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Nimby: tra relazioni pubbliche e pericolose
E’ difficile parlare di processi decisionali pubblici in un periodo storico come quello che stiamo vivendo. Utile, in proposito, la riflessione scaturita dal recente Convegno nazionale sul Nimby e l’intervista in esclusiva ad Alessandro Beulcke, presidente di Aris, l’associazione che dal 2004 gestisce l’Osservatorio Permanente sul tema.
03/03/2010, Notizie Ferpi, 7 Commenti
Dopo il Nimby Forum di Roma, un ricco e stimolante approfondimento proposto dai nostri soci Fabio Ventoruzzo (CentroStudi) e Sergio Vazzoler (Nimby e processi decisionali inclusivi). Il menù propone:
- le evidenze emerse dall’Osservatorio Nimby Forum
- l’intervista ad Alessandro Beulcke (qui di seguito)
Una prima riflessione non può che essere legata all’attualità: mentre discutevamo degli spunti emersi dall’ultima edizione del Nimby Forum, siamo stati travolti dall’incalzante cronaca di una nuova (?) stagione gelatinosa, dal rinnovato tintinnar di manette legato agli appalti, dal disastro ambientale del fiume Lambro e dal sangue in Val di Susa.
In una cornice di questo tipo la sensazione d’impotenza per i comunicatori che tentano di rendere più facile il percorso di un’opera può essere tanto forte quanto pericolosa. La pericolosità sta proprio nel rinunciare a combattere una battaglia fondata sull’importanza attribuita alla parola, al linguaggio, alla forza dell’ascolto e del dialogo, alle mappe relazionali, al monitoraggio sistematico, insomma a insistere nel far comprendere il valore delle relazioni pubbliche e istituzionali (quelle vere!) ai nostri clienti interni ed esterni.
Ebbene, fatto un bel respiro, intendiamo allontanare il pericolo, ricominciando a fare ciò che siamo capaci: analizzare nuove e vecchie tendenze e lavorarci su…
Ecco, allora, che un’attenta rilettura del fenomeno ci porta a dover abbattere le tradizionali barriere tra organizzazione pubblica, privata e sociale. Una decisione amministrativa non è solo il frutto di volontà pubbliche ma l’espressione attuativa di una scelta organizzativa (pubblica, privata o sociale che sia). L’interpretazione del fenomeno Nimby, quindi, non dovrebbe limitarsi alla sola gestione successiva di una decisione amministrativa. Deve, invece, prendere in considerazione anche la fase di identificazione di un cantiere che – vista la crescente contestazione – deve essere accompagnata e preceduta da opportune politiche comunicative/relazionali programmate, consapevoli e costanti che non siano così solo funzionali all’attuazione della decisione, ma che in parte contribuiscano preventivamente al processo decisionale per la sua definizione.
Ognuno di noi è dunque chiamato ad operare in maniera responsabile per il superamento degli effetti Nimby che imbavagliano lo sviluppo economico e sociale. Proprio per la nostra crescente responsabilità nel governo della questione, il Gruppo di Lavoro Nimby di Ferpi, con il supporto del CentroStudi, lavora per arrivare alla definizione di linee guida utili a supportare i colleghi non tanto nella gestione operativa di una situazione di conflitto (lascia il tempo che trova un approccio buono per tutte le situazioni…), bensì nella costruzione di un cruscotto delle variabili comunicative di un territorio che si renda operativo prima ancora della decisione amministrativa e che possa arricchire e influenzare positivamente le scelte di un player aziendale, di un decisore pubblico o di un gruppo d’interesse.
Nel frattempo non smettiamo di studiare… a tal proposito segnaliamo la recente pubblicazione del libro di Alfredo Macchiati e Giulio Napolitano, edito da il Mulino , il titolo è auto esplicativo: E’ possibile realizzare le infrastrutture in Italia?
Ecco il colloquio tra Sergio Vazzoler – delegato Ferpi all’area “Nimby e processi decisionali inclusivi” – e Alessandro Beulcke, Presidente di Aris (agenzia di ricerche informazione e società), l’associazione che ha ideato e gestisce da cinque anni l’ Osservatorio Media Permanente Nimby Forum.
Quali sono le principali novità che emergono dall’ultima edizione dell’osservatorio?
Intanto, dal 2004, anno in cui è stato istituito l’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, ad oggi abbiamo registrato una continua crescita del fenomeno nel nostro Paese. Oggi sono 283 gli impianti contestati. Di questi 152 sono nuovi impianti, ma gli altri sono progetti oggetto di contestazioni da anni e addirittura 36 sono gli impianti che sono inseriti nel database fin dalla prima edizione. Si sono succeduti Governi, amministratori pubblici, sindaci e assessori, ma nulla è cambiato, quell’impianto continua ad essere in stallo. Senza entrare nel merito dei singoli casi, è evidente che c’è una stortura da qualche parte e che non si può pensare che questo favorisca lo sviluppo del Paese. L’altra novità riguarda il tipo di impianti oggetto di contestazione: circa il 50% sono impianti per la produzione di energia e tra questi annoveriamo anche impianti da fonti rinnovabili, in particolare eolico e biomasse, ma anche fotovoltaico. Eppure, sulla carta, la loro accettabilità sociale è più elevata. Un elemento che merita una riflessione particolare e che rischia di allontanarci ulteriormente da un’Europa sempre più orientata alle green technologies.
Quali conseguenze comporta sull’iter decisionale la crescente politicizzazione del fenomeno?
Dobbiamo partire da un presupposto: il fenomeno delle contestazioni è fisiologico e sano, perché nasce dall’esigenza legittima della popolazione di un territorio di non essere tenuta fuori da decisioni che influiscono direttamente sulla sua vita. Se questa esigenza non viene intercettata a tempo debito, cioè prima di avviare la realizzazione di un impianto, questo elemento può diventare patologico, in qualche modo si incancrenisce e non c’è più modo di iniziare un dialogo serio e specifico, sul merito del progetto, ricadendo invece in discorsi ideologici che non servono a nessuno. La politicizzazione di Nimby ha portato a una sua degenerazione: la politica tende a cavalcare il fenomeno e a “usarlo” in maniera ideologica per meri interessi di consenso. Tant’è che oggi non si parla solo di Nimby ma anche di Nimto, acronimo molto significativo che possiamo tradurre con “non durante il mio mandato” (Not In My Term of Office). Ci sono opere e infrastrutture la cui realizzazione è certamente complessa, nel momento in cui se ne è accertata la necessità, la politica deve sapersi far carico di una scelta e di un progetto di incontro con la comunità locale. Tutto ciò è certamente complesso, ma non ci sono altre vie di uscita veramente risolutive. A monte c’è un altro problema, la mancanza di una visione del futuro, di un’idea condivisa del bene del Paese. In mancanza di chiarezza in questo senso, inevitabilmente emergono e prevalgono gli interessi particolari, personali, che quasi mai vanno nella direzione del bene della comunità o del territorio.
Circoscriviamo il campo del Nimby agli aspetti di comunicazione. A cinque anni dalla prima edizione del vostro osservatorio, proviamo a tracciare un breve bilancio: quali sono gli aspetti che sono ormai diventati cultura condivisa nelle organizzazioni e quali invece i nodi irrisolti?
La sensibilità è cresciuta. Si ha la consapevolezza a livello generale che non si può realizzare un’infrastruttura senza coinvolgere in maniera diretta le persone che vivono in quel territorio. Lasciare fuori la demagogia, la scelta di promuovere processi partecipativi ha in sé ragioni di efficienza e di economicità; paga di più risolvere le cose bene prima che affrontarle dopo. Paga di più sciogliere tutti i nodi e procedere spediti che partire in quarta e poi fermarsi per anni. Con molta lentezza, si sta facendo largo anche da noi una cultura della partecipazione, sia a livello istituzionale, sia a livello di imprese. Queste però hanno ancora una scarsa dimestichezza con i processi di comunicazione: nel timore del confronto, scelgono di non esporsi, rinunciando a far emergere le loro ragioni che sono necessarie esattamente come quelle contrarie. Questa mancanza di autonomia, tra l’altro, le fa ostaggio della politica locale.
Nell’ultimo anno in Italia si sono tentate azioni di ascolto e partecipazione strutturati, sul modello del dibattito pubblico, già sperimentato con successo in Francia e Inghilterra. Che giudizio ne dai?
Finora ci sono esperienze sporadiche. Certamente, un segnale importante è venuto dalla Regione Toscana che ha introdotto nella sua legislazione una specifica Legge sulla partecipazione (n. 69/2007), una legge finanziata, attraverso la quale la Regione sostiene quei comuni che avviano un processo partecipativo a monte della realizzazione di un progetto. È un segnale importante proprio perché non risponde a una situazione di emergenza, ma vuole in modificare l’approccio maniera sistemica. Un’altra esperienza importante è quella portata avanti a Genova, per la realizzazione della Gronda autostradale: anche in questo caso le istituzioni sono state virtuose, l’iniziativa è stata presa dal sindaco di Genova che ha coinvolto la società Autostrade, l’Anas e i comitati, affidando a una commissione terza e imparziale la gestione del processo nel suo complesso. Queste esperienze devono essere integrate in un quadro normativo di riferimento capace di regolare l’intera procedura, dalla presentazione di un progetto alla sua realizzazione.
Un altro fenomeno emergente per chi tra di noi opera come consulente o all’interno delle organizzazioni è l’impatto dei nuovi media sociali. A livello di Nimby si nota un legame molto stretto tra il “comitatismo” e la Rete come amplificatore di messaggi, petizioni e iniziative sul territorio: cosa cambia nella relazione con gli stakeholder?
I comitati usano la rete per veicolare i propri messaggi in maniera molto efficace. Le aziende proponenti non sanno fare altrettanto; la comunicazione on line è spesso troppo istituzionale, fredda, poco accessibile. È invece molto importante che imparino a farlo, che imparino a comunicare anche gli elementi tecnici e scientifici nella maniera più aperta possibile. Non si tratta di usare la rete per azioni di contrasto, ma di fornire elementi necessari alla comprensione del progetto, alle ragioni che ne rendono necessaria la costruzione, alle opportunità di sviluppo, senza celare gli elementi critici che possono esserci e che bisogna considerare nel quadro completo.
Un’ultima parola sul grande tema del 2010: il ritorno del nucleare in Italia. Dal tuo osservatorio privilegiato, azzarda una previsione sul percorso dei prossimi mesi: ce la farà il Governo a far “digerire” le nuove centrali ai diversi backyard del Paese?
Non ho la sfera di cristallo ma si deve correre, e in fretta. I motivi sono molteplici. Intanto, veniamo da trent’anni di totale black out su questo tema: il nucleare era diventato un tabù e non se ne è più potuto parlare, così, al di là del ritardo scientifico e tecnologico che sconta nel settore la ricerca italiana, c’è un ritardo culturale e informativo profondo, chiamiamola pure ignoranza, che ci accomuna tutti come cittadini. Per questo fare informazione e comunicazione su questo tema è fondamentale, ma il Governo non si è ancora mosso, sebbene nella Legge Sviluppo si parli esplicitamente di campagne di comunicazione e dell’istituzione di un Comitato di confronto e trasparenza. Al contrario, le opposizioni si sono già attrezzate e come abbiamo detto precedentemente, possono sfruttare una rete già esistente di comitati locali e nazionali, sia reale sia virtuale. Un divario che non aiuta il dialogo. Ancora una volta quello che davvero manca è l’assunzione di responsabilità. Bisogna metterci la faccia, spiegando che il rilancio del nucleare si inquadra in una strategia complessiva di ristrutturazione del sistema energetico italiano che a sua volta nasce da un’analisi del fabbisogno energetico dell’Italia, un paese che vuole continuare a crescere. O no?
Fabio Ventoruzzo e Sergio Vazzoler

7 Commenti
Patrizia Sterpetti il 04/03/2010 :
Il fenomeno Nimby offre lo spunto a numerose riflessioni.
Ciò su cui vorrei porre l’accento è l’assenza, nel nostro ordinamento, di un meccanismo trasparente, inclusivo e partecipativo. Il farraginoso sistema burocratico genera un’insanabile incomunicabilità tra i diversi livelli istituzionali. E’ necessario, in un sistema fortemente mediato dalla politica, costruire il consenso attraverso il coinvolgimento delle comunità locali. Nasce da qui l’esigenza di una procedimentalizzazione delle decisioni che dia voce a tutte le parti coinvolte.
In una situazione di “stallo decisionale” la comunicazione rappresenta l’unico strumento utile per generare consenso.
toni muzi falconi il 04/03/2010 :
Sia il pezzo ben pensato di Fabio che la utilissima e puntuale intervista di Sergio, insieme alle intelligenti e competenti risposte di Alessandro Beulcke, offrono un terreno fertile per la prosecuzione della discussione….. e provo a lanciare alcuni stimoli:
a- il passaggio in corso dal modello shareholder al modello stakeholder nelle imprese più attente in tutto il mondo contribuisce, come sollecita Fabio, a una prospettiva non strettamente legata alle amministrazioni pubbliche.
Del resto, fra le motivazioni di fondo del passaggio è il fatto che le imprese non possono più pensare di evitare il confronto preventivo, rispetto alle varie fasi operative di attuazione di una strategia, con quei pubblici che subiscono o producono conseguenze da ciascuna di quelle fasi.
b- il nimby, che ha sue peculiari caratteristiche di natura territoriale, diventa quindi più generalmente ‘resistenza al cambiamento’ (non abbiamo mai fatto così e/o ma abbiamo sempre fatto cosà).
La resistenza al cambiamento è fortemente connotata dai processi comunicativi che le organizzazioni intraprendono per tentare di rimuoverla. E quindi ci riguarda.
Trovo però particolarmente stimolante la suggestione di Fabio quando dice che, in ciascun territorio, le applicazioni specifiche (o meglio l’infrastruttura relazionale e comuicativa) è unica e va attentamente studiata prima della decisione, qualunque essa sia.
Da questo punto di vista i due esempi della Regione Toscana e del Sindaco di Genova citati da Beulcke meritano una attenta analisi. Una cosa però è confrontarsi nel migliore dei modi possibili con gli stakeholder attivi, altra cosa è
fase per fase attuativa dopo che la decisione è stata presaarticolare percorsi comunicativi con gli stakeholder potenziali per orientarli a diventare essi stessi attivi.E la questione del nucleare (solo l’anno prossimo si saprà con certezza la mappa dei siti, quindi c’è un anno di tempo e non è poco) potrebbe essere un terreno fertile di adozione e applicazione della parte delle applicazioni specifiche del paradigma delle nuove relazioni pubbliche, senza peraltro dimenticare che anche la parte dei principi generici, strettamente interdipendenti, va declinata nel merito (come lo stesso Fabio suggerisce in un altro commento ad una bella discussione recente su questo sito (http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/attenzione-ai-cattivi-maestri/notizia_rp/40811/9).
>Ricorderei poi alcune questioni già emerse dal nostro dibattito in questi anni:
a) la necessità di prevedere una due diligence culturale e sociale (che nulla ha a che vedere con la consueta e un pò desueta valutazione dell’impatto ambientale, così come è lontana mille miglia dalla procedura farraginosa della conferenza dei servizi) per ogni opera messa a bando e, aggiungerei, per ogni fusione, separazione o integrazione organizzativa;
b) la necessità che le call for proposals (bandi pubblicie privati) siano integralmente rimodulati per tenere conto delle straordinarie modifiche intervenute nell’ambiente comunicativo interno, esterno, di confine, locale, regionale o globale e che descrivano domande sensate ed orientate all’efficacia piuttosto che all’efficienza, mantenendo sempre fermo l’asse obbligatorio di indicatori per la valutazione e la misurazione del risultato (che sia un palazzo, una strada, un nuovo prodotto o una iniziativa di comunicazione…).
Alla fine poi (almeno per ora) c’è la questione, anch’essa affrontata con misura e sobrietà da Sergio nella sua intervista, riferita ai social media.
E su questo si apre un orizzonte che, anche se muta nessuno dei punti precedenti, li integra orizzontalmente e mette sul piatto un fenomeno nuovo: il fatto che le opinioni di formano oggi più sui social media che in qualsiasi altro spazio (sfera pubblica).
Il problema poi è di capire quanto queste opinioni durino e quanto si debba dare loro importanza (anche nei processi decisionali).
Ma il tema comunque esiste ed è da sottolineare.
sergio370 il 05/03/2010 :
Come al solito il “rilancio” di Toni è carico di suggestioni e dà spessore al discorso avviato nelle conversazioni tra me e Fabio e che riporta anche (doveroso da parte mia dirlo) contributi raccolti nei primi incontri del gruppo di lavoro sul tema.
Riprendo un punto: l’infrastruttura relazionale comunicativa di un territorio e i social media. Toni ha ragione: il fenomeno è orizzontale e ha conseguenze concrete in tutte le variabili del campo, dalla facilità di connessione tra diverse forme di opposizione, al ruolo di chi nelle aziende è incaricato di analizzare, mappare e gestire il fenomeno (attenzione, non è materia per stagisti!), sino alla web policy che definisca almeno qualche paletto per tutto il management…insomma questo è un tema grosso e come sottolinea Beulcke i “non organizzati” sono in realtà molto più avanti delle organizzazioni private e pubbliche…siamo chiamati ad approfondire la materia e – consentitemi la provocazione – non lasciarla in mano a chi promette di “ripulire” in quattro e quattrotto la reputazione on line delle aziende, materia che appassiona molto i giornali ma che trascura la complessità della questione. O no?
fabio734 il 05/03/2010 :
Non sarò breve. Ma le cose da dire sono tante. Perchè gli stimoli lanciatoi da Patrizia, Toni e Sergio sono invitanti. E le conseguenze del fenomeno Nimby sulla nostra professione sono tante, rilevanti e meritano una riflessione. Sicuramente non possono limitarsi al suo aspetto operativo (“facilitare il consenso della collettività nell’accettazione della decisione assunta”). Impongono, quindi, una riflessione più ampia sulla governance organizzativa.
Ritariamo intanto l’oggetto del contendere: effetto Nimby non è solo contestazione di una decisione amministrativa e della sua cantierizzazione. Come osserva Toni, è connaturato alla più generale gestione del cambiamento come conseguenza delle decisioni di una organizzazione. Punto. Percezione che provoca nei pubblici un continuum di reazioni: dal supporto (impegno, partecipazione) alla difesa/reazione (negazione, conflitto) passando anche da una semplice accettazione passiva.
Già questo semplice ripensamento amplia notevolmente il nucleo della discussione sul fenomeno Nimby:
- trasversalmente: il Nimby è una possibile conseguenza delle decisioni anche delle organizzazioni private e sociali… e non solo di quelle pubbliche, quindi.
- internamente: il Nimby è una possibile reazione anche dei pubblici interni delle organizzazioni (pensiamo ad una riorganizzazione di Filiale o di Direzione) … e ciò in linea con gli ultimi European Communication Monitor che danno le relazioni pubbliche sempre più orientate alla comunicazione interna e al change management.
- verticalmente: il Nimby investe i gruppi dirigenti delle organizzazioni (e non solo le funzioni manageriali specifiche) della responsabilità di governo delle relazioni con gli stakeholder … e anche questo in linea con il King Report III che pone il “modello inclusivo degli stakeholder” come compito prioritario del consiglio d’amministrazione.
Questo ampliamento d’orizzonte non può rischiare certo di annacquare il significato e le implicazioni della questione Nimby. Deve, anzi, diventare una opportunità di sviluppo per la nostra professione che può così contribuire efficacemente alla qualità del processo decisionale delle organizzazioni per/nelle quali lavoriamo: il valore di ogni organizzazione, infatti, si fonda oggi più che mai sulla qualità delle relazioni con i suoi diversi stakeholder. E la qualità è buona quando la soddisfazione, l’impegno, la fiducia e l’equilibrio di potere fra le parti della relazione sono caratteristiche reciprocamente desiderate. E, ancora, più questa qualità delle relazioni è buona tanto più efficaci sono le decisioni dell’organizzazione. E più ancora lo è la velocità con cui vengono attuate, evitando così gli ormai noti fenomeni da paralisi da analisi e le sindromi da rigetto aprioristico.
Le relazioni pubbliche devono consapevolmente mettere nella loro agenda (e sensibilizzare altri a tematizzare) una nuova interpretazione di Nimby: non più solo un problema operativo di governo (locale) delle conseguenze di una decisione ma un impegno di governance (organizzativa) delle relazioni con gli stakeholder. Come dire, per contrastare la fenomenologia Nimby non basta più solo ascoltare e far partecipare gli stakeholder nella fase di attuazione della decisione attraverso il coinvolgimento, la comunicazione (seppur trasparente) e la partecipazione/inclusione. Occorre, invece, potenziare un processo consapevole di riflessione per recuperare e includere le aspettative di questi stakeholder prima e durante la definizione degli obiettivi organizzativi da parte dei suoi vertici.
Che cosa implica tutto questo per la nostra professione?
1) Prima di tutto, attuare il suo ruolo strategico-riflettivo:
- identificare preventivamente gli interlocutori, monitorando il contesto (anche locale) in cui opera l’organizzazione;
- ascoltarne/comprenderne le aspettative prima di prendere una decisione, riportandole al gruppo dirigente anche tenendo conto delle finalità e degli obiettivi dell’organizzazione;
- fornire suggerimenti a chi debba decidere politiche/strumenti/canali che consentano di tenere conto di quelle aspettative e ridurre costosi e prevenibili conflitti, ritardi e turbolenze.
2) Ma non basta. Il ruolo strategico si alimenta anche della sua funzione abilitante: mettere a disposizione dell’organizzazione risorse, competenze e informazioni per interpretare lo scenario e governare consapevolmente le relazioni con i diversi interlocutori.
Per presidiare i possibili effetti Nimby soprattutto a livello locale, quindi, i relatori pubblici devono essere capaci di ricostruire l’infrastruttura comunicativa/relazionale di ciascun territorio, intesa come sistema politico, istituzionale, economico, dei media, socio-culturale … e, soprattutto, quello della cittadinanza attiva, tenendo in considerazione che l’avvento dei media digitali ha disintermediato il processo tradizionale di formazione delle opinioni
La sfida di oggi è riuscire a costruire e alimentare spazi (fisici e virtuali) in cui non solo dialogare con gli interlocutori, ma abilitare il confronto tra di loro, monitorando così e tenendo traccia delle diverse opinioni e comportamenti.
Da dove cominciare, quindi, per riflettere e tenere in considerazione questo passaggio e aggiornare il Nimby? Condivido l’impressione di Toni: sicuramente il nucleare (al di là ideologie e posizioni latenti), sarà la questione più rilevante nelle politiche comunicative e relazionali delle aziende interessate (operatori e filiera), delle Istituzioni centrali e locali e delle diverse espressioni della cittadinanza, soprattutto a livello territoriale.
Il nucleare – a detta di tanti – potrebbe diventare, quindi, il cantiere in cui aggiornare e consolidare le nostre competenze professionali per migrare da un approccio verticale della comunicazione ad uno trasversale in grado di contribuire alle qualità delle decisioni organizzative, primo ma fondamentale passo verso la responsabilità di governance di una questione che – oltre ai tanti interessi in gioco da parte dei diversi stakeholder – impatta fortemente sull’interesse sociale e collettivo.
francesca albanese il 06/03/2010 :
Credo che il fenomeno del Nymby sia tra i più emblematici dell’attuale scenario italiano (tanto per ricollegarmi alla discussione sulla necessità di trovare una risposta comunicativa efficace in questo contesto così difficile: http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/attenzione-ai-cattivi-maestri/notizia_rp/40811/9 ).
Il pluralismo che caratterizza i nostri tempi vede la coesistenza di un numero crescente di soggettività i cui interessi sono sempre più irriducibili. Ed è proprio questa irriducibilità a creare i conflitti (è un dato di fatto che non si può cambiare perché il pluralismo aumenterà e, nella globalizzazione, non potrà essere ridotto ad una nuova omogeneità). Ma la comunicazione può e deve riuscire a gestire proficuamente la conflittualità. Il problema è capire come.
Chi fa comunicazione, oltre che considerare le resistenze culturali al cambiamento, oltre che valutare i diversi interessi, deve fare necessariamente i conti con i rapporti di forza e i dislivelli di potere che sono in campo, e non è cosa da poco. Il ruolo delle relazioni pubbliche è davvero strategico in questo momento storico, ma anche molto difficile. L’ascolto e il dialogo, piuttosto che l’informazione unidirezionale (ma spesso non c’è neppure quella), sono certamente la strada… ma per portare dove?
Anch’io non credo, cioè, che basti più comunicare per costruire il consenso su decisioni già prese a priori (e questo sia da parte di chi vuole costruire un impianto sia di chi lo vuole impedire): è necessario ricercare preventivamente le coalizioni dei diversi interessi su obiettivi comuni. Allora il processo di comunicazione deve necessariamente iniziare molto prima. Deve iniziare, per prima cosa, dal riconoscere le varie soggettività – con i loro specifici interessi – come interlocutori reali (stakeholder).
In settori altamente strategici a livello nazionale e internazionale come quello energetico (che ho potuto osservare da vicino per qualche anno), dove poteri e interessi sono molto forti, le dinamiche di comunicazione sono più complesse ma anche più restie ad uscire da consuetudini certamente lontane dai principi di partecipazione. Certamente il nucleare sarà una prova importante: qui i conflitti da gestire non sono solo quelli sociali (la cittadinanza attiva molto più organizzata delle organizzazioni pubbliche e private), ma anche quelli istituzionali (basti pensare alle ultime mosse del Governo che ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi delle Regioni Puglia, Campania e Basilicata che vietano la localizzazione di siti atomici sul loro territorio), vedremo….
Spesso chi ha potere usa i concetti di partecipazione come ‘comunicazione apparente’… valutiamo positivamente i casi in cui il cambiamento è reale… d’altronde lo scenario pluralista non consente di fare altrimenti, pena lo stallo dei progetti da realizzare.
toni muzi falconi il 07/03/2010 :
Bella discussione, molti stimoli, molte idee…
Come quagliare?
Una ipotesi potrebbe essere quella di raccogliere i threads più importanti di discussione su questo sito, diciamo dal mese di Gennaio a fine Marzo (in onore del 40esimo) e pubblicare un numero speciale del magazine e poi fare lo stesso ogni trimestre dell’anno in corso. (se volete vedere un esempio potete visitare qui
http://www.prconversations.com/downloads/prc-what-is-pr.pdf
Lavoro improbo lo so, ma se si facesse un call for proposals fra i giovani lettori di questo sito, perchè intanto ci mandino entro una certa data una stesura intelligente di questa discussione integrata con quelle che vengono qui segnalate dai commentatori, potremmo mettere su un piccola redazione virtuale per la bisogna.
Naturalmente sarebbe vitale che i docenti di questi giovani o i loro capi venissero coinvolti almeno a livello di approvazione così da assicurare ai prescelti un premio in natura o in denaro.
Che ne dite?
francesca il 08/03/2010 :
Mi sembra una bella idea quella di riunire trimestralmente in un numero speciale del Magazine i dibattiti più interessanti pubblicati sul sito Ferpi. Un paio di considerazioni, però. La rivista è certamente uno strumento di comunicazione importante per la Ferpi (a quanti e a quali lettori, oltre ai soci, viene inviata?), ma è appunto solo uno strumento. Può essere usato per diversi obiettivi oltre che quello di aumentare la visibilità associativa. Intendo dire che il taglio editoriale di un numero speciale può essere diverso a seconda dell’obiettivo che hai in mente. Chi vuoi ‘convocare’ veramente tra tutti i lettori effettivi e potenziali del magazine? E perché? E in quest’ottica quali argomenti, tra quelli emersi online, ritieni più strategici anche per il posizionamento complessivo della Ferpi in questo momento? Le risposte a queste domande possono essere molto diverse e condizionano il lavoro redazionale. Per questo credo che la federazione, prima di affidarlo a ‘giovani volenterosi e bravi’ con un ‘call for proposals’, debba occuparsene inizialmente al suo interno.
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