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Relazioni pubbliche, il manager è donna
Da un’indagine dell’ateneo di Udine sugli iscritti Ferpi, emerge un dato interessante: nel Nord-Est il 77% di chi si occupa di Rp è donna. Ma solo il 46% ai vertici aziendali. Giampietro Vecchiato illustra la situazione in questo articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore.
07/07/2010, Management, 4 Commenti
L’articolo pubblicato sul dorso Nord-Est de Il Sole 24 Ore del 30 giugno 2010, prende spunto dalla tesi di Daniela Mian, neolaureata in Relazioni Pubbliche con relatore il vicepresidente Ferpi, Giampietro Vecchiato, all’Università di Udine, sede di Gorizia, uno dei corsi convenzionati con Ferpi che ha ottenuto il bollino blu dell’endorsment. Titolo della tesi di Daniela, Donne e Relazioni pubbliche: cosa ne pensano gli iscritti del Triveneto.
a cura di Marco De Alberti
Comunicazione. Indagine dell’ateneo di Udine sugli iscritti Ferpi Solo il 46% siede per nelle riunioni di vertice Marco De Alberti
Nel Nord Est le relazioni pubbliche si tingono di rosa. A tinte forti se è vero che il 77% dei ruoli manageriali è ricoperto dalle donne. Ma è un ruolo debole sotto il profilo decisionale: solo il 46% delle donne pierre siede, infatti, nelle riunioni dei vertici aziendali.
Un profilo in chiaroscuro quello che emerge dalla ricerca curata dall’Università di Udine ed effettuata sentendo gli iscritti triveneti alla Federazione relazioni pubbliche italiana (Ferpi), con la cui collaborazione è stata svolta l’indagine. li professore Giampietro Vecchiato, responsabile della ricerca, offre questa chiave di lettura: «Le nostre aziende – spiega – tendono a essere conservatrici e chiuse all’innovazione in campo organizzativo e non solo. Per essere creativa e innovativa un’impresa dovrebbe rompere le regole superando ogni pregiudizio. ogni preconcetto, ogni abitudine anche nei confronti delle donne».
Secondo Maria Paola La Caria, delegato Ferpi per il Nord-Est, conta anche una questione di percezione di sè e di ruolo sociale della donna. «Si tratta – dice di un limite di noi donne, convinte di non avere tutte le doti per arrivare al vertice. C’è poi anche un problema di ritmi di vita se è vero che le decisioni più importanti in azienda si prendono dopo le sette di sera e a quell’ora le donne sono di solito a casa perchè hanno famiglia». Il 100% degli intervistati concorda nel definire fondamentale il ruolo delle pierre nelle aziende e sul fatto che le donne riescono a dare un valore aggiunto alla posizione perché cercano una maggior condivisione di problemi e decisioni (61% dei casi) ma anche per una maggior attenzione all’etica e alla responsabilità sociale (38%). Sono molte le doti personali che incidono nella professione, secondo Vecchiato. «A partire dall’empatia. Quindi contano l’etica e il rispetto per la diversità, Ma anche la voglia di successo, l’intraprendenza e la capacità di mantenere un giusto equilibrio tra competizione e rispetto per le persone».
Per la La Caria le donne di successo nelle relazioni pubbliche riescono ad imporre un loro stile: «Spesso siamo noi stesse a sceglierci un ruolo meramente esecutivo, perché siamo brave a fare e perché pensiamo di essere “meno capaci” degli uomini a decidere. Le donne che ce l’hanno fatta hanno imposto un loro stile, diverso da quello maschile. Cercando costantemente condivisione, praticanodo le doti dell’ascolto e dell’accoglienza, senza farsi mettere i piedi in testa».
Nell’affermazione delle donne – oltre che al riconoscimento della migliore attitudine al ruolo pesa anche una maggior offerta di laureate (46%) e un minor interesse maschile (27%). Ma la strada per affermarsi nel mondo delle relazioni pubbliche non è agevole. Spiega Vecchiato: «Le neolaureate dovrebbero innanzitutto chiedersi perchè l’azienda dovrebbe puntare su di loro. Che cosa hanno di diverso, di unico, di particolare che può dare un reale valore aggiunto all’impresa. Essere unici e non imitabili: è questa la chiave del successo».
È necessario, infìne, anche fare conoscere meglio nelle aziende il mondo delle pubbliche relazioni. «In quest’ottica – conclude la La Caria – Ferpi sta organizzando diverse occasioni di incontro, utilizzando anche testimonial importanti, proprio per far capire le opportunità che si aprono gestendo le relazioni pubbliche in modo professionale».
L’imprenditrice
L’obiettivo del cliente come priorità
Un percorso di studi in medicina interrotto quasi alla fine ha dato il la a una brillante carriera nelle relazioni pubbliche. Capacità di ascolto e di analisi, meticolosità nel valutare le alternative in gioco sono le qualità di medico che Federica Zoppellaro Cimitan della pordenonese Plurima Relazioni Pubbliche ha messo in gioco nella sua professione. «Ho iniziato – spiega – a scrivere comunicati stampa per i congressi scientifici durante l’Università. Poi, dopo l’interruzione per la maternità, ho ricominciato a studiare frequentando tutti i corsi di perfezionamento per le pierre».
Come per un medico, la preparazione tecnica non è sufficiente per un professionista delle pubbliche relazioni. «Se non riesci ad instaurare con il cliente un feeling di rispetto, simbiosi di intenti, e fai capire che il suo obiettivo diventa la tua priorità, qualsiasi sforzo e competenza possono risultare vani», afferma Federica. Il valore del gioco di squadra è stato alla base della scelta di creare una società. «Lavorare assieme è il modo migliore per crescere. E questo vale per la sottoscritta come per gli oltre 30 giovani che hanno collaborato con me in questi anni, avendo L’opportunità di affrontare le relazioni pubbliche sotto molte angolazioni. La mia più grande soddisfazione è aver insegnato loro ad amare questo mestiere».
La dirigente
Strategica la mission del valore etico
Le qualità professionali e la formazione non sono sufficienti ad una donna per avere successo. Serve capacità di ascolto, una visione etica condivisa con top management e colleghi. E una famiglia alle spalle che sostenga lo sforzo professionale. Questa la lezione che emerge dalla storia di Alessandra Veronese, responsabile delle relazioni esterne della Fondazione Cariparo di Padova: «Dopo quattro anni da libera professionista, sono stata presto attratta dalle dinamiche delle organizzazioni, in particolare di quelle no-profit. Ho avuto la fortuna di entrare nella Fondazione Banca degli Occhi, che contava con me su 7 persone e nel giro di 2-3 anni è diventata un’organizzazione di livello mondiale con oltre 50 dipendenti». Alla Fondazione Cariparo il suo lavoro, partito due anni fa, è stato notevole. «Bisognava impostare da zero la strategia di comunicazione e l’organizzazione dell’ufficio – sottolinea la pierre-: una sfida raccolta grazie alla sintonia con la mission di alto valore etico e sociale della Fondazione, con i vertici ed i collaboratori. Il fatto di essere donna è stato una marcia in più perché ho messo a frutto le nostre naturali doti organizzative, di intuito e mediazione. E con la fortuna di avere un compagno che mi ha sostenuto nel mio sforzo, sobbarcandosi parte delle responsabilità famigliari».
La free lance
Rete di contatti grazie a eventi «no-profit»
Ha solo 29 anni ma un’esperienza ormai decennale nel mondo delle pubbliche relazioni. Contando su una passione per il settore eno-gastronomico e su una gavetta fatta nell’organizzare gratuitamente eventi mentre studiava all’Università (lulm) e nel vendere spazi pubblicitari. Così ha costruito il suo successo Elena Ceschelli di lesolo (Ve), professionista delle pierre che ha deciso di puntare sulle aziende trivenete. «Ho avuto la possibilità di lavorare a Milano – sottolinea – ma poi ho scelto di operare qui. Per fare carriera ed acquisire clienti ho organizzato molti eventi no-profit. Dando la mia collaborazione gratuitamente. In questo modo mi sono creata una rete di contatti che è diventata poi fonte di lavoro». Quando i budget sono risicati le relazioni pubbliche sono spesso l’unico strumento utilizzabile per lanciare un prodotto o un brand: «Per un famoso cocktail veneziano – spiega Ceschelli – e con un budget limitato ho consigliato all’azienda di partire in co-marketing, sponsorizzando degli eventi in locali di loro interesse che fanno tendenza, offrendo il cocktail ai partecipanti. Abbiamo messo in piedi un’organizzazione fatta di prodotti ma anche di persone che servono il prodotto e di comunicazione correlata. Nel giro di 3 anni siamo riusciti ad inserire il prodotto in alcuni tra i più importanti locali italiani, con notevoli incrementi di vendite».
Tratto da Il Sole 24 Ore NordEst

4 Commenti
toni muzi falconi il 07/07/2010 :
Curioso questo lapsus dei titolisti della redazione.
Ovunque, anche su ferpinet, si parla di relazioni pubbliche.
Il titolo qui invece parla di pubbliche relazioni.
Pistino si…ma un pochino più di attenzione!
So bene che così è il titolo del giornale che ha pubblicato la ricerca.
Ma anche questo è freudiano:
possibile che il titolo del giornale sia più credibile di quello degli autori?
fra il 08/07/2010 :
Ma non sarà ormai un tema un po’ sorpassato quello del posto dell’aggettivo. Il core del testo è completamente un altro. Non sarà sintomatica questa attenzione a lasciare perdere le donne?
francesca albanese il 08/07/2010 :
Iniziativa meritevole quella di avviare un’indagine sull’universo femminile nella professione delle relazioni pubbliche. Il fatto che le RP siano un settore ad alta partecipazione femminile può farlo considerare emblematico per certi versi ed eccezionale per altri. Farebbe onore alla Ferpi ampliare la ricerca sulle professioniste di relazioni pubbliche, non solo geograficamente (dalla prospettiva del Triveneto ad un osservatorio nazionale), ma anche a livello di settore (non solo quelle iscritte alla Ferpi, ma anche le altre) e magari introducendo qualche altro elemento di analisi.
I livelli di approfondimento potrebbero essere molti per comprendere il livello reale di integrazione e di stabilità delle donne nella professione, le loro difficoltà di crescita professionale, le diverse pressioni e discriminazioni che spesso sono costrette a subire frenandole nel percorso di avanzamento rispetto agli uomini (al di là della propria forza di volontà ed autostima nell’andare avanti), fino a smascherare i pregiudizi e gli stereotipi… a cominciare dalla tutt’altro che banale differenza tra le ‘pubbliche relazioni’ e le relazioni pubbliche. Si potrebbe cercare di capire, poi, quanto e come lo scarso livello di servizi sociali a supporto delle donne che lavorano incida anche sulle professioniste di RP che hanno anche famiglia, ma quest’ultimo problema – come altri – accomuna tutte le donne di qualsiasi professione, soprattutto se non hanno la fortuna di un sostegno familiare alle spalle o di una disponibilità economica per autofinanziare la necessaria assistenza. Potrebbe essere utile capire se questa professione per le donne comporta dei problemi specifici rispetto ad altre professioni. E, ancora, si potrebbe anche cercare di indagare quanto le professioniste di RP che sono ‘arrivate’ abbiano davvero saputo staccarsi da un modello maschile di competizione aggressiva per proporre, piuttosto, modalità di lavoro più aperte al dialogo e alla cooperazione. E infine se esistono, ad oggi, possibilità ed interessi di mettere insieme – ‘associare’ – le esperienze più positive tra le professioniste di RP per condividerle mettendole a servizio reciproco…. Sono solo alcune idee, ma se qualcuna di voi, care colleghe, ha voglia di mettersi a pensare a qualcosa di più, io ci sto.
mariapaola il 09/07/2010 :
Caro Toni, purtroppo con il giornalista ci sono riuscita e difatti nel pezzo il termine è corretto, ma sul titolista non avevo alcun potere!!
Il gruppo Donne in comunicazione ha realizzato un ottimo convegno negli anni scorsi e poi, per motivi diversi si è un pò fermato.. avevamo effettivamente in programma una ricerca a livello nazionale e su questo ci si potrebbe confrontare. Pur non essendo convinta dell’esistenza di una vera e propria “questione femminile” mi piacerebbe ragionare su come le donne possono sfruttare le loro caratteristiche peculiari per migliorare la loro posizione nel mondo del lavoro..
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