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L'etica della comunicazione
Tra un professionista ed il suo interlocutore esiste una “asimmetria informativa” dovuta alle conoscenze che caratterizzano il primo. All’interno degli ordini professionali esistono codici di comportamento che però, molto spesso, non parlano in alcun modo di etica dell’informazione e della comunicazione che invece dovrebbero essere fondamentali. Alcune riflessioni del vicepresidente Ferpi, Giampietro Vecchiato.
20/12/2010, Management, 3 Commenti
di Giampietro Vecchiato
L’etica professionale affronta le questioni morali che sorgono quando un professionista (medico,avvocato, commercialista, ecc.) trasferisce un’informazione a un suo paziente/cliente.
Tra i due vi è infatti quella che gli studiosi chiamano “asimmetria informativa” dovuta alle conoscenze specialistiche che caratterizzano i professionisti.
Tali conoscenze conferiscono a tutti i professionisti autorità e potere. I clienti devono quindi imparare a “fidarsi” del servizio fornito dal professionista.
Per evitare lo sfruttamento dei clienti e preservare l’integrità e la reputazione della professione, gli ordini professionali si sono dotati di codici di pratica o di condotta che consentono alla comunità professionale di delineare standard omogenei di comportamento.
Molto spesso, però, tali codici non parlano né di etica dell’informazione né di etica della comunicazione.
Una comunicazione etica in ambito professionale dovrebbe invece essere una caratteristica fondamentale per ogni persona, soprattutto in presenza di una relazione diretta e personale tra il professionista ed il cliente. Essa racchiude e sintetizza molteplici aspetti: valori personali, valori dell’organizzazione e/o dello studio, competenza, esperienza, abilità di espressione scritta e orale, capacità di ascolto.
Ogni professionista detiene, come abbiamo visto, informazioni, competenze e conoscenze che lo pongono in posizione di temporanea superiorità rispetto al cliente. Anche il “come” si trasferiscono le informazioni è in grado di influenzare in modo determinante il contenuto e quindi la relazione.
Una comunicazione etica si può apprendere e sviluppare nel tempo, con lo studio e con la pratica, sia a livello individuale che di team.
Le linee guida di una comunicazione etica dovrebbero fare riferimento alla verità, all’accuratezza, all’onestà come aspetti essenziali dell’integrità della comunicazione, ma anche all’impegno nel prevenire e nel risolvere conflitti.
Altri aspetti importanti per una comunicazione etica potrebbero essere:
- ascoltare quando gli altri parlano (senza giungere a conclusioni affrettate) e impegnarsi nel dialogo;
- evitare di interrompere o di avviare dialoghi paralleli (con i colleghi, ad esempio);
- rispettare l’opinione degli altri;
- esprimersi senza giudicare o valutare le persone;
- parlare in prima persona (io ritengo, io penso…..);
- cercare di mettersi nei panni degli altri (empatia);
- evitare generalizzazioni;
- dare tempo ai pazienti/clienti di esprimersi;
- favorire la creazione di un clima comunicativo ricco di cura, rispetto e comprensione;
- condividere le informazioni nel rispetto della privacy;
- assumersi sempre la responsabilità delle conseguenze dei propri atti comunicativi;
- dichiarare se non si è in grado di dare una risposta;
- utilizzare frasi brevi, semplici, non ambigue;
- considerare le conseguenze di una comunicazione scorretta o parziale;
- distinguere nettamente i fatti dalle opinioni.
È necessario, dunque, tenere sempre ben presente che l’autenticità e i contenuti etici della comunicazione non sono sempre sufficienti e possono essere “traditi”, nella maggior parte dei casi in modo involontario, con molta facilità. Il nostro comportamento può, infatti, essere fonte “inconsapevole” di incomprensioni, insoddisfazione, ostilità, conflitto.
Solo una comunicazione etica a 360° può assicurare la trasparenza e la reale comprensione tra le persone.

3 Commenti
toni muzi falconi il 26/12/2010 :
Caro Giampietro,
non lo scrivi, ma deduco che la prima asimmetria informativa di cui noi relatori pubblici dovremmo preoccuparci sia quella esistente fra noi stessi e i nostri interlocutori.
Se applicassimo per primi i suggerimenti che proponi per gli altri professionisti nelle loro relazioni con i rispettivi clienti/pazienti, possiamo stare certi che:
a) saremmo costretti a pensare prima a quello che diciamo, evitando di dare per fatte cose che non lo sono, di fare promesse che sappiamo di non potere assicurare e di arzigogolare teoremi che sulla carta imbambolano gli altri ma nella pratica sono difficili se non impossibili da attuare:
insomma un bagno di realismo che ciascuno di noi (io per primo, naturalmente) dobbiamo riproporci di osservare scrupolosamente;
b) saremmo costretti ad argomentare le nostre ragioni con loro tenendo conto (e quindi informandoci prima, attraverso un pò di dek research e di sano ascolto) delle loro aspettative e della loro soglia di attenzione.
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Giampietro Vecchiato il 29/12/2010 :
Caro TMF, condivido tutto.
Personalmente lo davo per scontato…. ma credo utile/indispensabile ripeterlo, a noi stessi e agli altri…
Vittorio Baroni il 29/12/2010 :
Caro Giampietro,
grazie del contributo che quoto al 100% :-)
E se poi, l’assimetria accade anche tra gli stessi diversi professionisti? Non trovi forse utile considerare il fattore/problema della complessità, cioè quello ben enucleato alcuni anni fa da Edgar Morin (v. in “sette saperi necessari…”)?
Morin dice che le specializzazioni e le iperspecializzazioni portano a naturali barriere comunicative e, penso, che la sola etica può aiutare a comprendere, ma non bastare a risolvere.
E se poi, alla complessità, ci uniamo la liquidità del contemporaneo come espressa nel pensiero di Zygmunt Bauman, credo che occorra investire di + nella comprensione.
Ti confido che x me non è facile e ogni relazione professionale, ogni giorno, porta delle scoperte. Mi aiuta in questo “lavoro” su di me l’esercizio con il metodo dei “4 orecchi” di Schulz Von Thun. In particolare l’ascolto attivo con le orecchie della “relazione” e dell’"appello".
Buon fine 2010 e ottimo avvio 2011
Ciao
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