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Le relazioni industriali
Tra le diverse funzioni specialistiche di relazioni pubbliche sono, senza dubbio, fra le più “hard”, quelle più complesse e difficili da gestire. Per anni e nella maggior parte dei casi legate ancora oggi alla sfera sindacale rappresentano uno dei terreni di sfida per le Rp. Soprattutto dopo il caso “Pomigliano”.
27/07/2010, Notizie Ferpi, 4 Commenti
di Giancarlo Panico e Toni Muzi Falconi
Tranne che in qualche libro più approfondito e nelle elencazioni delle funzioni specialistiche delle relazioni pubbliche, si sente parlare poco di relazioni industriali. E’ una funzione che non manca – quasi – mai nelle grandi organizzazioni complesse, soprattutto le imprese industriali, il più delle volte collegata alla direzione risorse umane, se non addirittura che riporta al Ceo in persona (non lo sapevo…). Di fatto, da sempre, sono in Italia uno degli aspetti più delicati e complessi della gestione delle relazioni e dei sistemi di relazione. Nelle ultime settimane questo termine è uscito con prepotenza dalle pagine economiche dei principali quotidiani per guadagnare, come si dice in gergo giornalistico, l’onore delle cronache. Su La Repubblica di sabato scorso 24 luglio Massimo Giannini commentando la decisione della Fiat di delocalizzare la produzione in Serbia, successiva di qualche giorno all’accordo strappato dal Lingotto su Pomigliano d’Arco e al “tavolo” indetto per affrontare la delicata questione ha scritto che “Pomigliano è stata l’epifania di nuova era delle relazioni industriali”.
Giannini è solo l’ultimo di una lunga serie di editorialisti, opinionisti ed economisti che da alcune settimane discettano di relazioni industriali dalle pagine dei principali quotidiani e dai salotti televisivi.
Ma cosa sono le relazioni industriali? E come si inseriscono oggi, nel grande processo di cambiamento che interessa le relazioni pubbliche?
Le relazioni industriali, che pochi, veramente pochi – almeno nel nostro Paese – riconducono alle relazioni pubbliche e dunque dovrebbero essere di competenza o almeno coinvolgere le direzioni comunicazione, rappresentano quella funzione, delicata e complessa, che presiede e presidia i rapporti tra stato, imprese, sindacati e lavoratori (almeno stando alle definizioni più ricorrenti in letteratura). Di relazioni industriali si parla, da sempre, più nei libri di economia e diritto che in quelli di comunicazione, tanto meno di relazioni pubbliche. E già questo basterebbe a far capire quanto è ancora poco istituzionalizzata la nostra funzione all’interno delle organizzazioni. Sono ancora tante le divisioni della funzione comunicazione o relazioni pubbliche che dir si voglia e alcune funzioni specialistiche non sono ancora riconosciute come tali. Qualche esempio? La comunicazione interna, le relazioni istituzionali (in tante grandi aziende ancora in capo al Ceo se non addirittura alla presidenza), le relazioni industriali, appunto, per non parlare del marketing.
Ecco cosa si trova cercando su Wikipedia : “Comunemente le cosiddette relazioni industriali consistono nell’insieme delle regole vigenti in materia sindacale, all’interno del vigente ordinamento giuslavoristico. Più di recente nuovi studi dottrinari, all’interno dei soggetti che caratterizzano le cosiddette relazioni, osservano una sorta di crisi delle organizzazioni sindacali di stampo tradizionale: si parla, in questo caso, anche di relazioni sindacali. Le relazioni industriali sono oggigiorno divenute materia di insegnamento universitario – parallelamente e autonomamente dal diritto sindacale- in facoltà come scienze politiche e sociologia in varie città d’Italia”.
Il collegamento organico fra relazioni industriali e pubbliche (intese queste ultime sempre come relazioni con i pubblici…) in Italia nasce nel secondo dopoguerra quando la comunicazione d’impresa incrociava, anche (ma non solo) attraverso la funzione delle direzioni del personale (solo negli anni ottanta e novanta queste si ribattezzeranno relazioni umane) al fine di perseguire obiettivi di equilibrio fra potere della proprietà e dei lavoratori attraverso attività mirate a influenzare le opinioni dei pubblici sia esterni che interni delle imprese. L’editoria aziendale ne è la manifestazione più esplicita, ma anche le relazioni con i media e le relazioni istituzionali vengono direttamente chiamate in causa. Le prime con l’apertura su molte testate quotidiane di pagine intere dedicate alla relazioni sindacali, solitamente affiancate da quelle di economia; le seconde a supporto della intensificazione di intervento diretto dell’esecutivo in merito alle trattative sindacali. Marisa Bellisario, allora ceo di Italtel inaugura alla fine degli settanta la stagione della pubblicità sui quotidiani per parlare a nuora perché suocera intende (al pubblico dei lettori, ma in realtà i contenuti sono diretti ai dipendenti). Poi Fiat sposta Cesare Annibaldi, fino ad allora direttore dei rapporti sindacali, alla direzione delle relazioni pubbliche mantenendo la mansione precedente. E’ la sanzione organizzativa dell’allineamento delle relazioni sindacali alle relazioni pubbliche.
Il sindacato però perde progressivamente potere, le pagine dedicate sui media tendono a scomparire per fare posto a quelle dedicate alla finanza, mentre le notizie del lavoro rientrano nell’ambito di quelle economiche. Le direzioni del personale diventano direzioni risorse umane e la specializzazioni sindacale perde posizioni di rilievo. Insomma da protagonista sociale il sindacato, al pari di altre istituzioni potenti di quegli anni, si ridimensiona. Certo, sempre meno di quel che succede in altri Paesi europei, ma non gode più dell’attenzione generale.
La vicenda Pomigliano si produce all’epicentro di quella che è una fase rilevante di discontinuità prolungata del modello sociale ed economico del nostro Paese. Una fase le cui implicazioni, di cui la gran parte del nostro ceto dirigente (non solo politici, ma anche media, industriali, sindacati e osservatori) si ostina a non prendere atto. L’Europa (e l’Italia con le sue specificità territoriali e culturali) è in declino progressivo e il suo modello economico insostenibile. Attaccati ai rispettivi privilegi nessuno dei soggetti intende prendere atto che occorre riparametrare verso il basso le aspettative di tutti: e questo dovrebbe essere il compito di una classe dirigente degna di questo nome. E così le relazioni pubbliche servono alle imprese, al governo, ai sindacati per guadagnare qualche giorno, settimana, mese in più nella speranza che quando la realtà avrà di fatto sostituito le aspettative (è già avvenuto?) le persone si adeguano senza colpevolizzare una classe dirigente che non c’è e avrà fatto di tutto per non compiere il proprio dovere. Da questa prospettiva le relazioni pubbliche vengono utilizzate al loro peggio: illudere le persone che la ripresa c’è, che l’industria tiene, che gli altri vanno peggio e che il sindacato è la parte più retriva e conservatrice del Paese. Tutte cose in parte vere ma che, come spesso accade, non sono in grado di offrire una interpretazione credibile degli avvenimenti….

4 Commenti
sissi il 30/07/2010 :
credo non sia possibile ora, per nessun relatore, non porsi domande che impattano pesantemente sull’attività quotidiana. Ho letto il pezzo di giancarlo e toni subito dopo quello di gallino su repubblica http://www.repubblica.it/economia/2010/07/29/news/rischi_lingotto-5912486/?ref=HREC1-10.
ho una grande confusione, ma credo che il tutto impatti pesantemente con la responsabilità sociale di ciascuno di noi.
La mia esperienza di quest’ultimo anno e mezzo, come quella di molti di noi credo, ha “epifanizzato” le carenze drammatiche di manager e imprenditori, esplose in tutta la loro virulenza a causa della crisi. A pagare sono i cassintegrati e i licenziati ai quali si offre l’alternativa di contratti che diminuiscono pesantemente i compensi (vedi chrysler per prima, che così torna in utile), annullano i diritti di sciopero, abbassano quelli di malattia (la maternità non ancora, ma arriverà a ruota).
siamo certi, come chiede gallino, che questa sia l’unica soluzione? e soprattutto che sia la soluzione vincente? E’ vero, il mercato del lavoro deve cambiare se vuole continuare a sopravvivere, ma forse una ridistribuzione più equa del “un pò meno a tutti” eviterebbe tensioni sociali che oggi mi paiono una polveriera pronta ad esplodere. E i relatori in tutto ciò? Possono/devono essere davvero i mediatori delle relazioni tra le parti?
Abbiamo spinto i committenti a credere nella responsabilità sociale, ad inserirla nei loro bilanci con grande enfasi del capitolo “risorse umane” e ora come lo gestiremo? Appoggeremo passivamente le scelte che, come un domino, sono destinate ad essere sposate nel dopo newco fiat oppure rifiuteremo gli incarichi oppure cercheremo di farci parte attiva per una riflessione condivisa sulle conseguenze che una gestione “all’italiana” del problema comporterà?
valeria232 il 03/08/2010 :
Ad essere sincera non riesco a visualizzare con facilità le relazioni sindacali all’interno delle relazioni pubbliche. Non me ne vogliate, sto solo ragionando ad alta voce con voi e confessando una mia ignoranza e probabilmente una mancanza di visione. Infatti non conoscevo il legame che si è innescato nel tempo tra le due aree, e ho fatto una scoperta con il vostro articolo e quindi ho aggiunto un anello in più alla nostra professione. Ma il nesso tra le due aree, l’ho detto, non mi viene facile farlo.
Ho sempre percepito le relazioni industriali come l’insieme dei rapporti tra l’azienda e i sindacati, finalizzati al raggiungimento di accordi e compromessi tra i due soggetti e relativi mondi di interesse e regole. Ma non ho mai pensato che in questo ambito ci fossero attività e strumenti di tipici della Comunicazione, attività questa che, al contrario, ho sempre invece facilmente percepito come a mero “supporto” dell relazioni sindacali.
E il fatto è che ad essere sincera, nel vostro articolo, sembra ritrovarsi questa impostazione, laddove scrivete che poi le due aree iniziano ad avere un collegamento organico con “direzione del personale”…”editoria aziendale”…”relazioni con i media e le relazioni istituzionali” e la pubblicità.
In pratica non riesco con facilità a immaginare o capire come le rp entrino a supporto delle “decisioni da prendere” (e non di quelle già prese) e quindi del raggiungimento degli accordi, ruolo che ovviamente riconoscono negli altri ambiti di attività alle rp (stoccolma lo ha scritto). Ecco, a proposito di stoccolma, per essere concreti con la dottrina, dove si evince e inserisce il ruolo delle rp nelle relazioni industriali? Cercando di non tirare a indovinare, io direi nella governance. Voi?
E prendendo in concreto il caso di Pomigliano, peccando sicuramente di semplicismo (che è rappresentativo però almeno di una fetta di opinione pubblica, che è costituita anche da gente dalle opinioni e argomentazioni semplici) mi chiedo se uno dei compiti della comunicazione di impresa fosse anche quello (arduo e ambizioso) di spiegare la vicenda dal punto di vista del contesto e del momento storico economico in cui si inserisce. Ma come spigare questo anche agli operai e ai sindacalisti veterotestamentarii? Le relazioni pubbliche hanno tentato di farlo? Sicuramente lo ha dovuto fare Marchionne e il suo ufficio media relations, ma era di parte, e gli altri? E cosa altro hanno fatto le rp?
Sulla discontinuità, ancora molto ingenuamente, credo di aver visto nella vicenda di Pomigliano sia Fiat che gli operai che hanno firmato l’accordo, disponibili almeno un po’ a perdere alcuni dei privilegi della “vecchia economia”.
Disponibilità che invece continua a non dimostrare affatto la classe politica, che si è ridotta lo stipendio del 3 per cento intaccando alcune “indennità”, quindi senza intaccare le loro future pensioni, a fronte di riduzioni medie degli stipendi dei dipendenti pubblici del 10 per cento e che intaccano le pensioni (corriere della sera di domenica mi sembra, scusate non ricordo bene articolo e autore che hanno trattato l’argomento).
E rispetto a quello che dice anche Sissi sul fatto che poi tutto si trasforma in un conto da pagare per i cassaintegrati, i dipendenti e i pensionati, non dimenticherei di dire che per questo è giusto che le imprese si comportino in modo responsabile, ma lo stesso devono fare anche i sindacati, il cui obiettivo oggi dovrebbe essere non solo difendere a spada tratta vincoli di un contratto, ma rafforzare anche la capacità di trattativa dei lavoratori, delle singole imprese di appartenenza, dei singoli territori. Pietro Ichino spiega molte cose.
toni muzi falconi il 03/08/2010 :
Con questa nota provo a chiarirmi le idee, altrimenti rischio di non capirci più nulla.
1.
Interpreto il termine relazioni pubbliche nella sua accezione di relazioni con i pubblici.
2.
Da questa prospettiva non possono esservi dubbi che le relazioni con i dipendenti, ma anche con quelli non stabili, con i precari, con quelli che operano in sede, o in stabilimento, o sono agenti oppure venditori etc…., fanno parte delle relazioni pubbliche.
3.
In molti paesi (non in tutti..) le relazioni con i dipendenti vengono, con variabile intensità e con regole diverse, attuati anche (non solo) attraverso le rappresentanze sindacali (nazionali, di categoria, regionali, provinciali…). Dunque anche le relazioni sindacali rientrano nelle relazioni pubbliche.
4.
Naturalmente così come la direzione commericiale e/o di marketing si occupa anche delle relazioni con i consumatori, quella finanziaria anche delle relazioni con le banche e gli investitori, quella degli acquisti anche delle relazioni con i fornitori, quella delle risorse umane si occupa anche delle relazioni con i dipendenti e con i sindacati.
5
La direzione relazioni pubbliche, se esiste, svolge in questo contesto quella funzione educativa o contestuale (vedi accordi di stoccolma): mette cioè a disposizione risorse, strumenti, canali e competenze a disposizione per assicurare che l’insieme delle relazioni con i pubblici di una organizzazione sia perlomeno coerente .
6.
Così facendo, e in parallelo con quel che succede con le altre direzioni, la direzione relazioni pubbliche assiste le risorse umane e interviene direttamente sul campo quando le relazioni sindacali si trovano in situazioni che attirano l’attenzione di altri pubblici come i media (media relation), i regolatori e decisori pubblici locali, nazionali e internazionali (public affair) e così via.
7.
Emanuele Invernizzi anni fa parlava di competenze core (media, istituzioni, comunità locali, eventi, editoria….) e competenze extended (sindacali e personale, distribuzione e consumatori, fornitori, investitori e banche e così via).
Rispetto al core, la direzione relazioni pubbliche svolge una attività diretta e sul campo; rispetto agli extended svolge una funzione educativa e contestuale.
8.
Naturalmente ogni organizzazione interpreta core e extended diversamente in base alla propria esperienza, alle necessità, alla cultura e alle persone coinvolte.
9.
Nel nostro Paese il sindacato è stato il principale pubblico delle imprese nell’immediato secondo dopoguerra quando era necessario per la ricostruzione trovare una intesa fra capitale e lavoro che la favorisse.
Poi il sindacato è diventato meno importante, rispetto ad esempio al mercato della domanda (commerciale e marketing), a quello dell’approvvigionamento finanziario (finanza) e così via.
10.
Oggi la relazione con i dipendenti ha assunto, per tante ragioni già più volte discusse in questo spazio, un ruolo particolarmente importante mentre il ruolo del sindacato ha perso una parte importante della sua ‘licenza di operare’, e le relazioni pubbliche progressivamente vanno anche assumendo la responsabilità della comunicazione interna, sempre più integrata e allineata con quella esterna (ancora gli accordi di stoccolma).
Così come nei public affairs ci sarà sempre bisogno sia di colui che sa tutto di una questione (issue analyst) che di colui che sa tutto dei processi decisionali pubblici (advocate), anche nelle relazioni con i dipendenti (nella accezione allargata detta sopra) ci sarà che sa tutto sia della storia delle relazioni con il sindacato di quella organizzazione, sia chi sa tutto della normativa, si chi sa tutto delle dinamiche e dei decisori del sindacato.
Spero che adesso la questione sia più chiara.
Un paio di osservazioni finali:
1.
Sissi chiede:
Appoggeremo passivamente le scelte che, come un domino, sono destinate ad essere sposate nel dopo newco fiat oppure rifiuteremo gli incarichi oppure cercheremo di farci parte attiva per una riflessione condivisa sulle conseguenze che una gestione “all’italiana” del problema comporterà?
La risposta è quella che ti daresti se un cliente in qualsiasi altro settore ti chiedesse di sostenere un argomento (l’essenza del nostro lavoro).
Ci informiamo bene, ci facciamo una idea e se è compatibile con la richiesta dell’organizzazione lo faccaimo al meglio delle nostre possibilità.
Se non lo è, proviamo a argomentare le nostre idee con l’organizzazione prima che la decisione sia assunta ascoltando anche i diversi pubblici (non soltanto i sindacati in questo caso) e forse modifichiamo qualche posizione.
Se non ci riusciamo, o mangiamo la minestra o ce ne andiamo dalla finestra.
La responsabiltià è questa, secondo me.
2.
Valeria invece chiede:
Ma come spiegare questo anche agli operai e ai sindacalisti veterotestamentarii? Le relazioni pubbliche hanno tentato di farlo? Sicuramente lo ha dovuto fare Marchionne e il suo ufficio media relations, ma era di parte, e gli altri? E cosa altro hanno fatto le rp?
Le rp hanno fatto diverse cose (per es. l’azione pubblica sul referendum… l’azione sullo stabilimento polacco…l’azione ‘a detroit hanno capito’, quella ‘allora ce andiamo in serbia’… e Marchionne si è sicuramente e ampiamente servito delle rp in base alle strategie che ha in mente.
Non si capisce perchè Marchionne debba fare una cosa e le sue relazioni pubbliche un’altra. Sarebbe un suicidio…
O no?
valeria232 il 04/08/2010 :
Ringrazio toni per questo intervento che trovo di straordinaria sintesi, completezza e chiarezza. da stampare, e tenere come un piccolo tascabile. mi rendo conto ora, leggendo la sua domanda in risposta alla mia su “cosa hanno fatto le rp” nella vicenda di pomigliano, che nella mia testa supponevo che le rp in azione non fossero solo quelle di Marchionne.
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