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Etica nelle Rp: lavorare solo su quello che si condivide?
Il libro di Patricia Parsons, Ethic in Public Relations, continua a far discutere. A partire da alcune provocazioni dell’autrice, Biagio Oppi si domanda se – come Relatori Pubblici – sia giusto o meno lavorare anche su progetti e questioni che non si condividono. Il dibattito è aperto!
24/08/2010, Media, 4 Commenti
di Biagio Oppi
Sto per finire il libro di Patricia Parsons – su Google libri: Ethics in Public Relations – e l’ho trovato molto utile per stimolarmi varie riflessioni che vorrei approfondire appena lo finisco. Sono tantissime le tesi con cui mi trovo in disaccordo, ma a maggior ragione il libro mi stimola a leggerlo, rileggerlo e rifletterlo.
Però adesso sono sul capitolo intitolato PR per una gang di bikers e ho un’impellente urgenza da soddisfare: l’autrice sostiene che si possa far PR, in maniera etica e corretta, solamente per committenti e/o progetti di cui si condividono i valori e le idee. La Parsons contesta l’analogia tra relatore pubblico e avvocato: cioè il fatto che il PR possa farsi portavoce delle istanze di chiunque.
In una recente discussione con una collega, pure lei sosteneva il punto di vista della Parsons, declinato ad esempio in politica: se non condivido un’idea di un partito/politico, non posso gestire la sua comunicazione e le relazioni pubbliche ad esso connesse. Io sinceramente non sono d’accordo.
Credo che la nostra professione e chi ci si riconosce (seguendo i codici etici e un’attitudine condivisa dalle associazioni professionali) abbia un livello base di valori comuni che sono in gran parte quelli della società liberale-democratica contemporanea (tolleranza, rispetto per gli altri, democrazia, uguaglianza, ecc.). Che vanno rispettati a priori.
A partire da quel livello credo che il nostro intervento debba essere più tecnico che ideologico, altrimenti intravedo diversi rischi:
- che la professione venga esercitata in determinati contesti (partiti, gruppi sociali, non-profit) più per crediti ideologici che per merito e competenza, svilendone la funzione;
- che l’ideologia accechi e non permetta di svolgere il ruolo di mediatori che i relatori pubblici hanno;
- che venga così rimosso il concetto stesso di ascolto degli stakeholder per una mera funzione di comunicazione a una via: non siamo forse i rappresentanto degli stakeholder nell’organizzazione?
Tre punti (non per niente in contrasto con gli Stockholm Accords) che mi sembra bastino già a dimostrare come il relatore pubblico non debba essere ideologizzato… altrimenti si trasforma in mero propagandista.
Che ne dite?
Tra l’altro una delle obiezioni della Parsons è che non siamo come gli avvocati perché gli avvocati si basano su un sistema, quello giuridico, frutto di secoli di sviluppo. Nella differenza tra sistema mediatico (o dell’opinione pubblica o della reputazione pubblica) e sistema giuridico, sarà perché sono figlio di scienze-dell-acomunicazione e di altre deviazioni mcluhaniane, vedo una mera differenza tecnologica e di temi: il sistema mediatico ha visto un’accelerazione incredibile negli ultimi anni, ma ciò non significa che non si configuri come un’arena in cui tutti hanno diritto a vedere difesa o consolidata la propria reputazione.
Oso troppo?
Tratto dal blog Pranista

4 Commenti
toni muzi falconi il 28/08/2010 :
Biagio,
L’argomentazione del diritto di un soggetto ad essere difeso anche di fronte al cosiddetto ‘tribunale dell’opinione pubblica’ non fa parte ancora del corpo della nostra civiltà giuridica.
Naturalmente sappiamo bene che nella società di oggi, per mille svariate ragioni, talvolta anche in contraddizione fra di loro, il questo ‘tribunale’ produce spesso conseguenze assai maggiori di quanto non ne produca il tribunale effettivo.
Ma, fino a quando le relazioni pubbliche non saranno in grado di invocare una regolazione che protegga la società dalle pratiche scorrette dei suoi operatori, o – per essere più precisi – fino a quando non saremo in grado di abilitare un qualche organismo credibile nei confronti di terzi (per legge o auoregolamentazione) a intervenire con sanzioni di varia natura deterrente, nei confronti degli autori di quelle pratiche scorrette, questo argomento, che io ho pure usato per decenni per legittimarmi di fronte alla mia coscienza, non sta in piedi.
L’ho imparato a mie spese in una faticosa, dura e intera notte di discussione a Quebec City nel 2004 con Anne Gregory.
Quindi, sia pure con grande rammarico, non lo uso più.
Biagio Oppi il 30/08/2010 :
Un’obiezione è sensata: il tribunale dell’opinione pubblica non ha organi riconosciuti da terzi in grado di sanzionare efficacemente chi pratica il nostro mestiere in maniera scorretta.
Inserisco il commento tra gli altri commenti sul blog http://www.pranista.com …
Volevo poi riportare alcuni commenti che mi hanno postato sul blog. Vediamo se è fattibile e se ci stanno:
Anna Maria Carbone ha detto…
Ho letto con attenzione il tuo post e trovo che la questione che hai posto contenga un vizio di fondo. Tu definisci chi fa PR come un mediatore. Non sono d’accordo. Un mediatore è per definizione “terzo” e “altro” mentre chi cura la comunicazione per qualcuno lo fa necessariamente per rappresentarne, in vario modo, gli interessi. Un comunicatore può ascoltare, riferire, facilitare il dialogo, ma in nessun caso mediare poiché gli manca la “neutralità” rispetto ai soggetti coinvolti. Altro discorso è quello dei limiti, tolti quelli condivisi, oltre i quali ciascuno di noi sa di non poter fare un buon lavoro. Quelli li stabilisce la coscienza…e l’esperienza. 24 agosto 2010 18:21Nicola ha detto…
Ho lavorato per clienti di cui non condividevo le idee, ma svolgendo un ruolo tecnico: la mia agenzia ha realizzato un CMS per un quotidiano online teo-con, che è quanto di più distante dalle mie convinzioni ci possa essere. Ho messo in campo uno strumento attraverso il quale potessero esprimersi, ma mi rifiuterei di contribuire in termine di elaborazione di messaggi per aiutarli ad affermare le proprie (deprecabili) opinioni :-) In ambito politico, si dovrebbe entrare nello spirito e nella cultura del cliente, altrimenti come si fa a contribuire alla promozione dei valori che egli vuole affermare? 24 agosto 2010 22:05Federica ha detto…
Posto che condivido l’intento di dotare la professione del PR di un metodo se questo esiste ed è meramente“oggettivo” nel nostro mestiere non può trovare spazio una qualsiasi riflessione sull’etica. Dunque c’è un diritto alla consulenza nelle pubbliche relazioni, e non esiste in questo senso nessuna “obiezione di coscienza” possibile. Ma la Parsons, nella sua riflessione, poneva l’esempio in termini diversi: l’avvocato valuta se, in base ad un codice giuridico, il comportamento di una persona può essere giudicato lecito o criminale. Il giudizio è sul comportamento non si sta parlando di etica, in cuor suo l’avvocato può benissimo pensare che il suo comportamento sia stato immorale ma, qui si tratta di assicurare al suo assistito un trattamento equo (questo in un mondo ideale) in base ad un codice penale. Altra questione è quando ci troviamo a dover creare consenso sui valori e le azioni del nostro committente. L’etica personale coincide con l’etica professionale, come dice la Parsons, è una questione di scelte. Possiamo realmente essere credibili a proporre all’esterno un modello del quale noi stessi non siamo convinti o che addirittura rifiutiamo, possiamo sentirci “etici” nel suggerire il modo più appropriato per un’organizzazione/partito politico/azienda di acquisire consenso all’esterno ? Ecco io credo di no, in primo luogo nei confronti di noi stessi che siamo, sì professionisti, ma siamo in primo luogo persone; in secondo luogo nei confronti degli altri nostri amici/colleghi che, conoscendoci avrebbero qualcosa da eccepire sulla nostra scarsa coerenza. Più volte me lo sono chiesta nell’esercizio della mia professione, credo in quello che faccio, sono realmente convinta che facilitando lo sviluppo della società per cui lavoro faccio i bene di chi mi ascolta ? Ho abbandonato committenti che non ritenevo eticamente corretti. Sempre più le organizzazioni lavorano per arricchire il loro universo valoriale e richiedono a chi vi appartiene di sposarne i principi. Solo in questa maniera essa, essendo composta da persone e non cose, può essere ritenuta credibile. Possiamo dire di ascoltare tutti gli stakeholder se sosteniamo l’azione di organizzazioni che manipolano le coscienze delle persone ? e che magari gli estorcono denaro ? No non tutti hanno diritto a vedere difesa o consolidata la propria reputazione poiché non tutti hanno diritto di veder sviluppato il consenso a loro favore ( è forte ma aiuta a riflettere http://xenu.com-it.net/txt/ymedia.htm). 25 agosto 2010 14:09Anonimo ha detto…
Perdonate la provocazione ma comunicare è un diritto di tutti. Quindi anche i vari belzebù hanno il diritto di esprimere il proprio pensiero (o messaggio). Quindi quello che si offre non è un servizio più che altro un esplicito aiuto ad esercitare un loro diritto. Mi sbaglio?Andrea Rosiello da Facebook
26 agosto 2010 12:36
Sono piuttosto d’accordo con la provocazione di Andrea Rosiello anche nella sue versione più attuale dell RP: cioè che il PR deve essere abbastanza “neutrale” come approccio tanto da poter rappresentare all’interno dell’organizzazione il punto di vista degli stakeholder: un avvocato a due vie, dialogico, che rappresenta nell’arean pubblica gli interessi dell’organizzazione e all’interno dell’organizzazione la prospettiva deigli stakeholder. Per farlo non può sposare ciecamente la causa dell’organizzazione… Scorrendo gli Stockholm accords troviamo due affermazioni che secondo me vanno proprio in questo senso: Bring the organization’s “voice” and interests into stakeholder deliberations and decisions; Advocate for stakeholder groups within the organization and sustain an appropriate dialogue in order to maintain social and reputational capital. 26 agosto 2010 12:45 Giampiero Vecchiato da Facebook Non ne sono sicuro! Di una cosa sono certo: non c’è, non esiste, un manuale né un codice definitivo, una volta per sempre e, soprattutto, valido per tutti i DILEMMI e per tutti i CLIENTI! Nella nostra professione poi, la metodologia utilizzata e gli strumenti di comunicazione scelti, fanno COMUNQUE parte degli aspetti etici, ne sono indissolubilmente legati. L’etica, nella nostra professione, è quotidiana, spesso tragica, a volte piena di malinconia…. Di sicuro lavorare con chi la pensa come noi pone meno problemi.Pranista ha detto…
gabriele di stasio il 01/09/2010 :
Io penso che nessun uomo, prima che come comunicatore, come persona, debba prestarsi a promuovere attività poco etiche. Io personalmente ho vissuto questa situazione e ho dovuto mollare. Ero pr in una nota azienda, nelle scommesse sportive, e ho dato le dimissioni dopo un solo mese di lavoro perchè non condividevo ciò che comunicavo.
Geronimo Emili il 06/10/2010 :
Primo: fino a prova contraria non siamo una categoria professionale, fino a quando non riusciremo ad avere un albo. Quindi la questione etica è risolta: non esistono filtri o formazione ufficiale che impongano una certa etica agli operatori. E infatti troviamo lo schifo.
Secondo: il problema dei valori non si dovrebbe applicare, a mio avviso, verso la natura del cliente, ma sulla sua attitudine a degenerare. Mi spiego: non è un problema lavorare per un’organizzazione cattolica o musulmana se io sono ateo, non lo è lavorare per i siciliani se io sono un leghista sfegatato oppure per un’azienda che sta spostando le linee di produzione all’est licenziando 300 persone.
Il problema è lavorare per un’azienda farmaceutica, settore che ha sempre avuto una moralità molto elastica. Lavorare per la moda (quante bimbe carine che escono dai master “mi piacerebbe tanto lavorare nella moda”?) che rompe le palle sul “made in italy” e poi non paga le tasse grazie a ridicoli giretti in svizzera e fa confezionare i capi nei laboratori dei cinesi a prato macinando utili vergognosi.
Terzo: Da qualche anno, siccome le agenzie prendono ormai tutto a fee che fanno ridere i polli (zitti zitti), pagano i propri professionisti praticamente con un piatto di minestra e un ridicolo contratto. Il problema etico è anche questo: continuare a erogare la stessa qualità e quantità di consulenza ad aziende decisamente imbarazzanti, per metà dei soldi, mettendoci a lavorare dei poveretti allo sbaraglio pagandoli 1000 euro al mese, per 12 stipendi, con un contratto di 6 o 12 mesi.
L’etica.
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