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Attenzione ai cattivi maestri!
La comunicazione d’impresa e le relazioni che ne sottendono le dinamiche sono il frutto dell’intreccio tra il sistema dell’informazione, quello della politica e quello economico-produttivo. Toni Muzi Falconi ripropone un suo saggio del ‘94, quanto mai attuale, pubblicato sulla rivista della Bocconi “Economia e Management”.
26/02/2010, Media, 12 Commenti
di Toni Muzi Falconi
“…E’ possibile anche immaginare che nella Seconda Repubblica parti rilevanti del sistema dell’informazione e del sistema della decisione pubblica si pongano al servizio dell’interesse generale e non di altri, vecchi e nuovi, interessi particolari? In quel caso, il vero indicatore del valore reale del comunicatore d’impresa sarà la sua misurabile capacità di produrre valore aggiunto nel sistema di relazione con quei soggetti che influenzano gli specifici obiettivi della sua organizzazione. E se tutto questo si verificherà, non sarà certo l’ultimo dei benefici che la tempesta giudiziaria avrà portato al nostro sistema delle imprese”.
Questa riflessione è tratta da un numero del 1994 di Economia e Management, rivista di management dell’ Università Bocconi, diretta dal compianto Claudio Dematté ed in particolare da un articolo dal titolo La comunicazione d’impresa nella transizione e dopo tangentopoli, autore yours truly.
Un testo che fece parecchio scalpore e suscitò discussione, fra gli altri, anche sul Corriere della Sera e su Prima Comunicazione che ne pubblicarono una recensione.
Alla luce delle vicende di oggi sono andato a rileggermelo e ve lo allego qui per la vostra curiosità.
E ne approfitto per allegare anche un mio pezzo uscito nel 2006 proprio su questo sito sullo stesso tema anche se riferito ad altra vicenda, e che potrebbe essere, latu sensu , anche un complemento all’ottima iniziativa dell’autonalisi del professionista inaugurato qui qualche giorno fa dal nostro ufficio studi.
No comment.

12 Commenti
Elisa Scarcella il 23/02/2010 :
Davvero utile la riflessione sulla professione e lo scenario in cui operiamo, scaturita dalla pubblicazione di questo intervento del ‘94, specialmente in considerazione di alcuni fenomeni alla Tangentopoli purtroppo oggi tornati alla ribalta e del generale clima di sconcerto, di sfiducia di cui oggi siamo pervasi, in Italia come in tutto il mondo.
Alcuni punti evidenziati da TMF credo possano in particolare essere oggi spunto di riflessione: il “sentire comune” del Paese, le “ conferenze stampa sul nulla”, l’assalto generale alla spesa pubblica , la confusione comunicativa, il ruolo non chiaro del comunicatore d’impresa.
Tutti temi oggi più che mail all’ordine del giorno e problematiche credo non del tutto superate.
Ad esempio, davvero è possibile negare che ancora oggi in tante realtà il comunicatore d’impresa sia considerato una “ figura professionale a servizio del capo” e gli investimenti in comunicazione finalizzati meramente a rafforzare l’immagine dell’impresa?
Proprio per questo, la “tristezza”, lo sconforto che mi è parso di cogliere dalle parole di TMF all’epoca, per certi versi posso percepirla ancora oggi.
Invece, tra i tanti passi avanti che, fortunatamente, sono stati fatti, mi piace ricordarne uno in particolare: oggi abbiamo davvero “ più informazione, più trasparenza e più dialogo”, e lo abbiamo non solo con le imprese, come si augurava TMF nell’articolo, ma anche con la PA (e in questo senso molto si può dire pensando ad es. e-democracy). E’ stata dura e lo è ancora, ma in questo continuo percorso di conquista i comunicatori non stanno certo a guardare..
toni muzi falconi il 23/02/2010 :
Grazie Elisa.
Hai ragione tu ma, a giudicare da quel che si legge ogni giorno e che si preannuncia per i prossimi giorni, immagino un paese a pelle di leopardo.
Non più nord e sud, ma territori totalmente in mano alla criminalità organizzata, altri al 50% e altri ancora dove si formano delle sacche di resistenza e dove la civiltà e il dialogo si sviluppano.
Auguro ai miei colleghi di focalizzarsi su queste ultime……
Condivido pienamente poi che molte amministrazioni pubbliche locali hanno potuto e saputo cogliere l’opportunità anche (ma non solo) del digitale per rompere i paradigmi classici della cosiddetta comunicazione pubblica.
Sono onorato di avere potuto negli anni contribuire ad alcune di questa esperienza e spero di poterlo fare ancora…
francesca albanese il 24/02/2010 :
Caro Toni, sono passati più di sedici anni (?) dall’analisi piena di speranze che facevi nella fase di transizione della comunicazione dopo Tangentopoli. E quattro anni fa denunciavi la barbarie della comunicazione che non aveva seguito gli ammonimenti venuti da quella crisi.
L’esca è ghiotta. Non posso non ricordare gli ultimi dibattiti di Correnti nel 2004-2005: la fase di stallo di quella associazione venne non certo per i ‘casini’ organizzativi del gruppo di giovani ‘smandrappati’ (tra i quali la sottoscritta) a cui il compianto Federico Spantigati aveva affidato l’ultima gestione, ma soprattutto per la difficoltà di tutti i partecipanti di trovare una visione comune, di indicare vie condivise per una comunicazione di qualità in quello scenario sconfortante, una comunicazione che riuscisse a rispondere con efficacia ad una complessità crescente soprattutto ai livelli del potere. Avevamo capito che, per governare uno scenario del genere, non era più sufficiente contrapporre all’informazione il dialogo, e all’immagine il comportamento e l’identità (mentre i confini identitari si facevano sempre più indistinti). Né ci poteva limitare ad una, seppur positiva, concezione socialmente responsabile della comunicazione (quella che tu richiami nelle riflessioni del 2006). I fatti successivi hanno confermato questi dubbi. E lì ci siamo arenati.
Questa Seconda Repubblica è quasi maggiorenne, ma il discorso pubblico sembra essere diventato ancora più barbaro. L’Italia è malata di corruzione endemica, avverte oggi la Corte dei Conti. Certe brutte vicende ricordano il passato, e non si possono spiegare solo con la disonestà di parte della classe dirigente: noi dobbiamo chiederci, quale comunicazione le sostiene? La conflittualità politica è sempre molto alta, si cerca periodicamente di estenderla anche ai livelli istituzionali, usando la comunicazione per dividere, per mantenere marcato il dislivello tra chi ha potere e chi non ce l’ha, e per decidere in separata sede gli accordi e le coalizioni. La comunicazione di potere cerca anche di aizzare lo scontro nella società civile, inasprendo il clima e cavalcando paure profonde, soprattutto se si avvicinano le elezioni. Lo scollamento tra politica e società civile, ed anche tra alcune istituzioni e società civile, è molto preoccupante.
Forse proprio venendo a contatto con la società civile si può trovare una soluzione per una buona comunicazione . In quell’universo lontano dalle stanze del potere si fa una comunicazione che non è solo informazione irrilevante, né tanto meno immagine o intrattenimento per distogliere l’attenzione dai problemi reali: una comunicazione fondata su dialogo, confronto, condivisione, nelle relazioni. Lontano dalle stanze dei bottoni, la comunicazione sta sempre più mettendo l’ascolto (quello vero, e non di facciata) al centro delle strategie. Forse, a patto che la società civile non si lasci trascinare dallo stile imposto dall’alto, il cambiamento potrà venire dal basso, e non potrà essere pontificato dal ‘balcone’. Alcune imprese lo hanno capito, alcuni ‘territori’ lo hanno capito, forse anche alcune istituzioni cominciano a capirlo. Lo hanno capito soprattutto le persone comuni, che cercano altri canali per relazionarsi e fare comunità. Grazie ai buoni comunicatori? Troppo pochi ancora? Forse no. E se le ‘best practice’ si mettessero insieme (senza autocelebrazione magari), per incidere di più?
Grazie , Toni, per aver lanciato questi spunti, sarebbe bello che in molti rispondessero per riprendere il confronto su temi così importanti. Molte delle menti (la tua compresa) che animavano il laboratorio di idee di Correnti potrebbero regalarci ancora tante riflessioni, ma forse quell’esperienza così concepita non si può più replicare. Il Centrostudi della Ferpi può essere interessato a ragionare su un percorso simile? Mettere insieme studiosi e comunicatori d’eccellenza per pensare insieme? E poi, ovviamente, mettere in pratica.
E’ vero, bisogna seguire ‘buoni maestri’ – se si è fortunati ad incontrarli – prendere da loro le cose migliori e saper abbandonare quelle che non funzionano. Io ho avuto la fortuna di trovarne alcuni, non so se sono stata né sarò all’altezza dei loro stimoli, ma è rimasto il desiderio di lasciarsi provocare dai loro pensieri innovativi – anche se a volte contraddittori ed estremi – alla ricerca di una visione alternativa delle cose. E non è facile far fruttare certi insegnamenti nella professione.
toni muzi falconi il 28/02/2010 :
Cara Francesca, ho atteso qualche giorno per vedere se qualcun’altro volese dire la sua…
Intanto vedo con piacere che scrivi sempre molto molto bene, una caratteristica che già ai tempi di Correnti ti distingueva da noi tutti
(Federico Spantigati, compreso…. nervoso come pochi nel suo stile e sempre teso a trovare la frase o il vocabolo adatto per non farti capire… nella sua pretesa, presunzione?, che tu fossi consapevole che valesse comunque la pena di fare lo sforzo sovraumano per capirlo..pretesa coltivabile per chi conosci, ma non certo per chi non ti conosce…e che con questo dico la mia su alcuni dubbi sollevati da Patanè in merito all’oblio del nostro collega Federico, al di là dei suoi non più giovanotti ‘smandrappati’..).
Non sono però molto attratto nel proseguire la discussione sul terreno in cui l’hai portata.
Dopo essermi reso conto di avere in qualche misura contribuito, negli anni 89/93, ad alimentare il mito della società civile, il cui avvento al potere (venuto, of course, da una parte diametralmente opposta al desiderato) ha prodotto quel che ha prodotto, esito assai a rievocarlo.
Ma restiamo sul terreno professionale: io non credo che esista una ‘buona’ comunicazione.
Non credo che esistano ‘buone’ relazioni pubbliche.
Ed è anche per questo che, da qualche tempo, evito anche di affrontare questioni legate all’etica delle relazioni pubbliche, mentre preferisco riferirmi ad una prospettiva ‘utilitaristica’ che identifichi il ‘buono’ con l’efficace e che sposti l’asse sul concetto di responsabilità dell’organizzazione e della sua direzione.
Credimi..è un esercizio faticoso assai, ma ti costringe a passare da una formulazione normativa della realtà come ti piacerebbe che fosse, ad una descrizione delle cose come si osservano….
Naturalmente nella presunzione (questa sì apodittica e aprioristica e basata su una mia rilettura, tutta soggettiva, di 50 anni di esperienza e di maturazione professionale) che l’efficacia delle relazioni pubbliche può essere straordinariamente potente se l’organizzazione riesce a mantenere una visione critica della realtà (difficile in questa società di celebrities, frutto marcio anche del nostro lavoro) e se, esercitando pienamente la sua licenza di operare (rinnovata quotidianamente attraverso i suoi comportamenti agiti, e non solo quelli comunicativi), riesce a guadagnarsi il rispetto e la fiducia degli altri.
Potrebbe apparire un discorso contraddittorio e in parte lo è.
Da un lato una visione devastata della ‘gente’ e dall’altra una visione organizzativa dell’efficacia di una relazione con questa.
Nessuna pretesa di coerenza, solo l’auspicio di scorgere il problema.
Mi spiego: è chiaro che per me il 68% di consenso a B. è fonte di una devastante opinione sullo stato di salute mentale e di empatia per i miei concittadini; ma è altrettanto chiaro che la liquidità crescente dei pubblici fa sì che i singoli componenti di ciascuno di questi vivano quotidianamente profili personali diversi.
Mr. K? (non si capisce me se kierkegaard o kafka…).
Ed è questo che aiuta a tirare avanti ed essere meno pessimisti.
Mi basta pensare (e lo faccio ogni tanto) a quelli come me che vivono in Iran!
francesca albanese il 28/02/2010 :
Va bene. Intendiamo, allora, per ‘buona’ comunicazione solo quella efficace, quella cioè che contribuisce a raggiungere dei ‘buoni’ risultati rispetto agli obiettivi desiderati. E passiamo da una da una “formulazione normativa della realtà come ci piacerebbe che fosse, ad una descrizione delle cose come si osservano” (fatto salvo, però, il relativismo delle diverse soggettività che osservano). Ripartiamo da questa impostazione – che non mi sembra poi tanto lontana da quella di Federico Spantigati – per ragionare assieme. Ed invece di società civile, riprendiamo magari quel concetto fertile di ‘società complessiva’ che Italo Capizzi propose diversi anni fa per descrivere il pluralismo crescente. E ‘convochiamo’ (per usare un altro importante concetto di Piero Trupia) i cervelli e le professionalità che possono e hanno voglia di capire come la comunicazione può aiutare le aggregazioni e le organizzazioni (politiche, economiche, aziendali, civili, ecc.) a governare la situazione attuale, a relazionarsi proficuamente nella società gestendo la conflittualità latente o emergente. Oggi si parla tanto di ‘think tank’ (per carattere, non amo le definizioni che diventano troppo di moda). Si può desiderare di riattivare anche per la nostra professione un laboratorio di idee che indaghi sulla efficacia della comunicazione, ma non solo dal punto di vista delle tecniche da usare, ma anche o piuttosto delle strategie da adottare in risposta allo scenario attuale? Oppure non ne vale più la pena? Insomma… sempre meglio che vivere in Iran?
toni muzi falconi il 01/03/2010 :
Cara Francesca,
non puoi sapere, ma Italo Capizzi sicuramente ricorda, che il concetto di società complessiva presentato alla metà degli anni settanta da Capizzi al convegno Ferpi Confindustria, era stato da me fermamente contestato per la sua infinita e impenetrabile vaghezza.
Ho esmpre nutrito l’idea che il termine fosse stato in realtà coniato da Federico proprio alla scopo
come suggerivo nel commento più sopradi costringerci a riflettere sui suoi continui paradossi, e chissà che Italo non ci illumini….Naturalmente queste miei rilievi hanno soltanto lo scopo di esaltare di Federico la brillantezza, la vivacità e la capacità di provocazione intellettuale che erano insite nel suo essere vivo.
Rivendico anzi, come tu stessa accenni, la sostanziale influenza che le feconde frequentazioni di Federico hanno prodotto sul mio modo di pensare.
Al punto che da una decina di anni mi sforzo, qualche volta con risultati non banali e anche (!) duraturi (nel senso francese del termine… nel nostro ormai banale italenglish potrei dire sostenibili) di trasformare proprio questo nostro spazio in quel luogo di confronto fra ’cervelli e professionalità che vogliono capire come le relazioni pubbliche possono…..proprio come dici tu.
Sono molto contento che te ne sia accorta, e spero proprio che vorrai continuare, con le modalità tutte aperte del 2.0, a continuer le debat….
francesca il 03/03/2010 :
Lo farò volentieri. Capisco le grandi potenzialità del web 2.0, contesto che sto cercando di apprezzare pur partendo dalla posizione… per così dire… di ‘deportata digitale’ (bella la distinzione emersa in queste conversazioni tra ‘nativi’, ‘immigrati’ e ‘deportati’ digitali). E mi auguro che questo sito possa essere anche un luogo propedeutico ad altri scambi, con modalità off-line di maggior approfondimento.
fabio734 il 03/03/2010 :
La ricchezza e la razionalizzazione dei contenuti di questo botta-risposta mi porterebbe a pensare che quel “laboratorio di idee che indaghi sulla efficacia della comunicazione”, invocato da Francesca, sia già nato. Sì perché non credo esista “spazio” migliore per permettere la digestione di stimoli invitanti e di bocconi ghiotti sul nostro sviluppo professionale quanto questo portale che nelle ultime settimane sta uscendo da uno stato comatoso grazie anche al contributo di tanti “deportati digitali”. To the point: non sono sicuro (pronto a farmi convincere del contrario) che la buona/efficace comunicazione possa nascere dal racconto della altrettanto buona/efficace pratica. Troppo spesso, infatti, l’effetto suscitato dalle best practice è più vicino al Nimby, nel senso di difficoltà di immedesimarsi nella situazione (“con quel budget a disposizione…”, “la mia organizzazione è diversa”, “il mio capo…”, eccetera).
Forse (ma ancora pronto a convincermi del contrario) alle volte sono più utili i worst case, quelli che attivano discussione sul “come” evitare possibilmente il ripetersi di quelle criticità che hanno influenzato negativamente il raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Quindi, non vorrei coinvolgere il CentroStudi in un, seppur accattivante, progetto che corre il rischio di rimanere impantanato nella disquisizione tra cosa è catalogabile come buono/efficace e cosa non lo è. Però non mi tiro indietro e rilancio. Da qualche anno, la nostra comunità scientifica e professionale sta lavorando ad un nuovo modello globale di relazioni pubbliche (http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/notizie_rp/linfrastruttura-di-relazioni-pubbliche-di-un-territorio-in-base-al-nuovo-modello-globale-di-relazioni-pubbliche-work-in-progress/notizia_rp/34255/1), basato sui principi generici (globalmente riconosciuti) da declinare sulla base di applicazioni specifiche (connaturate all’infrastruttura comunicativa di un determinato territorio). Soprattutto i principi generici, formulano quelle caratteristiche universali che contribuiscono all’efficacia delle relazioni pubbliche in qualunque organizzazione, indipendentemente dal territorio. Propongo, quindi, di partire da questi principi per fare un passo in più: declinare questi principi sulla base della diversa tipologia di organizzazione (pubblica, privata o sociale) … o addirittura, ulteriore declinazione, sulla base del settore nel quale l’organizzazione opera (energia, rappresentanza, food&beverage, volontariato, e via dicendo). Se, per esempio, un principio generico afferma che “la funzione di rp riporta direttamente alla leadership dell’organizzazione. Non è subordinata ad altre funzioni di direzione, con le quali interagisce in modo paritario”, come si traduce questo, sempre per esempio, in una organizzazione privata operante magari nel settore TLC. E per una organizzazione pubblica il cui principale obiettivo è quello di tutelare l’interesse generale? E per una organizzazione sociale che si occupa di tutela ambientale?
Il gioco è replicabile con qualunque esempio. La matrice principi generici-applicazioni specifiche, quindi, può essere letta con lenti diverse, a seconda della tipologia di organizzazione e del settore di riferimento. Facendo questo esercizio (e qui sì che il CentroStudi si coinvolgerebbe) arriveremo davvero a definire i presupposti normativi per accrescere l’efficacia della comunicazione. Che ne pensate?
francesca albanese il 04/03/2010 :
Sono contenta di leggere il ‘rilancio’ del Centro Studi per alimentare il dibattito (ciao Fabio… piacere di conoscerti online). Spero che questo confronto resti visibile per andare avanti e coinvolgere altri comunicatori.
Mi sembra molto interessante riportare l’analisi nella prospettiva di principi riconosciuti a livello internazionale per poi focalizzarla sulla specificità dello scenario italiano e, infine, declinarla sulle singole realtà di settore (solo una perplessità però… dato che le parole possono avere un peso notevole … ma perché si parla di modello ‘globale’ se poi si sta attenti alle caratteristiche – e magari anche alla valorizzazione – della comunicazione dei diversi contesti nazionali e territoriali? Si può parlare di modello ‘glocale’ di RP?).
Se restiamo, però, sulla linea metodologica proposta da Toni di passare da una “formulazione normativa della realtà come ci piacerebbe che fosse, ad una descrizione delle cose come si osservano” , forse non bisogna porsi come obiettivo quello di “definire i presupposti normativi per accrescere l’efficacia della comunicazione”. L’obiettivo potrebbe essere forse quello di comprendere quali criticità oggi rendono difficile in Italia l’applicazione di quei principi di efficacia condivisi a livello internazionale (la comunicazione simmetrica, il dialogo, il riconoscimento e la valorizzazione della diversità, il comportamento socialmente responsabile, il ruolo tecnico, manageriale e strategico della professione nelle organizzazioni, ecc.). Insomma, si può cercare di capire come si possono affrontare e risolvere questi problemi, come si può uscire dalla situazione sconfortante ricordata da Toni con gli scritti che hanno dato il via a questi commenti?
Se volessimo, per questo, attenerci soltanto ai 6 sistemi specifici di rilevazione proposti da Global Alliance (sistema legale e istituzionale, sistema politico, sistema economico, sistema di società civile, sistema socio-culturale, sistema dei media) ci sarebbe molto da dire sulle condizioni reali del nostro Paese… nella difficilissima – oggi praticabile e utile? – sfida di abbandonare il ‘politically correct’ .
Infine credo che, per non essere rimproverati di vaghezza e per non restare nella pura teoria, è importante partire da casi concreti (‘walk the talk’)… sia negativi per analizzare i problemi, che positivi per verificare la validità di alcune risposte. Le ‘best practice’ possono aiutarci a non essere tanto pessimisti, a rilevare i tanti passi avanti che sono stati già fatti (quelli di cui parlava anche Elisa Scarcella), a fare un po’ di utile ‘benchmarking’. Capisco il pericolo di rimanere impantanati nella catalogazione di ciò che è buono/efficace e ciò che non lo è, ma forse si può ragionare su come evitare che questo avvenga.
toni muzi falconi il 04/03/2010 :
Non per volere cambiare argomento ma perchè lo ritengo utile alla discussione specifica che stiamo facendo, vorrei spiegare il perchè dell’uso del termine globale e del non uso del termine glocale.
Puoi immaginare che la discussione fra noi che ci abbiamo lavorato (india, italia, slovenia, sudafrica, nuova zelanda, messico solo per citare alcuni dei luoghi di provenienza) sia stata su questo assai vivace.
La partenza è che nella società a rete e nel valore dei network, la prospettiva delle relazioni pubbliche o è globale o non è.
Anche lavorando per conto di pizzicagnolo di vidigulfo di sotto ho la possibilità di capire (non l’avevo pochissimi anni fa) cosa fa e come lavora il mio collega che si occupa del pizzicagnolo di un paesino sperduto dell’Azairbejan… ovviamente è un paradosso…ma mica tanto.
Se non lo faccio, posso sempre pensare che lo faccia il mio concorrente di vidigulfo di sotto.
Poi abbiamo cercato di identificare alcuni principi generici (e anche qui, perchè non generali? perchè non globali?..discussione accesa ma poi mediata dai sostenitori della soluzione approvata portando l’esempio dei farmaci..che è molto convincente) validi comunque e ovunque, si certo, ma efficaci soltanto se e quando declinati in funzione di applicazioni specifiche consustanziali.
Ecco perchè non glocal.
Ricorderai che il tutto nasce dal detto ‘think global act local’ poi diventato ‘think local act global’ e poi per ultimo ‘think glocal’.
Nel nostro caso abbiamo ritenuto più convincente tenere distinti i due termini perchè riferiti a specificità diverse ma sottolineando fortemente che le applicazioni specifiche non correlate a principi generici stimolano soltanto relativismo, mentre i principi generici non correlate alle applicazioni specifiche stimolano soltanto assolutismo.
boh? che ti devo dire? cosi funzionano i gruppi di lavoro…e meno male che ci sono. ciao
fabio734 il 05/03/2010 :
per non perdere il valore di questa preziosa discussione (e per non vederla scivolare giù e faticare nel ritrovarla) mi sono ripromesso di leggere approfonditamente i contenuti della conversazione per definire un minimo di base da cui ripartire con una nuova proposta. questa volta da postare e commentare su FerpiNet…magari coinvolgendo anche altri nostri colleghi che vorranno spostarsi dall’home del sito. toni, francesca, ci state?
francesca il 06/03/2010 :
Sarebbe bello allargare il dibattito a i tutti i soci ferpi interessati a portare il loro contributo. E poi chissà se il risultato finale di questi pensieri non possa essere ‘accattivante’ anche per altri studiosi e per altri professionisti che non sono iscritti alla federazione…
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