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L’attualità della costituzione italiana: art. 41 e RSI
In tempi in cui si parla sempre più spesso di revisione della Costituzione, Giampietro Vecchiato individua nell’ art. 41 un’incredibile modernità pur a 60 anni dalla sua stesura. Il riferimento alla Responsabilità Sociale di Impresa che si legge tra le sue righe è evidente ed è un aspetto da cui le imprese che si muovono in un’autentica autonomia di mercato non possono prescindere.
24/06/2010, Notizie Ferpi, 11 Commenti
di Giampietro Vecchiato
Nel dibattito in corso in questi giorni sulle proposte di modifica dell’Art. 41 della Costituzione Italiana, vi è, sia pure indirettamente, un chiaro riferimento alla Responsabilità Sociale d’Impresa. L’Art. 41 recita infatti:
L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata ai fini sociali.
Molti storici e studiosi vi leggono, soprattutto nel terzo comma, la paura dei Costituenti per la libera impresa e per l’imprenditore. Imprenditore e impresa erano percepiti come “pericolosi” protagonisti della vita collettiva, perché inclini a sfruttare e a curare quasi esclusivamente i loro interessi capitalistici.
Oggi il mondo è molto cambiato ed il “fare impresa” non è più considerato un attentato alla collettività. Anzi, anche a livello di lavoratori dipendenti, si parla sempre più della necessità di passare da una “cultura della dipendenza” ad una cultura del rischio personale e dell’auto-imprenditorialità.
La cultura della responsabilità sociale d’impresa si è inoltre diffusa e consolidata e viene monitorata da organismi indipendenti. Nessun imprenditore o manager pensa di poter agire contro gli interessi della comunità senza riportarne alcun danno. Nell’ultimo decennio si è quindi consolidata una dimensione della RSI a livello sovranazionale di gran lunga più coerente ed efficace di quanto non possono aver scritto e pensato – sia pure in un clima di compromesso tra istanze cattoliche, socialiste e comuniste e caratterizzato da una certa cultura anti-impresa – i padri costituenti.
A distanza di 60 anni, utilizzando una chiave di lettura storica priva di ogni filtro ideologico, emerge infatti tutta l’attualità ed il valore sociale dell’Art. 41.
Riscriviamo quindi, se serve, l’Art. 41, valorizzando e ampliando il ruolo dell’impresa e dell’imprenditore per lo sviluppo economico, il progresso tecnologico, l’innovazione, il miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva. Ma non fermiamoci allo slogan – sicuramente affascinante e liberatorio – “tutto è libero tranne ciò che è vietato dalla legge penale ed europea”.
Sia un rigoroso liberismo di mercato (di cultura anglosassone), che un’efficace economia sociale di mercato (di cultura tedesca) richiedono infatti, senza se e senza ma, una seria regolazione a tutti i livelli del conflitto d’interesse e delle rendite parassitarie, unite ad un forte stimolo alla competizione e alla concorrenza, al riconoscimento del merito, alla creazione di autorità di vigilanza con poteri reali e non solo ex post ed una chiara conoscenza dei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica (nel 1948 non c’erano la televisione e, soprattutto, Internet).
Ogni modifica dell’Art. 41 è ovviamente benvenuta, ma deve sì partire dal concetto di libertà individuale e imprenditoriale, ma che va indissolubilmente legato al concetto di responsabilità individuale.
Riduciamo quindi l’indebita ingerenza dello Stato che ostacola la naturale creatività dell’uomo e ne impedisce la libera espressione e maturazione. Ma ricordiamo con Luigi Einaudi “che una persona diventa matura quando diventa responsabile, quando sa usare la libertà responsabilmente”.
Pertanto, partendo dalla convinzione che non è solo la sete di denaro e di successo la molla che crea l’imprenditore, ma anche la voglia di contribuire alla creazione di un mondo migliore, è necessario ribadire con forza e determinazione che il concetto di responsabilità individuale è il prerequisito indispensabile per la Responsabilità Sociale d’Impresa.
Una responsabilità che si allarga fino a comprendere:
a) la conoscenza, la misurazione e la valutazione degli impatti che le attività dell’impresa hanno sulla comunità e sull’ambiente;
b) che tutti gli stakeholder, nessuno escluso, vanno coinvolti nella ricerca di un giusto bilanciamento dei legittimi interessi in gioco;
c) che l’attività imprenditoriale deve essere guidata da un forte senso di comunità e di rispetto per la dignità delle persone.
Concludendo, anche l’impresa che sarà creata secondo il “nuovo Art. 41”, dovrà muoversi in un’autentica economia di mercato (senza furbizie né scorciatoie, senza privilegi né mascheramenti) e dovrà comunque essere una straordinaria scuola di rigore, di merito, di impegno, di creatività, di realizzazione personale e di responsabilità sociale.

11 Commenti
valeria232 il 21/06/2010 :
Il dibattito in corso sull’art 41 e sul fare impresa oggi in Italia a me lascia molto perplessa su più fronti.
Innanzitutto ho notato con stupore che nel dibattito (politici, giornalisti) non c’è stato alcun riferimento diretto alla responsabilità sociale di impresa, la quale invece, come dice Giampietro Vecchiato, è praticamente esplicitamente citata nell’articolo stesso (a me pare solo una questione di parole e naming che prima non si usavano).
Questo buco nel dibattito mi ha lasciato fortemente contrariata, anche perché invece dal mondo delle imprese si fa ormai da tempo un grande lavoro, oltre che un grande vociare, proprio sulla responsabilità sociale di impresa (o anche sostenibilità), portata avanti fino alla retorica come la nuova e ineludibile frontiera del modo di fare business oggi, senza possibilità di scampo per nessuno.
Seconda cosa che mi stupisce è che si vada a toccare un articolo e un principio costituzionale per recidere gli ostacoli al fare impresa oggi, ostacoli che mi sembrano materiali, più che ideologici: burocrazia, tasse, costo del lavoro. Affermo questo, non solo perché è quello che si sente dire in tutte le chiacchiere da bar, non solo perché è quello si legge sui giornali da anni, ma perché a Parma lo scorso aprile in occasione del centenario di CONFINDUSTRIA i messaggi sono stati schietti e univoci da tutte le parti (dai vertici dell’associazione ai più piccoli associati): la prima più importante riforma attesa è quella fiscale. Poi c’è quella delle reti burocratiche dove rimangono intrappolate la nascita e lo sviluppo dell’impresa e l’efficienza della pa (metto sotto il link alle giornate di Parma). “La felicità passa per la riforma delle tasse”, era uno dei titoli del sole di quei giorni”
Quindi le domande sono due per me : che c’entra l’attuale dibattito sull’articolo 41 con l’urgenza di “liberare” la libertà di impresa? E in questo dibattito, le imprese che tutte nel coro si proclamano ore e minuti per la responsabilità sociale non dicono niente? Anche gli stessi giornalisti che sono stati subissati in questi anni da comunicazioni sulla crs non notano la stonatura?
Questo mi fa pensare come se ci fosse una separazione totale tra questi mondi, o ci fosse un flusso di bugie da parte di tutti.
Poi arriva la molto concreta questione dell’autocertificazione, da considerarsi probabilmente una manna per il nostro paese, come ha scritto ieri sul corriere Gian Antonio Stella (“…In un Paese come il nostro dove il Censis è arrivato a contare in un anno 233 scadenze fiscali e amministrative e la macchina burocratica si è spinta a chiedere 71 adempimenti per l’apertura d’una trattoria o 23 firme per piantare una bricola in Laguna, il grimaldello della dichiarazione firmata che sostituisce un mucchio di carte può essere davvero indispensabile”)
Ma anche qui mi chiedo come mai in Italia per risolvere lo stratificato problema dell’eccesso di norme e di burocrazia, la soluzione concreta sia in un annientamento totale delle norme stesse, mettendo come unica cosa i controlli ex post. Ormai l’impasto burocratico normativo è talmente denso che scomporlo è impossibile, meglio raggirarlo (ecco la riforma)
Infine una nota su quanto Giampietro Vecchiato diceva a proposito dell’evoluzione della concezione e percezione dell’impresa, da soggetto pericoloso perché antagonista al benessere collettivo, a soggetto invece che porta inevitabilmente benessere per la società. Secondo me su questo importante aspetto siamo agli inizi di un’evoluzione auspicabile, soprattutto rispetto alla questione del lavoro e del rapporto tra lavoratore e imprenditore, come oggi ci racconta la storia di Pomiglianio e della Fiom: sopra il corteo di quadri e operai che sfilavano l’altro giorno per accettare l’accordo proposto da Marchionne, dal ponte le vecchie guardie sventolavano lo striscione con su scritto :servi del “padrone”.
Ecco i link per chi fosse interessato:
Corriere, g.a. stella. autocertificati e responsabili
www.corriere.it/editoriali/10_giugno_20/autocertificati-e-responsabili-gian-antonio-stella_4698edb8-7c3b-11df-bd5b-00144f02aabe.shtml
Sole 24, Alberto Orioli. Troppe tasse tra libertà e benessere
www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/confindustria-convegno-parma/la-due-giorni-di-parma/troppe-tasse-tra-liberta-benessere.shtml?uuid=8c42eaf8-447d-11df-b38578ac40404cb4&DocRulesView=Libero&fromSearch
Franco Vergamo, Sei priorità delle imprese per andare oltre la crisi
www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/confindustria-convegno-parma/la-due-giorni-di-parma/sei-priorita-per-battere-crisi.shtml?uuid=4f833886-456b-11df-8d5a-1686d49e35fb&DocRulesView
Giampietro Vecchiato il 22/06/2010 :
Cara Valeria, sono un inguaribile ottimista!
In ogni caso mi farebbe piacere che il documento che definisce i nuovi ambiti della libertà d’impresa si concludesse con la frase: “L’Italia è il paese dove è più facile fare impresa, per il bene di sè e degli altri, sia per l’impresa profit che per l’impresa sociale”. Sveltire sì, ma per tutti, e anche con un pò di fantasia.
valeria232 il 22/06/2010 :
caro Giampietro, se tu sei un inguaribile ottimista, io so di essere un’inguaribile pessimista …quindi speriamo che la realtà dei fatti segua te, e non me……….
claudio452 il 22/06/2010 :
Proprio oggi chiacchieravo con Giampietro sul tema… così riporto alcune considerazioni che ho condivido con lui, con una domanda retorica in premessa:
ma perchè in Italia dobbiamo sempre complicare le cose semplici tanto da rendere “artificiose” anche le cose più “naturali”?
Personalmente credo che le considerazioni di Giampietro vadano oltre la CSR e le RP e anticipino ciò che dovrebbe essere una nuova concezione del “fare Impresa”, una concezione legata ad un cambiamento storico che sta (non senza fatica) maturando a livello sociale “ampio”.
Credo anche che siamo ormai andati oltre (o meglio ci stiamo andando) il concetto di RSI e CSR in quanto concetti legati ad un epoca storica caratterizzata dalla “disgregazione” dove si ragionava per prodotti/servizi spesso “indipendenti”.
Se la nuova era è quella “dell’integrazione responsabile” allora c’è un solo e unico concetto: “l’impresa responsabile” fatta da persone responsabili che come tali si comportano… dall’amministratore delegato all’uomo delle pulizie.
Questa impresa impresa ragiona per “funzioni” necessarie ad attuare una strategia complessiva (per forza di cose coerente) di “relazione” con il mercato, anch’essa responsabile, all’interno della quale non è più distinguibile (nel senso tradizionale del termine) il Mktg, la Pubblicità, le RP, la CSR, ecc.
Tutto questo diviene un unicum che caratterizza il “modo di essere” e il “modo di fare” dell’impresa, per la cui realizzazione servono competenze e professionalità distinte (tra cui le RP) che cooperano per “produrre” il “profitto responsabile” dell’impresa stessa… e tutto ciò diventa molto più “misurabile” di quanto non sia oggi la misurazione delle singole componenti che, in molti casi, rischiano di essere fine a se stesse.
Penso che la parola chive d’ora in avanti sarà proprio “respons-ability”
francesca albanese il 23/06/2010 :
Per prima cosa mi chiedo: si vuole forse ripartire dalla proposta di modica di un articolo della Costituzione – riconoscendone pertanto il suo forte ruolo di indirizzo – per aprire una nuova stagione liberale nel nostro sistema economico? Se fosse questo l’intento, al confronto teorico si potrebbero già affiancare numerose iniziative concrete di liberalizzazione (vd. recente monito dell’Antitrust) realizzabili a prescindere dall’art. 41, ma che questa maggioranza, che si dice ‘liberista’, non ha finora messo in campo. Posso anche capire, sebbene con qualche perplessità, la lettura per così dire ’ troppo vincolante’ del terzo comma (“la legge determina i programmi e i controlli opportuni”) a patto che si miri ad uno snellimento burocratico e non all’assenza di regole (burocrazia zero!) e che si ribadisca l’importanza dell’utilità sociale dell’iniziativa economica come presupposto di responsabilità individuale e d’impresa. Un sistema di mercato equo e una concorrenza piena favorirebbero anche i principi di utilità sociale (interessante, in tal senso, il commento di Carlo Scarpa qui www.lavoce.info/multimedia/-radio/pagina362.html), ma sarebbe ancor più utile riformulare e ribadire a livello costituzionale i principi di responsabilità sociale degli individui e delle imprese come basilari per la nostra economia… l’Europa ha già fatto molto per questo. Ma siamo sicuri che le proposte di modifica dell’art. 41 della Costituzione italiana vadano in questa direzione? Ho molti dubbi a riguardo.
>Inoltre ho l’impressione che dietro gli annunci di questa ed altre modifiche costituzionali, dati anche i toni ideologici che spesso li accompagnano, ci siano un’insofferenza profonda nei confronti della Costituzione e dei tentativi di minare il suo valore di guida per la nostra democrazia per presentarla piuttosto come ostacolo.. laccio ‘catto-comunista’. Il problema, dunque, va considerato in modo più complesso, a livello politico ed istituzionale (in tal senso, ad esempio, leggo le preoccupazioni di Stefano Rodotà nel link che segue http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/06/21/chi-svuota-la-costituzione.html).
toni muzi falconi il 24/06/2010 :
grazio Piero per aver bene avviato una bella discussione che fa onore alla Ferpi oltre che a chi vi partecipa.
Ricordate il Barbiere di Stalin di D’Anselmiana memoria? Mi stupisce anzi che Paolo non sia ancora intervenuto.
Partendo dall’Art.41 mi chiedo perchè introdurre il principio di responsabilità per l’imprenditore e non, ad esempio, per l’imbianchino, l’mmigrato, il cameriere o l’operaio di Pomigliano. Insomma, siamo tutti barbieri di stalin e se ha senso modificare la costituzione (ma ha senso?) conviene introdurre per tutti il valor del principio di responsabilità.
Un principio che, come ben sappiamo, non riconosca soltanto i diritti delle persone ma anche e sopratutto il loro doveri.
Capisco perfettamente che i padri costituenti avessero ben altro nella testa, ma forse è il momento di affermare che la mancanza di senso dello Stato e tutte le sue conseguenze specifiche, derivi proprio dall’assenza di riconoscimento nei fatti dei doveri di ciascuno (tasse e educazione comprese ovviamente.
Detto questo, ha ragione Claudio a introdurre la responsabilità come punto focale del ruolo manageriale nell’organizzazione e, da questo punto di vista, mi pare si possa anche sostenere che perfino il concetto di sostenibilità (considero csr già estinto nei fatti) ne sia una semplice derivazione.
valeria232 il 24/06/2010 :
Proprio condividendo quanto ben descrive claudio, mi chiedo che senso abbia pensare di modificare l’art.41. In ogni la “stonatura” è sentita in giro….sono andata su google e ho messo come parole di ricerca articolo 41 costituzione csr, giornalisti e altri si interrogano….
claudio452 il 24/06/2010 :
si, si… responsabilità = “rispondere con abilità” per ottenere il migliore risultato possibile per l’organizzazione, per la società, per se stessi come farebbe il “buon padre di famiglia” = sostenibilità
manuel il 25/06/2010 :
Con un coupe de theatre si potrebbe azzardare un approccio al problema che consideri il bilanciamento dei principi costituzionali. I principi fondamentali della Costituzione prevedono per il cittadino non solo la responsabilità, ma l’adempimento dei “doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale” (Art.2 Cost.);
L’art 3 Cost., al secondo comma determina l’uguaglianza sostanziale e non solo formale tra cittadini, per cui lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ancora l’art. 4 Cost. recita “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Perchè la libera iniziativa economica dev’essere per tutti, responsabile, e rispondere in solido.
Esagerato?
toni muzi falconi il 26/06/2010 :
Segnalo dal sole24 ore di oggi sabato 26 (non ancora disponibile in rete) un interessante articolo di Tremonti dedicato al tema che stiamo discutendo…. una utile insalata russa di buone intenzioni, di arroganza e di spleen, così coerenti con l’avatar (che nel caso specifico, è l’originale).
francesca il 29/06/2010 :
Immagino che Toni si riferisse a questo articolo. Lo metto in link per facilitare chi lo ricerca.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-26/usciamo-medioevo-liberare-imprese-080300.shtml
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