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BP: disastro sì ma ben gestito

I disastri talvolta accadono. La marea nera causata dall’esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon ha travolto il Golfo del Messico ma anche BP, il colosso petrolifero che ne era responsabile della gestione. E se il danno, molto ingente a livello ambientale ed economico, ormai è fatto, l’azienda può comunque lavorare per salvare la propria reputazione. Finora in maniera assolutamente impeccabile.

11/05/2010, Media, 1 Commento

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di Geronimo Emili

E’ molto difficile capire a chi effettivamente appartenga la responsabilità del disastro ambientale causato dall’esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon: alla BP, che gestiva l’impianto di estrazione, alla Transocean, proprietaria della piattaforma, o addirittura alla Halliburton, la società con base a Houston responsabile dei lavori sulla piattaforma.

La cosa certa però è che l’unica società tra queste ad avere un enorme problema di reputazione è il colosso petrolifero BP, considerato ormai l’unico responsabile dell’incidente e che sta spendendo 6 milioni di dollari al giorno a causa del disastro, spese aggravate sia dal calo del prezzo del greggio che dal crollo delle proprie azioni sui listini londinesi.

Ma BP non deve fare i conti solo con le perdite economiche: è in gioco la sua reputazione di ‘azienda amica dell’ambiente’.

A partire dal 2000, BP ha investito infatti grandi capitali per riposizionarsi come compagnia di grande responsabilità sociale, ridisegnando il proprio logo in un girasole verde e giallo e introducendo il nuovo claim “Beyond Petroleum”.

Dopo l’esplosione della raffineria di Città del Messico del 2005, che ha causato 15 morti e 170 feriti, BP ha dovuto ancora lavorare duramente per difendere e risollevare la propria reputazione.

Oggi dunque BP, che alle spalle una discreta esperienza con il crisis management, si assume la propria parte di responsabilità per il disastro a largo delle coste della Louisiana. “Siamo determinati a combattere questo versamento su tutti i fronti, nelle profonde acque del golfo, nelle acque basse e, se necessario, sulle sponde”. Questo il discorso di Tony Hayward, CEO di BP, che, come scrive il Los Angeles Times, ricorda quello celebre di Churchill durante la seconda guerra mondiale: Noi combatteremo sulle spiagge, combatteremo sulla terra, combatteremo sui campi e nelle strade.

Divenuto ormai l’unico strumento di diretta comunicazione tra un’azienda e il proprio pubblico, il website è diventato assoluta priorità per le aziende che intendono mantenere i contatti con l’esterno. BP, consapevole di questo, ha lavorato molto bene sin da subito sul proprio sito: nell’accedervi, infatti, si viene indirizzati automaticamente a una sezione interamente dedicata all’esplosione del Golfo del Messico dove sono contenuti tutti i dati, cifre e documenti relativi al disastro ambientale.

Cosa ancora più importante però è la colonna a destra dove sono indicati immediatamente tutti i contatti telefonici utili ai diversi target di riferimento: l’ufficio stampa americano e quello inglese, la guardia costiera, una linea dedicata alle tematiche relative all’ambiente, una linea dedicata ai volontari, una linea per gli investor relations, una per i media e collegamenti ai canali twitter e facebook specificatamente creati per il disastro.

La sezione dedicata all’incidente del Golfo del Messico contiene una serie di articoli sulla versione di BP relativi alle dinamiche dell’incidente e alle azioni dell’azienda per riparare i danni e i risultati raggiunti.

Troviamo infatti una serie di mappe, video, immagini sul disastro ambientale e in più il link ad un’altra sezione dedicata al disastro sviluppata dalla Transocean, la società proprietaria della piattaforma.

Questa sezione, Information Centre, rilascia informazioni continuamente aggiornate sulle condizioni della ‘marea nera’.

In tutto il sito della BP il disastro del Golfo del Messico è chiamato ‘The Response’, ‘The Gulf of Mexico response’ o ‘The oil spill’: nessun riferimento alla BP.

Nulla forse rimarrà, in futuro, ad associare l’incidente con il nome dell’azienda considerata come la principale responsabile dell’incidente, secondo una tradizione ormai consolidata nell’industria petrolifera, di chiamare gli incidenti o con il nome del luogo dove sono avvenuti (come nel caso di “the New Orleans spill”) o con il nome della piattaforma o della nave coinvolta (come ad esempio Exxon Valdez, Argo Merchant, Athos 1).

La ricchezza di informazioni e di riferimenti destinati al pubblico rendono il sito della BP come un esempio ottimo di come gestire la comunicazione esterna in caso di crisi: informazioni più dettagliate, aggiornate e di semplice accesso per tutti. Il merito di questo va a David Bickerton, direttore di Interbrand UK e dal 2002 responsabile della comunicazione interna ed esterna di BP.

Anche sul sito della Transocean un’intera sezione è dedicata al “Deepwater Horizon Incident”: ma lo spazio è molto ridotto rispetto a quello di BP.

Il sito contiene infatti anche in questo caso un link al Centre Information Website, un messaggio del Presidente e CEO di Transocean Steve Newman e un link a un sito di condoglianze per i morti nell’incidente.

BP e Transocean non sembrano comunque essere le uniche società coinvolte nell’incidente.

Questa gestione così intensa della comunicazione da parte di BP è l’unica strada in caso di crisi: lasciare il meno possibile spazi vuoi di comunicazione così da contenere al massimo percorsi ingovernabili da parte dei media.

Tratto da PR Italia

1 Commento

luca803 il 20/06/2010 :

Stavo leggendo un post proprio su questo argomento, alla URL http://www.mariellagoverno.it/postille/ildoloredellamareaneradibp.html Per prima cosa osservo che la mia amica e collega Mariella Governo si distingue anche nelle sue analisi tecniche: ha “cuore”, e anche quando s’impegna… non riesce a nasconderlo! Il suo post mi ha trasmesso emozioni forti e rabbia per l’imbecillità di quei manager attenti solo alla chiusura della semestrale di bilancio ed indifferenti a quello che accade nel mondo, anche accanto a loro. Nel merito della questione, una lode controcorrente a BP per la gestione della crisi dal punto di vista della comunicazione: la reazione è stata quasi immediata, ed il sito internet di riferimento (la “bacheca” dove ogni giorno vengono pubblicati gli aggiornamenti, Gulf of Mexico Response) è stato allestito a tempo di record, ed è straordinariamente ricco di informazioni, update, fotografie, filmati, interviste, etc. E’ assolutamente una risposta da best-in-class, e dovrebbe essere citata nel manuali di settore. Ma ci fermiamo qui, ci fermiamo alla comunicazione analizzata dal mero punto di vista dello “strumento”. Manca il cuore, appunto (anche se in altri casi celebri in Italia come Tyssen è mancato sia il cuore che la tecnica!). Quindi è vero tutto ciò che Mariella rileva su BP: una grandiosa operazione di Greenwashing (quale strategia “green” delle 7 sorelle non lo è stata?), niente CSR, niente vera sostenibilità, neanche la più elementare delle empatie a disastro già in corso. L’AD di BP si giustificava parlando di “cassetta degli attrezzi” mentre centinaia di migliaia di animali morivano, dimostrando di non aver (mai) capito assolutamente nulla del ruolo di BP nell’ambito di una rete sociale e neurale complessa. Ne lui, ne evidentemente il suo CdA, del quale era espressione. Passo dal presente al futuro: non è certo cambiando AD che si risolve la situazione (purtroppo). Queste grandi corporation hanno un “baco” direttamente nel loro DNA: alla base della loro identità c’è il denaro, nient’altro. Parlavo la scorsa settimana con l’AD di una grande multinazionale farmaceutica, una delle top-five al mondo, il quale mi spiegava quanto si sentiva “solo” nel tentare di attuare politiche di sostenibilità, nelle quali sinceramente crede. Il suo CdA gli risponde: “ma noi siamo già nel Dow Jones Sustainabily Index, perchè mai dovremo avere un team per sostenibiità?” (tradotto: “l’etichetta già ce l’abbiamo, ed abbiamo pagato per averla, perchè mai dovremmo fare qualcosa di fattivo e concreto oltre a questo? Non è che l’Indice ci iscrive negli elenchi due volte…”). Per illustrare qual’è il problema dal mio punto di vista potete leggere questo articolo sul Greenwashing: http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/internazionale/lirresistibile-tentazione-del-green-washing/notizia_rp/40672/7
E per riflettere sulla possibile soluzione potete leggere questo: http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/management/lutopia-della-decrescita-serena-una-ricetta-a-base-di-csr/notizia_rp/40809/8
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