbe creare maggiori occasioni di dialogo ed educational, cominciando proprio dai nostri colleghi che si occupano di relazioni con i media.

giovanni915 il 24/01/2010 :

Condivido la lettura del contesto e penso che nell’anno del 40ENNALE il rapporto con la categoria dei giornalisti e degli editori potrebbe essere un’occasione e una delle priorità della FERPI, per far conoscere meglio la nostra associazione. Come ha detto Giancarlo Panico, “fare cultura di ciò che facciamo, a “educare” i giornalisti a conoscerlo, ma ancora prima i nostri colleghi delle relazioni con i media a farlo”, e come ha ribadito Maria Elena nel suo commento che bisognerebbe “ricercare il contatto, la relazione e la collaborazione anche con altre associazioni professionali affini” (vedere commenti di risposta qui

http://www.ferpi.it/ferpinet/users/giovanni915/article_events/193 ).
Per questo segnalo due appuntamenti che possono essere un’occasione di incontro con:
1) la FIEG qui
http://www.fieg.it/salastampa_item.asp?sta_id=482
2) l’Ordine dei giornalisti qui
http://www.odg.it/site/?q=content/cnogfnsi-“la-solitudine-degli-uffici-stampa”-un-convegno-discutere-sulla-legge-150

Questi eventi potrebbe essere “un’occasione di dialogo ed educational” importante, cosi come ha anche segnalato il collega Sergio Bruno qui
http://www.ferpi.it/ferpinet/users/sergio882/article_events/199.>