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Strategie di visibilità sul web: il conforto dei numeri
Per un’azienda non può esistere una comunicazione efficace che non passi dal web. L’Italia è al quinto posto in Europa per numero di utenti attivi di Internet. Luca Poma presenta una serie di dati e statistiche “confortanti” per il management aziendale ma che attestano ciò che ormai è evidente: stakeholder e influenti sono tutti on line, basta saperli raggiungere.
10/03/2010, Notizie Ferpi, 12 Commenti
di Luca Poma
Sempre più aziende si affacciano sul web, alcune per meglio consolidare la propria presenza istituzionale, altre per vere e proprie campagne promozionali. Che si tratti di spingere un prodotto o rafforzare la brand-awareness, il web è ormai un approdo imprescindibile: è il media che più di ogni altro permette di costruire una relazione “calda” e realmente personalizzata con l’utente finale. Rischioso per chi pecca di superficialità: il navigatore del web è esigente ed ama interagire, quindi lo sforzo da parte dell’azienda deve andare ben oltre la mera occupazione di spazi pubblicitari. La rete domanda attenzione costante, nulla è più distruttivo per la reputazione del brand che affacciarsi alla finestra e poi – con gli occhi della “piazza” addosso – non avere niente da dire, parlare in modo sguaiato o trattar male chi ci ascolta. Molte aziende – multinazionali incluse – tralasciano colpevolmente la fase di pianificazione strategica e di preparazione preliminare, non provvedono ad organizzare internamente la propria realtà per far poi fronte alle sollecitazione che perverranno dal web, e cadono infine nella trappola del panico, si chiudono in difesa, vanno allo scontro alla prima critica di un blogger, e battono in ritirata con quell’arroganza tipica di chi pensa di non essere stato compreso o di essere stato equivocato.
Ma il problema è loro, non del web: internet ha le sue regole, basta conoscerle e saperle interpretare al meglio.
Prima ancora di porsi queste domande, l’azienda però si chiede: “vale la pena investire sulla rete”? La risposta per un addetto ai lavori appare decisamente scontata, ma i direttori comunicazione si aspettano di venire – preliminarmente – confortati da numeri e statistiche: devono sentirsi sicuri di poter difendere a posteriori la propria scelta dinnanzi ai vertici dell’azienda, specie se per qualche ragione imprevedibile non tutto dovesse andare come previsto…
Per iniziare, richiamiamo un regola generale della comunicazione convenzionale, che ha un suo senso anche nella comunicazione non convenzionale: la cosiddetta curva del ricordo. Non scendo nello specifico in questo articolo, e vi rimando per approfondimenti alle pagine dell’ottimo Alberto Guastino, facilmente rintracciabili sul web, ma è di tutta evidenza che una campagna pubblicitaria anche su internet debba prevedere uno stanziamento di risorse finanziarie tali da non venire annacquata tra mille altre iniziative simili. Sia che ci si raffronti con l’affollamento pubblicitario generale, sia che ci si raffronti con l’affollamento pubblicitario di settore – ovvero promozione dei propri concorrenti diretti – il nostro marchio nel periodo della campagna deve spiccare per presenza, costanza ed originalità del messaggio, al fine di superare l’empasse della curva del ricordo: dobbiamo lasciare una traccia nella mente dei nostri interlocutori, che siano consumatori finali, istituzioni pubbliche, comunità scientifica, etc, a seconda di qual è esattamente l’obiettivo della nostra iniziativa pubblicitaria.
Per la comunicazione convenzionale, che ha cinquant’anni di storia, esistono indici precisi – come ci ricorda Guastino – per calcolare il grado d’impatto necessario ad essere efficaci, mentre nella comunicazione non convenzionale questo tipo di computazione è ben più complesso, mancando per alcuni settori merceologici persino uno “storico” al quale fare riferimento. Tuttavia anche sul web è possibile pianificare e fare previsioni pur approssimative ma con un certo grado di presumibile coerenza.
Torniamo alle previsioni di scenario, ai numeri utili – ancor prima che per fare le già opportune valutazioni per lo stanziamento di un budget adeguato – per decidere se affacciarsi o meno sul web. Le fonti on-line che ho utilizzato per questo articolo sono la ricerca 2009 della Society of Digital Agencies (SoDA), il Rapporto Comscore 2009, l’Osservatorio Multicanalità 2009, Nielsen On-line, Connexia, la School of Management del Politecnico di Milano e la European Interactive Advertising Association: dati non aggiornati all’ultimo minuto, ma utili per farsi un’idea al riguardo.
“Previsioni sul marketing digitale 2010” (SoDA 2009) ha rilasciato i seguenti dati, inequivoci: l’81% degli executive intervistati si aspetta un aumento della quota d’ingaggio nei progetti digitali nel corso del 2010, circa la meta’ sposterà risorse dal budget tradizionale al budget digitale, e più del 75% pensa che il macro-trend economico spingerà le imprese a rivolgere maggiore attenzione al web nell’anno appena iniziato. Cosa ancor più interessante, l’87% reputa le applicazioni per il marketing sui moderni social network (Facebook, Linkedin, etc) come “top priority” o perlomeno “importante”. Steve Wages direttore esecutivo di SoDa, evidenzia anche le due keyword vincenti, le sensazioni che necessario esportare per coinvolgere con efficacia gli utenti in un canale web: “indipendenza” e “velocità”.
Gli utenti internet in Italia – quelli attivi, non quelli che pur avendo per qualche ragione disponibilità di una connessione non la usano mai – sono circa 21 milioni. L’Italia si trova infatti al quinto posto nell’Europa allargata per utilizzo del web (numero di utenti unici), dopo Germania, Regno Unito, Francia e Russia, e prima della Spagna. L’utente internet Italiano – dato che stupirà non poco – passa almeno 19 ore al mese sul web, con circa 1.800 pagine visitate.
Il numero dei consumatori multicanale, che utilizzano per le proprie decisioni d’acquisto anche il web oltre ai media convenzionali, è cresciuto l’ultimo anno dei 31%, superando quota 7 milioni. Il trend di crescita è costante da 5 anni a questa parte, e questo ci fa pensare che la crisi finanziaria internazionale non abbia in alcun modo interferito con la “maturazione” degli utenti, che sempre più cercano “conversazioni” con i propri brand di riferimento, e le trovano ovviamente solo su internet. Internet non appare più una prerogativa del target giovane, perché anche le fasce più mature della popolazione italiana utilizzano il web: il 63% degli utenti, infatti, appartiene alla fascia compresa tra i 25 e i 54 anni di età. Cresce anche la percentuale di donne sul web, ora al 45%, 4 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. Il 21% dei cittadini della penisola, ovvero oltre 13 milioni, utilizza inoltre internet come fonte affidabile per la raccolta d’informazioni. Sul processo d’acquisto pesano anche le informazioni ottenute sui blog e i social network: il 72% dei consumatori legge opinioni di altri consumatori su forum e blog, il 10% partecipa attivamente alle discussioni, e ben il 15% degli intervistati dichiara di non comprare un prodotto dopo aver letto un giudizio negativo su internet! Facebook conferma il suo ruolo egemone tra i social network più in voga, con oltre 20 milioni di profili attivi nel nostro paese.
Se procediamo poi ad un’analisi della massa pubblicitaria amministrata in Italia sul web negli ultimi 3 anni, scopriamo che a fine 2006 il mercato della pubblicità on-line era ancora immaturo, costituiva appena 1,5% sul totale degli investimenti pubblicitari. Nel 2007, la pubblicità on-line metteva a segno un incremento significativo, con un +38% di vendite rispetto all’anno precedente. Nel 2008, anno di crisi finanziaria generalizzata e con le concessionarie di pubblicità alla canna del gas con un significativo decremento rispetto al 2007, la pubblicità on-line registra comunque un +14% di aumento di volumi. Pur con il perdurare della crisi, a metà 2009, ultimi dati disponibili alla data di stesura di quest’articolo, la pubblicità internet segnava comunque un +8%, a fronte di un ulteriore crollo dell’advertising tradizionale a -18%, e con una crescita in prospettiva anche in senso assoluto: la massa amministrata sul web, in rapporto alla mole di investimenti generale, punta a superare nel 2010 il 7% del mercato pubblicitario complessivo.
Per chi ne voglia sapere di più, esistono comunque dei siti istituzionali di associazioni nate per promuovere lo sviluppo della pubblicità su internet, che pubblicano studi e indagini statistiche sull’argomento, tra le tante vengono spesso segnalate on-line la European Interactive Advertising ed il Interactive Advertising Bureau.
Interessante anche uno sguardo agli utenti di domani, coloro che si affezioneranno – oppure no! – al vostro brand nei prossimi 10 anni.
Il 97% dei ragazzini tra i 12 ed i 14 anni ha un computer, oltre il 50% ha attivo un profilo su Facebook, e probabilmente anche su Netlog, lo spregiudicato social network per adelescenti, vera e propria collezione di reggiseni e minigonne in erba per le signorine e di addominali scolpiti per i maschietti. Interrogati sulle proprie decisioni future coloro che un profilo attivo ancora non c’è l’hanno, un ulteriore 17% ha dichiarato che si iscriverà certamente a breve. L’80% degli adolescenti usa Youtube per guardare o pubblicare videoclip amatoriali, ed ha superato il 40% la quota di giovani che hanno un proprio blog personale (contrazione di “weblog”, il diario on-line dove i ragazzi e le ragazze raccontano i fatti propri fin nel più minimi dettagli a chiunque abbia voglia di leggerli): questo definisce un trend anche per le strategie delle aziende, dal momento che com’è noto i “blogger” sono i più severi giudici per la reputazione di un marchio aziendale.
Questi dati fanno davvero riflettere, e sollecitano molte domande, una tra tutte: perché andare in giro a cercare nuovi clienti? Sono tutti li, su web, pronti ad ascoltare e giudicare i nostri messaggi. E se pensate di veicolare le intenzioni di acquisto tramite i genitori, non perdete tempo: solo il16% da retta a mamma e papà.
E’ il web il nuovo oracolo del XXI° secolo: adeguatevi!
Concludo con una riflessione personale sui social network, che Yuri Toselli, amico e collega prezioso, ha definito “i supermercati sociali del millennio”. E’ interessante indagare il fenomeno, e spero di poter leggere presto – on-line, of course! – qualche ricerca al riguardo: sono strumenti preziosi ed ormai imprescindibili, ma sono anche la morte delle relazioni sociali in carne ed ossa. Raramente un rapporto su Facebook sfocia anche in una relazione vera, anche solo di amicizia o conoscenza, ed il tempo passato al PC è tutto tempo rubato agli amici e alla famiglia. Venir cancellato dagli amici di Facebook per un adolescente di oggi è forse un offesa più grave che un litigio dal vivo, un’onta difficilmente rimarginabile, in quanto “pubblica”. Supermercato sociale perché chiedi e trovi subito ciò che chiedi, la tendenza una volta di più è quella all’omologazione: ti profili, ed il network ti pone automaticamente in relazione con quelli uguali o simili a te. Fine della “contaminazione”: sei donna o uomo, quanto guadagni, quanti anni hai, sei etero, gay o bisex, quali sono i tuoi hobbies… ecco quelli profilati come te, quelli con i quali interagirai più facilmente.
Terreno in discesa, poco sdrucciolevole, minimo impegno, e con un clic trovi il tuo simile.
E rischi di fermarti li, di non esplorare, di non doverti confrontare con una differenza. Un po’ triste, sotto il profilo delle relazioni umane, ma buono a sapersi per le aziende: profilatevi al meglio, il target è li, già definito al millimetro: aspetta solo voi.

12 Commenti
Emilio Gelosi il 11/03/2010 :
Vi segnalo un divertente refuso nel sottotitolo: “L’Italia è al quinto posto in Italia”. Sacrosanta verità, nemmeno in Italia noi italiani riusciamo ad essere primi. Bel pezzo, comunque.
luca803 il 12/03/2010 :
aahhahah :D fantastico, davvero divertente :D scusate per il refuso!
silvia283 il 17/03/2010 :
Grazie Luca, interessante riflessione. E’ sicuramente un forte richiamo per le aziende ad attivare i sensori e cogliere l’onda.
Sinceramente, da giovane professionista, ammetto di essere estremamente affascinata dal “calore” e dalla “schiettezza” di Internet… come azienda, però, non nego di essere intimorita dagli innumerevoli elementi che complicano il governo della relazione con l’interlocutore (o potenziale cliente).
In entrambi gli ambiti sto studiando, osservando e paragonando molto… e, da più di un anno, ho iniziato un graduale e progressivo “ingresso nella rete” (come brand/azienda).
Effettivamente, anche se in un settore di nicchia ed in “piccoli assaggi”, i risultati sono decisamente incoraggianti. Nel corso del 2010, molto probabilmente, definiremo anche un budget dedicato (purtroppo a discapito dei mezzi tradizionali) ed un maggior impegno di risorse.
Vorrei concludere, se me lo concedi, sottolineando la tua frase di chiusura: “aspetta solo voi”. Ultimamente sento molto parlare della Rete con “sarà”, “farà”, “dovremo”… e mi domando: ma siamo sicuri che la Rete aspetti davvero?
valeria232 il 18/03/2010 :
volevo sapere se si trova un intervento di toselli sul tema dei social network come supermercati sociali…..molto interessante….grazie
giovanni915 il 18/03/2010 :
Ringrazio il collega Luca Poma per il meritevole contributo, pur avendo dei dubbi sul fatto che il WEB sia – come scrive – il media che più di ogni altro permette di costruire una relazione “calda”. Riflettendo sono portato a pensare che una “relazione calda” coinvolga la sfera dei sentimenti, le emozioni, il contatto. Forse potremmo dire che il WEB è il media che più di ogni altro permette di costruire una relazione “personalizzata” o “su misura”?
Interessanti i dati sopra citati che andrebbero analizzati e comparati con i risultati raggiunti dalle imprese che hanno investito sulla comunicazione nel WEB, sia per quanto riguarda la Pubblicità e il Marketing, sia per le attività connesse alle Relazioni Pubbliche. Solo così potremmo misurare quantitavamente e qualitativamente i risultati della comunicazione on-line e la relativa resa degli investimenti compiuti dalle imprese.
Per concludere, riguardo alla domanda (retorica?) di Silvia sul WEB: “ma siamo sicuri che la Rete aspetti davvero?”. La mia risposta è NO, ovviamente, ma rilancio con un’altra domanda retorica: NON SIAMO NOI COMUNICATORI E FRUITORI DELLA RETE CHE DOVREMMO OCCUPARCI DELLA RETE SENZA ASPETTARE CHE ALTRI SE NE OCCUPINO? Per questo sollecitato una riflessione sull’argomento segnalando qui
http://www.ferpi.it/ferpinet/users/giovanni915/article_events/250
la LECTIO MAGISTRALIS del Prof. Lawrence Lessig al convegno “Internet è libertà – Perché dobbiamo difendere la Rete”, che si è tenuto giovedì 11 marzo alla Camera dei Deputati e il video dell’intervista esclusiva de L’Unità (da non perdere)!
silvia283 il 18/03/2010 :
Si, Giovanni, la domanda era ovviamente retorica. La tua provocazione è giusta, il compito è (o forse sarebbe) nostro, ma brand o aziende da promuovere no. Purtroppo, come accennava Luca, non sempre il management si “butta” di buon grado nelle intuizioni altrui… La trovo comunque una bella sfida!
Per quanto riguarda il concetto di media più “caldo”, penso che sia “potenzialmente” vero. Potenzialmente, perchè la Rete può generare molteplici emozioni (non una unica e condivisa), più o meno partecipate, e queste variano molto in base al valore che ciascun utente sceglie di dare alla medesima situazione.
Non dimentichiamo che sul Web nascono “amori” , “amicizie” e “dissapori”…digitali, certo, ma che sono in grado di coinvolgere la sfera emozionale degli individui, anche solo parzialmente.
Forse la Rete sta semplicemente modificando (o digitalizzando) il concetto di “emozioni” (rendendolo indubbiamente umanamente più povero), offrendo agli utenti l’opportunità di entrare nella nuova dimensione, per così dire, dell’"esperienza" a portata di click.
luca803 il 18/03/2010 :
Uh quanti stimoli :)
Per Silvia: è vero, è molto più complesso. Sicuramente poi i manager dicono “non vedo perchè dovrei rischiare”. In TV c’è la redemption garantita, non sono fatti miei, il capo sceglie e via così (innovazione = rischio). Non so se mi spiego, un pò il motivo per il quale negli uffici grandi si vedono solo PC IBM e sw Windows: il dirigente dice “perchè devo correre rischi con Linus, mi aumentano per caso lo stipendio? Se IBM da problemi comunque è IBM, nessuno potrà accusarmi di aver fatto scelte balzane” ;) Mantenere standard consolidati = poco rischio, innovare = tanto rischio (se va male). Qui entra in campo il consulente, i suoi skills e le sue convinzioni, la forza di saper innovare: quest’anno una mia cliente del settore pharma taglia (per scelta) del 60% gli investimenti in pubblicità sul cartaceo e lancia la più massiccia campagna di web marketing (con un occhio all’istituzionale ed alla brand-reputation) mai promossa in Italia da quando esiste internet. Qualcuno in azienda dice “se va male Poma salta”. Il fatto è che io sono assolutamente sereno circa il fatto che andrà bene. Perchè non compriamo banner e basta (che sarebbe un modo convenzionale e quindi sbagliato di usare un medium non convenzionale) ma sono 7 mesi che studiamo formule innovative. E questo il bello di internet: è un’innovazione che ti obbliga ad innovare a tua volta e ad innovare di continuo te stesso come forma-mentis :D PS (sempre per Silvia): se vuoi lavorare in tandem alla tua campagna web 2010 chiamami. Se vuoi farlo da sola, mi permetto di suggerirti di non farlo prima di aver segmentato TUTTI i tuoi stakeholder ed aver perfezionato una strategia di comunicazione per OGNUNO di essi, perchè internet è una straordinaria occasione per COMUNICARE con i tuoi pubblici, usarlo solo per vendere e fare marketing come fa la maggior parte della gente è tremendamente riduttivo ;)
Per Valeria: ho sentito Toselli, non ha mai scritto nulla di specifico, era giusto una “chiacchera” con me, ma per l’occasione metterà giù qualche riga apposta per te e poi te le mando :)
Per Giovanni: capiamoci. Internet è per certi versi “freddo”, nel senso che spersonalizza i rapporti, e questo è tipico delle nuove tecnologie, ma pure dei media in generale. Ma è PIU’ CALDO di altri media. Se internet è freddo allora la TV…è un freezer!! Al medium TV non frega nulla: 1) se ti è arrivato al messaggio 2) se ti è piaciuto 3) se l’hai capito 4) qual’è la redemption reale etc etc etc. Internet no, internet chiede feedback a gran voce, in questo senso è più “caldo”. Permette di fare “conversazioni” tra marchi e utenti ;) cosa che nessun altro media sa fare, può fare, e vuole fare (non ai livelli di internet, perlomeno).
PS (sempre x Giovanni): letto l’intervento di quel grande che è Lessing, interessante specie dove accenna alla lotta figlia del digital divide, padri che stoppano e figli che premono, non capiscono, reclamano spazi. E’ stato sempre così nei secoli e continua ad essere così! Però…chi diavolo ha tradotto così male Lessing? (o forse parlava lui in italiano?)
Concludo sulla “rete che aspetta”: mica che aspetta nel senso che sta ferma e aspetta noi! Intendevo dire che su internet succede tutto e il contrario di tutto, gli utenti sono li, il mondo sta cambiando senza che ce ne accorgiamo, tutto è li che ci aspetta…dobbiamo solo gettarci nella mischia, saperci distinguere, avviare conversazioni e raccogliere i risultati! ;)
A chi interessa la comunicazione non convenzionale, leggete questo:
http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/dai-mass-media-ai-tailored-media-la-blitzkrieg-della-comunicazione/notizia_rp/40007/9
Ciao e buona navigazione!
Luca
luca803 il 19/03/2010 :
Ciao Valeria, Toselli mi ha mandato questo via email, ti faccio copia-incolla:
“Caro Luca, sono lieto e anche un tantino imbarazzato nel leggere questo interessamento alla mia “definizione” dei social networks come “supermercati sociali”. Inizio con il precisare che questa affermazione che io sappia non è stata pubblicata, in quanto nasce semplicemente dalla relazione verbale dei lavori finali di un workshop da me condotto in un seminario del Forum Nazionale Giovani (www.forumnazionalegiovani.it), il 17/10 2009 a Tivoli Terme (RM). Il seminario riguardava diversi aspetti di processi di cittadinanza attiva giovanile, e il gruppo di lavoro da me coordinato ha lavorato su un position paper relativo alle tematiche del dialogo strutturato fra giovani e istituzioni. L’assunto di base era: "i ragazzi di oggi (fascia 16 – 35 anni, ma il nostro lavoro si è subito focalizzato sui più giovani, i cosiddetti “nativi digitali”) partecipano in modo meno incisivo e convinto alla vita sociale e collettiva del proprio paese" (dati evinti – tra l’altro – dalla recente ricerca "Quando i giovani partecipano, condotta da CSVNet e FNG, edizioni Sviluppo Locale, ottobre 2009). Tornando a bomba, alla definizione che ha suscitato l’interesse della Tua collega, essa nasce dalla constatazione che i giovanissimi accedono al social network con un approccio “mercificatorio”: definiscono se stessi in base a una serie di parametri, stili e mode di “appartenenza”, gusti e propensioni musicali, sessuali, sociali etc., e non fanno altro poi che interagire con individui anche lontani nello spazio ma identici a se stessi, individui che hanno parametrato sulla piattaforma del social network gli stessi identici gusti e caratteristiche, perchè è proprio su quella base che gli algoritmi di ricerca trovano “chi è in linea con te” su un social network. L’immagine che ne è nata è una sorta di “catalogazione del se”, e di ricerca degli altri sulla base di tali caratteristiche, alla stessa stregua della ricerca, sui banconi di un supermarket, di prodotti affini ai propri gusti. Io sono un prodotto della marca “X”, e interagisco solo con i miei simili. Se negli anni ‘60 e ’70, la tendenza dei ragazzi era di riunirsi in “tribù” accomunate da comune sensibilità politica, oggigiorno il comune denominatore è – semplificando – la marca delle scarpe che indossano e la lovemark preferita. Potrei spingermi oltre – se a qualcuno dei tuoi colleghi potesse interessare – dicendo che nel corso del nostro workshop abbiamo riconosciuto in questo fenomeno uno egli elementi che portano ad un sostanziale “isolamento sociale” dei nativi digitali: sempre più immersi in una schermata di Facebook priva di scompensi, di scontri con idee e opinioni diverse dalle proprie, in quanto risultato dell’assemblamento di “post” da parte di individui assimililabili per gusti, propensioni abitudini etc. Il rischio è quello dell’incapacità a confrontarsi, a “uscire”, a imparare – negli anni cruciali dell’adolescenza – il confronto e l’accettazione del “diverso” (per idee, opinioni, razza, cultura, gusti etc.). E – se noti sulle colonne di cronaca – questo rischio si fa ogni giorno più concreto, con l’accrescersi di episodi di xenofobia, omofobia, razzismo etc. anche violenti, e un sostanziale senso – da parte dei ragazzi di oggi – di “inadeguatezza”, una sorta di ansia che li pervade quando si affacciano alla realtà quotidiana, con tutto il relativo bagaglio di diversità e complessità, nei confronti dei quali – complice la “bambagia” delle relazioni sociali coltivate esclusivamente con i propri simili ovvero “cloni virtuali” sui social network – non sono assolutamente preparati. Tutto questo, ovviamente, non vuole essere la scusa per una crociata luddistica e miope contro internet, che è e rimane uno strumento rivoluzionario di comunicazione e relazione, ma… ci dovrebbe far aprire gli occhi sulla necessità, soprattuto per genitori ed insegnanti, di imparare pro e contro di questo nuovo mondo, che poi altro non è che il mondo in cui i ragazzini nascono e crescono. Se non impariamo noi “vecchietti” (io ho “solo” 31 anni, ma quando ero adolescente non avevo ne l’IPone, ne una connessione a internet: semplicemente non esistevano! e se volevo comunicare con gli amici dovevo uscire di casa, attraversare più di una strada, magari prendere un pullman, e… suonare un citofono!) a decifrare e far decifrare certi fenomeni, rimaniamo tagliati fuori e non potremo assolvere al necessario ruolo di guida che le giovani generazioni in un certo qual modo necessitano da chi è nato prima di loro… Youtube li educherà al nostro posto, però poi non potremo più lamentarci!
Spero di aver risposto a te, e soprattuto di aver dato il contributo richiesto a chi h commentato il tuo interessante articolo.
Luca Yuri Toselli
silvia283 il 22/03/2010 :
Grazie Luca! I tuoi interventi sono sempre molto acuti e stimolanti! :)
Ti ringrazio moltissimo per l’invito e, sicuramente, terrò in considerazione i tuoi consigli.
Ovviamente, il “Web che aspetta” voleva essere ironico… ho compreso il senso della tua frase ed il tuo invito a “gettarsi nella mischia”… trovo comunque che l’evoluzione di Internet è diventata talmente rapida che, ogni giorno, continuano ad aumentare e svilupparsi (ma anche sostituirsi) gli strumenti da tenere in considerazione ed i fronti su cui organizzare la propria presenza.
C’è stata l’epoca di Second Life, poi sono arrivati i blog, Facebook, Twitter… e domani?
Ringrazio anche Toselli per il prezioso ed interessante contributo richiesto da Valeria e condiviso con tutti noi!
Quanto ancora c’è da fare…!
luca803 il 23/03/2010 :
Hai ragione sai? Second Life ad esempio è un davvero un caso da studiare: sembrava IL FUTURO, aveva un sacco di avatar e di accessi, e poi………puff! Sparito! Qualcuno ha analizzato il fenomeno e preso info al riguardo? Sarebbe interessantissimo capire come una piattaforma di successo si affossa così rapidamente com’è nata. Mi dicevano che era un pò di difficile navigazione, ma non può bastare quello a spiegarlo…
Ciao!
Luca
valeria232 il 25/03/2010 :
Ringrazio tantissimo degli spunti preziosi toselli, luca e tutti. Quello del modo di essere consumatori oggi, e dei social network è un tema che meriterebbe i più ampi spazi di rflessione..torniamoci, grazie valeria
silvia283 il 25/03/2010 :
Già, Second Life è stato un caso particolarissimo. Io ho avuto modo di “studiarlo” e “navigarlo” (ormai qualche anno fa) in quanto tema scelto per una tesina d’esame…era ancora l’epoca del “boom”, ma (per certi aspetti) iniziava già a delinearsi l’imminente declino, che è avvenuto pochi mesi più tardi. Sinceramente, l’ho trovato uno strumento eccezionale… direi che racchiudeva tutte le potenzialità dei Social Media ma con il plus della “realtà” (e quindi dell’esperienza) e dell’economia (i Linden Dollars, convertibili in dollari reali). Chi non vorrebbe andare ad una mostra storica e rivolgere qualche domanda indiscreta a Garibaldi? …veramente innovativo. Ma, probabilmente, costruito con una struttura incapace di durare nel tempo, di evolvere in base alle esigenze. Troppo reale, forse. Troppo simile al mondo in cui viviamo. Credo che violenza, criminalità e prostituzione (molto attive e produttive nel mondo virtuale) abbiano contribuito largamente alla svalutazione della piattaforma. Certo, a questi dobbiamo aggiungere client e banda impegnativi, qualità grafica piuttosto scarsa… e, molto probabilmente, il fatto che non tutto può trasformarsi in “economia virtuale” (vero richiamo per le aziende).
Ovviamente, questo era lo scenario di 3o 4 anni fa… purtroppo, non ho avuto modo di riprendere l’analisi dopo il declino.
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