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La crisi dei mercati è il riflesso della fine dei modelli di governance tradizionali?
Le recenti manifestazioni globali sono la dimostrazione che Internet non ha bisogno di un leader perché un’iniziativa si diffonda e la conferma che l’attuale crisi economico-finanziaria è soprattutto crisi dei modelli di governance fondati sulla leadership. Dobbiamo abituarci all’incapacità dei governi di fare concretamente parte di una rete o attrezzare la classe dirigente per comprendere il cambiamento in atto? La riflessione di Fabio Ventoruzzo.
08/11/2011, Internazionale, 3 Commenti
di Fabio Ventoruzzo
“I movimenti cambiano la mentalità delle persone e i valori della società, sono fonti di creazione e di cambiamento sociale. I partiti lavorano su quello che succede per gestire le istituzioni che reggono la vita sociale.” Così Manuel Castells su Internazionale a commento delle recenti manifestazioni globali di piazza, aggiungendo: “non c’è bisogno di leader perché un’iniziativa su internet si diffonda”. Ecco dunque una autorevole conferma di come l’attuale incertezza economico-finanziaria sia soprattutto crisi – prima ancora che dei mercati – dei modelli di governance fondati su una leadership intesa tradizionalmente come autorità/autorevolezza ma incapace oggi di cogliere appieno il valore del cambiamento in atto (evidente anche dalla debolezza delle risposte dei Governi).
Anche la (democrazia della) rappresentanza appare seriamente minacciata dalla progressiva disintermediazione dei processi decisionali. Se ciascun soggetto sociale – grazie anche alle potenzialità offerte dai media digitali – può diventare un medium che influenza opinioni e comportamenti altrui è evidente che l’analisi delle dinamiche decisionali è più vicina alla teoria del caos e delle probabilità che non alla scienza politica e del management.
Quale leadership/rappresentanza allora nella società che fa delle reti di relazione lo spazio dove orientare comportamenti e opinioni della collettività? Dovremmo abituarci all’incapacità della nostra classe dirigente/politica, di essere “nodo” sensibile di una rete? O, anziché stigmatizzare il vuoto della politica, attrezzare le leadership per comprendere il cambiamento in atto?
Dobbiamo evitare di continuare ad usare strumenti anacronistici per analizzare e raccontare una società che sta inesorabilmente cambiando. Dobbiamo favorire paradigmi di governance capaci di abbandonare la centralità della leadership, del mito del controllo e dell’autorità indipendente dall’autorevolezza e dei monopoli della conoscenza. Solo così potremo superare lo scontro tra un “vecchio che resiste” e un “nuovo che avanza” nel modo di interpretare la società a fornire risposte nuove che però siano capaci di durare nel tempo.

3 Commenti
Toni Muzi Falconi il 12/11/2011 :
Fai bene a porti queste questioni. La democrazia rappresentativa e’ da tempo in affanno e non solo in Italia.
Grecia e Italia testimoniano anche la parte perdente che la globalizzazione assegna agli stati nazione. Insomma le previsioni che diversi anni fa facevamo si stanno realizzando proprio qui da noi. Il perche’ succeda da noi mi imporrebbe di contravvenire alla tacita promessa fatta ad alcuni colleghi di evitare in questi spazio di sparare sulla Croce Rossa…. Sono anche convinto che una parte non secondaria di responsabilita’ ce l’abbiamo anche noi relatori pubblici. Abbiamo contribuito, e non poco, a gonfiare le aspettative deli Italiani per tanti anni, quando era sufficiente un po’ di spirito critico per osservare il nostro costante declino culturale, morale, valoriale, estetico. Con la scusa delle tre scimmiette abbiamo messo la bocca al servizio del padrone e ci siamo tappati occhi e orecchie.
Che vergogna!
Se assumiamo che non vi sia bisogno di leader perche’ una iniziativa su Internet si diffonda, dobbiamo anche considerare che la sola diffusione, di per se’, non e’ sempre sufficiente.
Torniamo alla distinzione fra informaziome e comunicazione…
Nel network di valore e nella mappa relazionale diventa leader quel partecipante che sviluppa relazioni migliori (fiducia, impegno, soddisfazione, equilibrio di potere).
Nel nostro caso, Napolitano.
Come mi ha suggerito l’amico Zangrandi quello che osserviamo in queste ore e’ piu’ vicino ad un esercizio di deliberative democracy che non ad un colpo di stato come dicono alcuni ignoranti ‘Che nun ce vonno sta’
Mentre con grande fatica, sacrificio e contraccolpi ci avviamo alla terza repubblica, impegniamoci nell’interesse dei nostri committenti a disinquinare l’ambiente communicativo (informaziome e relazione). Un po’ di sano e rigenerante silenzio.
fabio734 il 15/11/2011 :
Più volte, anche in passato su queste pagine, avevamo discusso di relatori pubblici come ‘pusher’ che contribuiscono alla overdose di comunicazione e visibilità delle nostre leadership/organizzazioni. Hai ragione Toni, quindi, a stigmatizzare, soprattutto in questa fase storica, la nostra responsabilità professionale, non dolosa certamente ma passibile perlomeno di chiamata in correità (con la nostra classe dirigente). Se giudicati poi colpevoli propongo – come avviene in molti Paesi – di commutare la pena con misure alternative o l’affidamento ai servizi sociali. Suggerirei così di costringere la nostra comunità professionale a farsi carico di una campagna di education su usi e abusi della comunicazione cominciando per esempio a sensibilizzare i giovani ad avvicinarsi consapevolmente ai media tradizionali (sapendo cogliere le fonti reali dell’informazione) e digitali (sapendo valutare e interpretare le diverse fonti).. Dobbiamo passare, come suggerisce Azzoni, dalla semplice responsabilità professionale per i contenuti (base dei nostri tanti codici deontologici) alla responsabilità della relazione (costruire un rapporto con i nostri stakeholder basato su fiducia, soddisfazione, equilibrio di potere e impegno … come suggerisci tu). Potremo pensare così di espiare le nostre colpe?
igor il 16/11/2011 :
“Il nuovo che avanza” è la chiave di lettura da utilizzare, secondo me, ai cambiamenti che stanno avvenendo. Far capire all’attuale classe dirigente che “qualcosa è cambiato”, e non è poco, dovrebbe essere il focus delle attività dei professionisti di relazioni pubbliche. Far capire, inoltre, in un’ottica di responsabilità sociale d’impresa che gli stakeholder devono essere ascoltati, risulta essere prerogativa indispensabile in una società a rete come la nostra. Il continuo vendere e spingere al fine di raggiungere i soli obiettivi economici sta diventando anacronistico e porta ai risultati che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente. Sono convinto che i relatori pubblici possono fare molto per aiutare la classe dirigente a cambiare il modo di vedere le cose. Le sole parole che ci possono spingere a superare l’attuale impasse sono “possiamo farcela” e “sono fiducioso”, come ha scritto recentemente Ferruccio de Bortoli nel suo editoriale del Corriere. Ce la possiamo fare!
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