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Le Rp hanno vinto, il giornalismo di qualità è morto?
La crisi dell’editoria, la crescente diffusione del web e il nuovo e forte ruolo delle Relazioni Pubbliche rischiano di uccidere il giornalismo di qualità. E’ la denuncia che Eric Reguly ha lanciato dal palco del Prix Italia durante il convegno organizzato da Ferpi.
30/09/2010, Notizie Ferpi, 11 Commenti
“La crisi dei giornali e dell’editoria e il nuovo slancio delle Relazioni Pubbliche hanno cambiato radicalmente il ruolo dell’informazione. Nel tempo, tuttavia, questo potrebbe ritorcersi contro, se il pubblico non considera più i media tradizionali una fonte affidabile di informazioni”. E’ quanto ha sostenuto Eric Reguly nel corso della tavola rotonda promossa e organizzata da Ferpi nell’ambito del 62° Prix Italia su Informazione e cultura nella network society: il ruolo delle Relazioni Pubbliche.
Il convegno aperto dagli interventi di Elisa Greco, Amanda Succi, Giovanna Milella,Toni Muzi Falconi e i contributi di Anna Martina e Eric Reguly, si e’ concluso con l’intervento di Gianluca Comin. Qui riproponiamo l’intervento integrale di Eric Reguly che ha suscitato grande interesse.
Eric Reguly, giornalista senior corrispondente speciale Europeo di uno dei maggior quotidiani canadesi (Globe and Mail) con molte esperienze alle spalle anche per altre testate leader internazionali, è partito dai risultati della ricerca della Cardiff University secondo cui, in Inghilterra (ma il dato è verosimile anche per l’Italia) circa l’80% delle notizie riportate dai mainstream media provengono da fonti Rp.
di Eric Reguly
Lo studio dell’Università di Cardiff non mostra niente di nuovo, sebbene sia abbastanza inquietante, perché ha messo in luce una più elevata percentuale di contenuti provenienti dall’industria delle relazioni pubbliche – gruppi di interesse, in altre parole.
Lo studio era stato commissionato da Nick Davies per il suo libro Flat Earth News, pubblicato nel 2008. Davies è un giornalista del Guardian che da anni sostiene che i media moderni siano diventati uno strumento di distorsione di massa. Lo studio di 2.000 contenuti tratti dal Times (dove ho lavorato), il Telegraph, il Guardian e il Daily Mail ha rivelato che l’80% delle storie era, in tutto o in parte, costruito con materiale di seconda mano, fornito via telefono o da società di Rp. Solo il 12% era frutto di materiale raccolto direttamente dai giornalisti. In altre parole, le segnalazioni originali e di prima mano praticamente non esistono, almeno nella stampa britannica. Davies ha definito questo churnalism – ossia fabbricare notizie come fosse una catena di montaggio.
Ho trovato un altro studio in merito l’altro giorno che, più o meno conferma le conclusioni di Cardiff. Uno studio australiano negli anni novanta ha rilevato che un terzo dei contenuti sui media nazionali australiani deriva in tutto o in parte da comunicati stampa. La cifra sale al 70% in alcuni piccoli media. Un altro risultato fornito dallo stesso studio mostra un ulteriore effetto dell’industria delle Rp: solo nove comunicati stampa su 150 monitorati non sono stati utilizzati dai media. Significa il 6% per cento, che tradotto in altre parole vuol dire un 94% di tasso di successo. Un comunicato stampa, comprensivo di foto fornite dalla società – in questo caso un produttore di vino – è stato pubblicato sui giornali ben 69 volte.
Se la percentuale di notizie “ufficiali” o generate dalle Rp è in crescita, come credo che sia… perché accade?
Innazitutto questa non è una novità. Per esempio, da che io posso ricordare, le campagne politiche sono state dominate dai sondaggi. I sondaggi sono acquistati o forniti gratuitamente da un gruppo di interesse e non sono mai particolarmente degni di fiducia, perché possono essere manipolati in qualsiasi modo.
I proprietari di giornali hanno pregiudizi politici. Un giornale liberale dà spazio a moltissime notizie ufficiali di un governo liberale. Un giornale di destra darà spazio a molte più notizie ufficiali di un governo di destra.
Conoscendo le opinioni politiche dei proprietari, i giornalisti spesso si dedicano a ciò che io chiamo “censura preventiva” – scrivendo contenuti che compiaceranno il proprietario, il che, in effetti è un altro modo di fornire notizie ufficiali ai lettori. Il Times di Londra è controllato da Rupert Murdoch. Senza alcuna sorpresa, il giornale è stato molto critico verso la BBC in Gran Bretagna e Silvio Berlusconi in Italia, per citare solo due concorrenti.
Non ci vuole un genio per capire il motivo per cui questa tendenza stia riprendendo slancio. I giornali sono in crisi ovunque. Quasi tutti i giornali in Europa e Nord America stanno perdendo soldi tanto sul cartaceo quanto sull’on line – non esiste un modello di business e fino a quando non verrà trovato, editori e redattori cercheranno di compensare il declino dei budget, tagliando i costi.
Ciò significa sbarazzarsi dei giornalisti più costosi, ossia quelli con la maggiore esperienza. Rara è una redazione con giornalisti di 50 o 60 anni e presto anche i quarantenni se ne andranno a meno che i profitti non tornino a salire. I giornalisti giovani non hanno i contatti che sono essenziali per realizzare inchieste e fornire approfondimenti ai lettori. Non hanno a disposizione un budget che consenta loro di viaggiare o incontrare le proprie fonti. Andate in una sala stampa moderna e penserete di essere finiti in un’assicurazione. C’è un silenzio assoluto, l’unico rumore è dato dai click sui pulsanti di ricerca di Google, non dalle telefonate. I giovani reporter sono bersagli facili per le società di Rp e i lobbisti.
Un altro motivo per cui accade tutto ciò è la rapida evoluzione dei giornali. I quotidiani sono diventati operazioni continue, con macchine in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette dove si è costantemente sotto pressione. I siti web dei quotidiani devono competere con le agenzie di stampa – Reuters, Bloomberg, AP, Dow Jones – mentre il giornale si supponeva fosse una pubblicazione quotidiana. Ma lo stesso giornalista che scrive per il web scrive anche per il giornale e semplicemente non ha tempo per effettuare chiamate extra o vedere gente; scrivere, riempire il sito web, la carta: è tutto ciò che può fare.
Posso citare la mia esperienza al summit di Copenaghen sui cambiamenti climatici del dicembre scorso come esempio. Tutto il giorno ero impegnato in conferenze stampa, a scrivere storie per il web per competere con le agenzie. Alle 22.00 o anche più tardi, mi è stato chiesto da Toronto di scrivere un’analisi degli eventi della giornata o fornire una sorta di commento originale o approfondimento. L’ho trovato molto difficile. Perché? Perché avevo passato tutto il giorno a seguire conferenze stampa ufficiali, non a parlare con persone che potevano fornirmi scorci interessanti sulle scienze climatiche, sulla politica o l’economia. Migliaia di scienziati che si occupavano di cambiamenti climatici camminavano per i corridoi, ma quasi nessuno aveva avuto la possibilità di un colloquio con la stampa.
La ricerca di Nick Davies ha prodotto risultati simili. Per esempio, ha chiesto a un giovane reporter di un tabloid regionale inglese di tenere un diario. Nel corso di una settimana lavorativa di 45 ore, il reporter ha prodotto 48 storie di varia lunghezza sulla base di sole 26 telefonate e 4 incontri faccia a faccia. Durante tutta la settimana, aveva trascorso solo tre ore lontano dalla sua scrivania. So che in alcuni casi, i giornalisti hanno così poco tempo che si limitano ad inviare un’e-mail ad una agenzia di Rp o ad un’altra fonte ufficiale per chiedere un virgolettato in linea con quello che stanno scrivendo. Queste sono chiamate fonti “rent-a-quote” (affitta una citazione).
La tendenza alla notizia ufficiale è dannosa per la società e la democrazia – non vi è alcun dibattito qui. L’invasione dell’Iraq, giustificata in gran parte dalle informazioni sulle armi di distruzione di massa che molti giornali segnalavano come una grave minaccia, è un esempio recente dei pericoli di basarsi soltanto su fonti ufficiali.
Ma la tendenza alla fine si ripercuoterà sui giornali, credo. Fino ad ora, direi che la stragrande maggioranza dei lettori non è consapevole di tutto questo. Sono certamente all’oscuro della tendenza se si limitano a leggere un solo giornale. Coloro che ne leggono due o tre potrebbero sospettare che qualcosa non va quando leggono essenzialmente la stessa storia su ogni giornale e finiscono col chiedersi perché pagare il prezzo di tre quotidiani per leggere la stessa cosa su tutti.
I giornali devono essere giudicati non tanto per quello che dicono ma per quello che non dicono; quello che coprono, ma anche quello che non coprono. Se riportano troppe notizie ufficiali da società, governi e gruppi di pressione, sono solo un servizio di comunicati stampa, con l’aggiunta di qualche blanda opinione di alcuni editorialisti.
Penso che il ricorso a notizie riciclate da fonti ufficiali e agenzie di Rp, in ultima analisi, finirà col ritorcersi contro i giornali per il semplice motivo che essi, più che mai, devono distinguersi dal resto del branco. Chiunque può ottenere ovunque notizie ufficiali da internet. Ma servono notizie originali per catturare l’attenzione del lettore e il denaro della pubblicità. Il quotidiano Telegraph di Londra lo scorso anno riportò lo scandalo dei costi dei membri del Parlamento che caricavano sulle spalle dei contribuenti spese ridicole. La notizia era un’esclusiva e la tiratura del Telegraph è salita a 200.000 copie al giorno.
Rupert Murdoch ha messo il Times e il Sunday Times disponibili on line a pagamento. L’idea è quella di far pagare al lettore per avere un giornalismo di “qualità”. Ma a meno che quei giornali non si allontanino dalle fonti ufficiali – emergendo dalla palude di Internet palude con notizie uniche e originali – sarà difficile trovare sottoscrittori per questi siti.
Alcuni siti di notizie web stanno tentando di fuggire dalle fonti ufficiali. Sono siti indipendenti, come Truthdig, Counterpunch o il Pew Research Centre, che hanno ricchi proprietari o che sono gestiti da società o organizzazioni ben finanziate, nel senso che possono permettersi di pagare per il giornalismo di qualità e di evitare le fonti di notizie ufficiali. Alcuni giornali, come The Globe and Mail, dove lavoro, stanno investendo molto per rilanciare i propri prodotti di stampa e web per renderli più accessibili, e più interessanti, per i lettori e gli inserzionisti.
A proposito del rapporto tra relatori pubblici e giornalisti: nella situazione che ho descritto e se sei una relatore pubblico devi essere estremamente felice, perché le Rp hanno vinto. E finché i giornali sono in difficoltà finanziarie, non vedo come l’industria delle Rp non possa continuare a vincere. E’ molto facile per loro riuscire a piazzare delle notizie sui media. Nel tempo, tuttavia, questo potrebbe ritorcersi contro, se il pubblico non considera più i media tradizionali una fonte affidabile di informazioni. Se ciò accade, l’industria delle Rp finirà col perdere i punti che ha guadagnato. Ma quel giorno potrebbe non venire ancora per anni.
In merito alla questione della qualità del giornalismo, sono di questi giorni gli scioperi dei giornalisti del Corriere della Sera. Clicca qui per leggere la lettera del direttore Ferruccio De Bortoli e il comunicato del CdR.

11 Commenti
elisa213 il 01/10/2010 :
trovo questo intevento davvero sconcertante. già identificare “l’industria delle relazioni pubbliche – gruppi di interesse, in altre parole” vuol dire partire dall’assioma che chiunque faccia RP faccia bieca attività di lobbying e quindi sia pagato per turlupinare il povero cittadino, consumatore e influenzare ancora prima di esso il legislatore, il tutto ovviamente per il solo perseguimento di scopi commerciali. Poi si passa all’assioma “più potere alle RP = fine del giornalismo di qualità”. Ma cosa vuol dire? Non vedo come uno possa uccidere l’altro o perchè mai debbano escludersi. prima ci han detto che il giornalismo di qualità era finito per via del web, del citizen journalism, di youtube e quant’altro, cioè per via di informazioni e contenuti diffusi spontaneamente da chicchessia, ora vien fuori l’esatto contrario, ossia che esso è stato divorato dall’opera scientifcamente orchestrata dai professionisti delle RP. Infine il tanto vituperato “ricorso a notizie riciclate da fonti ufficiali e agenzie di Rp” è una pratica diffusa e cercata ampiamente dai giornalisti stessi per loro stessa volontà (ovviamente, trattandosi di alcune tra le molteplici fonti a disposizione, non si vede perchè non dovrebbero attingere anche da esse) e se il giornalismo di qualità, ammesso che sia vero, è finito, non è certo perchè professionisti delle RP fanno il loro lavoro (come poi esistesse solo l’attività di lobbying nel nostro mestiere..) ma per la pigrizia di alcuni giornalisti che a volte fan fatica ad alzarsi dalla sedia o ad andare oltra il copia-incolla da quanto ricevono.
toni muzi falconi il 01/10/2010 :
Elisa, la tue reazione è comprensibile ma è frutto id un equivoco. Eric replicava ad una mia relazione (avevo chiesto che fosse collegata altrimenti sapevo che ci sarebbero stati equivoci) in cui ci andavo assai più pesante di lui. Al contrario, Eric è stato assai gentile nei nostri confronti, assai più di quando non lo sia stato io.
Spero che, per evitarne altri, sia possibile linkare a questo pezzo la mia relazione (che peraltro era a suo tempo stata pubblicata qui e alla quale per ora nessuno ha reagito…).
Stefano Tesi il 02/10/2010 :
Ho affrontato questo tema molte volte, e in tempi non sospetti, tanto sul mio blog (ad esempio: http://blog.stefanotesi.it/?p=358, http://blog.stefanotesi.it/?p=472 e http://blog.stefanotesi.it/?p=258) quanto in conferenze a articoli e trovo che quanto sostiene Reguly sia una verità solare. Resto convinto che non ci sia bisogno di una contrapposizione ideologica tra giornalismo e pr, due pilastri della cosiddetta informazione moderna, purchè i confini di ambedue siano individuati e circoscritti, senza invasioni di campo. L’equilibrio tra queste due componenti è però ormai compromesso a tal punto che non solo le notizie di pr sono preponderanti, ma il numero di chi opera nelle pr è divenuto preponderante rispetto ai giornalisti. Anzi, peggio: ormai il “travaso” di persone dal giornalismo alle pr è un fiume in piena e questo la dice lunga. Un fenomeno che, togliendo credibilità all’informazione, danneggia anche l’industria della comunicazione.
elisa213 il 04/10/2010 :
Grazie Toni per la precisazione. Spero anch’io di avere presto occasione di leggere la tua relazione, anche per vedere, come dici tu, quanto e in che modo ci sei “andato pesante” (comunque non credo sia intenzione nè interesse di nessuno creare due “schieramenti” contrapposti tra relatori pubblici e giornalisti). In ogni caso, mi pare che questo testo sia chiaro, e faccia ragionamenti comprensibili e non equivocabili, anche se tu affermi che forse io abbia equivocato. Sono temi affrontati più volte, sia in Ferpi che non, e punti di vista chiari; che poi siano o meno condivisibili, è un altro discorso. Se le mia parole sono sembrate troppo “decise” è non solo come reazione immediata alla lettura ma anche perchè, per quanto sia fondamentale fare critica e autocritica, davvero non se ne può più di sentire battere sugli stessi tasti.
valeria232 il 05/10/2010 :
Diverse cose curiose: se anche la nostra (italiana) percentuale di notizie pubblicate dai media e che sono promosse dalle rp è l’80 per cento, mi chiedo come mai , quando a noi relatori pubblici ci viene la voglia di andare a chiedere ai giornalisti cosa pensano del nostro lavoro, ci ritroviamo davanti risposte negative sulla consapevolezza di quel nostro ruolo. Insomma se l’80 per cento delle notizie gliele diamo noi, come fanno a non sapere che lavoro facciamo? come gliele diamo queste notizie? lavoriamo davvero così male?non ci credo.
Poi, se a questo ci sommiamo anche il fatto – molto verosimile purtroppo – che i media hanno oggi una reputazione peggiore di prima presso i lettori, sempre noi, quando ci vengono quelle voglie di conferma e andiamo dai giornalisti a chiedergli che pensano di noi…..che ci andiamo a fare? Se è vero che siamo noi i responsabili di quella caduta del giornalismo già lo sappiamo cosa diranno, ma invece scopriamo che al festival del giornalismo i loro discorsi spaziano dal web all’ ipad ma non parlano in nessun modo del nostro lavoro….se lo dimenticano
E sul churnalism, la costruzione delle notizie di seconda mano: anche quando “prendono e mettono dentro” un’ansa è seconda mano! senza controlli e approfondimenti. Per quel poco che ho frequentato le redazioni, quando avevo in mano un’ansa il caporedattore mi diceva: facci almeno due telefonate sopra, e “poi” fai il pezzo! Oggi poi oltre l’ansa c’è tutto il web….e chi ha frequentato le redazioni lo sa, i giornali sono tutti uguali perché seguono le agenzie, si dice che l’80 per cento di repubblica sono agenzie!. Almeno speriamo almeno che chi sta in agenzia non stia al desk ma vada in giro a vedere notizie di prima mano (perché non indaghiamo? Almeno una fonte la potremmo salvare..)
Una cosa buona: abbiamo la conferma che gli uffici stampa hanno la possibilità di operare come “fonte di informazione”, e non solo come intermediari di telefonate tra il giornalista e il ns l’a.d. o come battitori di comunicati stampa improbabili, ….allora sfruttiamola questa possibilità, e per qualcosa di buono, che ritorni in positivo anche a noi: ritengo che fare un buon ufficio stampa significa tra le molte cose anche fare un servizio utile al giornalista in termini di proposta di contenuti, spunti, storie, cose che noi abbiamo la possibilità di avere tra le mani ogni giorno facendo il nostro lavoro: infatti partendo dalle notizie della nostra organizzazione si hanno notizie del comparto, si lavora con gli esperti del settore, studiosi dell’argomento, con le università, con la cultura…
Non so, questo intervento di Eric Reguly così come lo leggo senza poter vedere quello di Toni (metteranno il link? Non lo recupero a ritroso..) lo trovo semplicista nel modo in cui tira le somme e scrive equazioni. Ma certo la questione è tutt’altro che semplice, è un po’ come un cane che si morde la coda, o come la questione dell’uovo e della gallina.
Se partiamo dalla questione del cambiamento in negativo della qualità del giornalismo, i “cattivi uffici stampa” (e non gli uffici stampa per definizione e per missione) sono uno, e solo uno, degli elementi responsabili di tale declino. E questo dato è innegabile, perché innegabile è l’esistenza di altri fattori (molti, dal web alla crisi delle entrate pubblicitarie alla rigidità sindacale) che hanno cambiato il modo di fare il mestiere.
Se partiamo dai “cattivi“ uffici stampa, ricordiamoci che tanti uffici stampa sono considerati non validi esattamente perché non riescono a farsi pubblicare un bel tubo di niente. Insomma l’eterna lotta dell’ufficio stampa è riuscire a farsi ascoltare, avere uno spazio di attenzione. I giornali non sono senza filtri, tutt’altro! Ci sono rigidi criteri di selezione delle notizie, linee editoriali, emergenze in pagina, amicizie….quindi per un verso mi sento di dire che sono ancora i giornalisti a dettar le regole nelle loro pagine (i giornalisti in senso generico, poi nel dettaglio sono i capo redattori o i vice direttori a salire che decidono cosa devono scrivere i loro giornalisti….mentre poi fanno le lotte “fuori” contro la legge anti bavaglio……)
Potrei continuare all’infinito a fare un distinguo di caso per caso, perché ci sono gli uffici stampa di piccole organizzazioni che rincorrono i giornalisti, ci sono gli uffici stampa delle grandissime organizzazioni che sono invece rincorsi dai giornalisti,… ..e allora chi subisce l’influenza di chi?
sento dire ad alcuni giornalisti che “con gli uffici stampa non ci parlano fanno tutto senza” ma di certo non sono giornalisti che scrivono della vicende delle grandi organizzazioni che passno le notizie solo attraverso l’ufficio stampa.
E poi mi sale una riflessione di senso: ma oggi per le organizzazioni ha davvero ancora senso lavorare per avere visibilità sui media? è davvero così importante e decisivo per il raggiungimento dei loro obiettivi? Oggi tanti nuovi soggetti si affacciano in questo mercato, “vogliono comunicare, avere visibilità, per farsi conoscere etcc…et…” ma serve davvero andare sui media? Ma anche qui, mi viene da ripartire con i distinguo, se si tratta di una grande multinazionale, di una piccola impresa, di un politico….
E concludo con quanto detto prima: personalmente ritengo che l’intervento scrive un’equazione brutta, frutto di un ragionamento semplicistico,per quanto fatto con gentilezza.
elisa213 il 05/10/2010 :
grazie Valeria per la tua analisi lucida in tutti i suoi distinguo, che condivido pienamente
francesca albanese il 05/10/2010 :
Parto da quest’ultima stimolante domanda di Valeria per ricordare alcune riflessioni che, 7 o 8 anni fa, erano state proposte in un altro confronto culturale della professione. A proposito dei media avevamo azzardato una previsione di ‘azzeramento’… un’espressione paradossale ma che voleva provocare sul valore attuale dei media per la comunicazione. Già attuale allora… ancora più attuale adesso, a mio parere.
‘Azzeramento dei media’ era un’espressione iperbolica e appassionata per indicare ed auspicare il superamento di una crisi dei media in uno scenario sconfortante dove la spettacolarizzazione delle notizie e il diluvio informativo provocavano omologazione e opacità comunicativa e dove i media, appunto, si prestavano al dilagare di un teatrino dell’immagine che non aiutava la comunicazione… sempre intendendo per comunicazione quell’attività simmetrica che mette in relazione le diverse identità in una società pluralista. Come professionisti della comunicazione ci sembrava importante allora – per quanto potesse sembrare paradossale – ridimensionare i media o, per meglio dire, conferire il giusto peso ai mezzi di comunicazione di massa considerandoli solo come uno degli aspetti importanti di una progettazione strategica della comunicazione. Insomma volevamo opporci alla comunicazione ‘apparente’ che imperava sui media, mentre la comunicazione ‘reale’ era quella che interessava a chi, come noi, con la comunicazione volevamo raggiungere obiettivi concreti e generare un proficuo scambio relazionale tra i diversi soggetti.
Credo che oggi si possa rivedere quelle riflessioni e, senza raccontarle al tempo passato, riadattarle allo scenario che si è ancora più evoluto verso una comunicazione relazionale anche sui nuovi media. Perché è vero che, oggi, molte organizzazioni sono più capaci di comunicare anche senza la mediazione giornalistica, alla ricerca di una relazione sempre più diretta e interattiva con i loro stakeholder.
Detto ciò, penso che il ‘churnalism’ non sia una vittoria neppure per le relazioni pubbliche. Se il rapporto col giornalista – che per il relatore pubblico resta uno stakeholder significativo – non è uno scambio alla pari, questo è una perdita anche per la nostra professione. Se non abbiamo più davanti un interlocutore qualificato e autorevole – in grado di controbattere le nostre posizioni ‘di parte’ – con cui confrontarci, la stessa comunicazione dell’organizzazione che rappresentiamo ne risente… per quanto il nostro cliente/datore di lavorogioirà vedere pubblicato sui giornali il comunicato stampa dell’organizzazione senza la correzione di neppure una virgola. Credo che lo scadere della qualità del giornalismo – sia per motivi di tagli dei costi, sia per il disorientamento rispetto alla rivoluzione del web e alla perdita di ruolo dei giornalisti – faccia male anche alle RP.
Auguriamoci l’azzeramento dei media nel senso di ‘ricominciare da zero’ per rivedere i ruoli di tutti gli attori della comunicazione, da una parte e dall’altra.
valeria232 il 05/10/2010 :
Grazie davvero Francesca per questo affresco chiaro e incisivo. E’ proprio così, anche secondo me: il primato delle relazioni con i media (non so se sono ancora al primo posto in realtà, ma sicuro hanno una percentuale ingombrante) oggi può davvero lasciare spazio e risorse al lavoro di relazioni dirette con gli altri stakeholder. Pian piano magari ci arriviamo a farlo capire ai nostri clienti.
E per quello che riguarda la caduta della qualità del giornalismo, fa male a tutti noi come cittadini. Ormai mi sono abitutata a comprare giornali, scorrere noiosamente tutti i titoli, leggere quegli articoli necessari per lavoro (come fossero una medicina) e mettere da parte per la sera quei pochi articoli di valore aggiunto.
In ogni caso è vero che anche noi rp abbiamo una fetta di responsabilità in questa perdita, io non lo nego, ma nego che sia “soprattutto” colpa nostra. Andrebbe fatta un’indagine qualitativa, oltre che quantitativa dei comunicati che passano. andrebbero incrociati molti altri dati. hai ragione, auguriamoci anche una revisione dei ruoli reciproci, per la reciproca tutela.
valeria232 il 05/10/2010 :
credo che l’intervento di Toni sia questo:
http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_ferpi/notizie_ferpi/informazione-e-cultura-nella-network-society-il-ruolo-delle-relazioni-pubbliche/notizia_ferpi/41912/11
in particolare dove dice:
La seconda riflessione riguarda il tema centrale del convegno organizzato da Ferpi nell’ambito della 62° edizione del Prix Italia: l’informazione.
Due anni fa il dipartimento di giornalismo dell’università inglese di Cardiff pubblicò una ricerca rivelatrice dove si dimostrava che l’82% delle informazioni pubblicate dalla stampa inglese di qualità (Independent, Guardia, FT, Times…) fosse direttamente ispirata da gruppi di interesse che si narravano servendosi di servizi interni o esterni di relazioni pubbliche.
Nel 1965 una ricerca analoga dell’Università della Georgia sui due quotidiani nazionali di allora (NYU, WSJ) indicava allora un soglia del 45%. Nel 1995 un lavoro di Hill & Knowlton riferito solo alla stampa economica, parlava del 65%.
Questa impressionante accelerazione è largamente sconosciuta ai lettori, e verosimilmente anche agli editori e ai giornalisti.
Per quanto progressivamente sia sempre meno valorizzato nella sfera pubblica il mito dell’indipendenza dei giornali dagli interessi particolari delle organizzazioni di ogni tipo (economiche, sociali, culturali e politiche..), esiste sicuramente una correlazione fra questa escalation di churnalismo (termine coniato dagli stessi ricercatori di Cardiff), la crescita dei social media e il declino dei media tradizionali.
Qualsiasi possano essere le implicazioni sul ruolo complessivo dell’informazione e sulla stabiltà delle nostre infrastrutture istituzionali, le conseguenze del fenomeno sulla professione giornalistica sono profonde e devono ancora essere pienamente valutate, particolarmente la loro correlazione con il declino del modello di business dei media tradizionali.
Voglio solo rilevare la grande contraddizione fra l’esplosione di auto rappresentazione di interessi da parte di qualsiasi tipo di organizzazione e la riduzione del numero di giornalisti professionisti che lavorano a tempo pieno nei media tradizionali.
Se possiamo sicuramente attribuire quest’ultimo anche al declino del modello di business, possiamo anche però pensare che gli editori considerino l’onda crescente di pubblicazione della rendicontazione interessata, almeno temporaneamente, un valido sostituto al giornalismo investigativo, multi fonte e indipendente.
Questo è assai allarmante, non solo da una pur sempre importante prospettiva etica, ma anche da quella organizzativa. Infatti, quanto più l’efficacia e il successo dei media rimangono ancorati alla credibilità, per quanto declinante, del giornalismo, certo la sua transizione al churnalismo non aiuta.
Abbiamo chiesto il contributo di Eric Reguly, giornalista senior, corrispondente speciale Europeo di uno dei maggior quotidiani canadesi (Globe and Mail) con molte esperienze alle spalle anche per altre testate leader internazionali. La sua percezione di questo fenomeno, le sue attitudini, la sua esperienza sono per noi assai rilevanti perche se c’è una cosa che possa migliorare le relazioni tra giornalisti e relatori pubblici, queste devono iniziare da una franca, critica e trasparente comprensione della situazione da parte di entrambi, assai prima che gli editori e le coalizione dominanti delle organizzazioni.
toni muzi falconi il 05/10/2010 :
bel dialogo davvero! Due piccole precisazioni:
Valeria, quando dici che :
…mi chiedo come mai , quando a noi relatori pubblici ci viene la voglia di andare a chiedere ai giornalisti cosa pensano del nostro lavoro, ci ritroviamo davanti risposte negative sulla consapevolezza di quel nostro ruolo. Insomma se l’80 per cento delle notizie gliele diamo noi, come fanno a non sapere che lavoro facciamo? come gliele diamo queste notizie? lavoriamo davvero così male?non ci credo..
hai ragione, ma il problema è proprio quello. Nella ricerca (unica in Italia) di tre anni fa di Chiara Velntina e mia (lo specchio infranto-luca sossella editore) emerge chiaramente che i giornalisti quando pensano alle relazioni pubbliche (e ne scrivono, influenzando i loro lettori..) vedono solamente l’aspetto di relazioni con la stampa e organizzazione di eventi (sempre per attirare l’attenzione della stampa). Ed è solo normale che sia così, visto che noi ci serviamo di loro proprio per veicolare le noste info attraverso la stampa. Non possiamo poi lamentarci se la percezione del nostro lavoro sia questa. Tocca a noi, e in primis, alle nostre asssociazioni professionali spiegare ai giornallisti che facciamo anche altro… ed è anche per questo che abbiamo scelto i giornalisti come uno dei quattro gruppi di stakeholder con cui dialogare nella implementazione degli stockholm accords…
Se poi decidessimo anche di non parlare più di ufficio stampa, ma di relazioni con i media (o meglio, con i giornalisti) allora saremmo coerenti con quano afferma Francesca quando dice che il giornalista è uno stakeholder alla pri di altri….
valeria232 il 05/10/2010 :
Toni sapevo che avresti risposto sulla questione dell’indagare presso i giornalisti. E aggiungo una riflessione ulteriore, magari è molto banale e scontata, ma eccola: a me non interessa nulla che il giornalista sappia in assoluto cosa diavolo faccio io di lavoro (che non faccio solo comunicati ma magari analisi di scenario, mappatura degli stackholder etcc ) perchè probabilmente il giornalista non sa bene neanche cosa fa un professionista di marketing strategico (dirà pubblicità ben fatta?), un professionista di coaching (formazione con un po’ di fuffa e un po’ di americanate dentro), di hr (colloqui, presenze assenze e poi boh), di consulenza strategica (fuffa ben pagata) di recupero crediti e non so che altro.
A me interessa moltissimo invece (per motivazione personale e necessità di credibilità professionale) che capisca che faccio un lavoro di qualità, e lo può e lo deve capire attraverso quello che vede: le notizie che gli mando.
quindi ribadisco che la qualità del nostro lavoro (ergo qualità dei contenuti e notizie) che per loro potrebbe essere un servizio utile, è la chiave fondamentale per accreditarsi e costituire un rapporto di fiducia con i giornalisti.
E la fiducia professionale (stima circa la ns preparazione, la ns onestà quindi la ns credibilità) secondo me è l’unico elemento (marchette a parte) che alla lunga può bilanciare la pesante mancanza dell’altro elemento chiave in questo rapporto: la parità di posizione. che non c’è per definizione.
tempo fa facevo un colloquio con una ragazza che voleva avvicinarsi all’attività di media relations e le chiesi quale era secondo lei l’elemento chiave per una strategia di media relations efficace. Lei mi disse “la relazione personale”. io rimasi in parte contenta di questa risposta, perchè pensai che almeno avevo di fronte una persona che non avrebbe mandato comunicati a spamming a redazione@…………….it ma sarebbe andata in giro per le redazioni a parlare, ma le dissi che la relazione era molto importante, ma quello che vinceva era la validiità dei “contenuti”. ovviamente questa è una mia visione personale del modo di fare comunicazione con i media.
però a ben pensarci, se davvero si lavorasse di più sulla qualità dei contenuti (e non sui messaggi..), anche se richiederebbe una preparazione da parte nostra rigorosa e in continua revisione e aggiornamento (leggere molto, tutto), ci guadagnerebbe proprio il giornalismo e tutti noi lettori.
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