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L’etica dello struzzo

Parlare di etica è complesso e, talvolta, si tende a semplificare il problema. Nel caso dei fondi etici spesso di applica un’ etica da struzzo, demonizzando alcune categorie merceologiche senza comprendere che il rating etico deve tenere conto anche del core business dell’azienda. Un interessante approfondimento di Paolo D’Anselmi esamina la questione da un nuovo punto di vista.

08/03/2010, Media, 4 Commenti

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di Paolo D’Anselmi

C’è qualcosa che non torna nelle scelte di investimento dei fondi etici del tipo: niente armi, niente tabacco. Mi rendo conto che tale selezione non è la sola, che c’è pure il rating etico complessivo. Vorrei qui limitarmi a criticare la selezione merceologica negativa. Essa rivela un contenuto del comportamento etico un po’ da struzzo: ciò che non mi piace me ne tengo alla lontana. Mi pare un lavarsi le mani, not in my name, not in my backyard, un dribblare la questione dell’essere etici ed entrare nel merito del problema.

È come se ci fosse una classifica di cui è difficile ordinare chi vince, ma è chiarissimo chi sta in zona retrocessione: armi, tabacco, giochi d’azzardo, organismi geneticamente modificati. Non mi risulta ci siano indicazioni in proposito dai grandi della filosofia morale. Mi pare una mala lettura dell’imperativo kantiano: se io non uso armi, che non le usi nessuno. E i buoni chi sono: le televisioni Italsex, i salumai colesterolici, i car maker rombanti?

Nello specifico delle armi, il passaggio dall’etica individuale (micro) all’etica (macro) della azienda sembra essere: “Quinto: Non ammazzare. Ergo non finanzio armi.” Si ammazza con molto meno. Ci vuole molto di più di un’arma per ammazzare. Ci vuole la rabbia. Ci vuole un motivo. Tibullo stesso si imbarca in un ragionamento in cui se la prende col costruttore primo delle spade per arrivare alla conclusione che è colpa nostra se abbiamo rivolto contro noi stessi ciò che il costruttore di armi ci aveva dato per difenderci dalle belve feroci. E fa piacere che vi sia qualcuno autorizzato a portare armi (non io stesso, ma una terza parte) quando incontro in città certi ceffi muniti di bottiglia di birra, inneggianti magari a qualche club calcistico. (Non che gli spiritati occhi verdi del ministro della difesa pro tempore siano rassicuranti, ma questa e’ un’altra faccenda.) L’arma è la base del diritto. Il passaggio dalla forza bruta alla forza ragionata dell’arma conferisce senso al diritto.

Chi si interessa di un business critico, cerca di esserne informato. È la vecchia opzione se criticare il sistema dal di dentro o dal di fuori. Sarebbe quindi carino parlare in pubblico di Finmeccanica (aerospazio, armi) che secondo il Rapporto MET 2009 si becca – alla chetichella – il 30% degli incentivi di Stato alle imprese.

Lo Stato sta con tutti e due i piedi nel business del vizio, ma così facendo ha eroso terreno alla malavita nel campo delle scommesse (e un po’ ci convive). Su altri business fa anch’esso politiche di struzzo, come ha detto Tinto Brass su Vita: “Si fanno leggi contro le puttane, ma non contro le escort”, che sono l’alto di gamma dello stesso business. Certo c’è un effetto di dipendenza della domanda dalla offerta, per cui il consumo di certe cose dipende dalla disponibilità della offerta di quelle cose stesse. Ma il proibizionismo crea più profitti illeciti (e quindi costi sociali ad essi associati) di quanti ne limiti.

Nel passaggio dal micro al macro occorre declinare l’etica chiedendosi qual è la risultante aggregata della irresponsabilità individuale. Il rating etico deve tenere conto del core business dell’azienda. Sul caso delle tariffe più alte d’Europa per i telefonini italiani (26.9.2009): che mi vale una politica di impatto ambientale zero, se sto spremendo i clienti? Si dirà che delle tariffe si occupa il rating canonico, il rating etico misura altro. Non credo che sia giusto così: il rating etico deve misurare la eticità della risposta al problema di core business, altrimenti rimane alla periferia della economia. E dell’etica.

4 Commenti

toni muzi falconi il 09/03/2010 :

Ben detto Paolo. Condivido.

Nel corso di un recente incontro internazionale a Roma, il leader di una delle maggiori società mondiali di consulenza che va per la maggiore nel campo della sostenibilità ha sostenuto dal palco che non ha alcun senso per l’impresa operare nel sociale se non in piena coerenza con il proprio core business.

Nel solito intervallo di networking l’ho avvicinato insieme ad altri e gli ho chiesto di spiegarmi cosa intendesse per core business.

E lui ha rispopsto ‘in senso stretto’.

Allora gli ho sciorinato alcuni casi, considerati eccellenti a livello internazionali (parte dei quali suggeriti e attuati con il supporto della sua azienda…) e gli ho chieto se si trattava di core business in senso stretto.

Una risposta assai imabarazzata.

Paolo, quali sono per te i kpi’s per valutare il ‘core business’ da questa prospettiva?

luca803 il 11/03/2010 :

Stra-interessante, ma attendo la precisazione di Paolo per formulare un giudizio articolato. Ho contezza del fatto che il “non possiamo misurare tutti gli aspetti afferenti il profilo etico di un business” non può tramutarsi in “allora chiudiamo gli occhi su tutto” (ma so che il collega non intendeva questo), quindi no ai produttori di armi, no alle multinazionali del farmaco che fanno marketing sull’infanzia, etc etc. Però la domanda di Toni focalizza il punto: quali indicatori?
Vorrei aggiungere una domanda/provocazione: qualunque collega sarebbe pronto a spiegare al proprio Cliente “fondo d’investimenti X” che non va bene investire nel “produttore di mine anti-uomo Y”. Gli stessi colleghi rinuncerebbero però ad una parcella a 6 zeri da parte dello stesso produttore di mine anti-uomo? La nostra, di CSR, la presidiamo e la monitoriamo? ;) Non vorrei dire, ma di colleghi-struzzi sono pieni i corridoi delle agenzie di RP e lobby… :D

caterina torcia il 12/03/2010 :

Vorrei darvi anche il mio punto di vista sulla contraddizione di ‘spremere’ i clienti e dichiarare e credere nelle politiche di sostenibilita’, perche’ lavoro in Vodafone e per la responsabilita’ che ricopro (CR).
Vi cito per riflessione comune il recente Tomorrow’s Value Rating dell’industria ICT: “The results of the Rating reflect a broader trend of ICT companies showing sustainability leadership. They are increasingly recognising the commercial opportunity that lies in helping other sectors to reduce their carbon footprint, or in using their technology to offer health or education services to remote communities. Companies in the sector are also working together, especially in trying to address social and environmental challenges in their supply chains, and in regard to electronic waste management.”: business e sostenibilita’ insieme per creare valore.
Il punto e’ che le tariffe sono il mercato a breve: esistono due Autorita’ che regolano, vigilano e multano se gli operatori ‘spremono’. La sostenibilita’, di nuovo, e’ valore nel lungo periodo.
Non usiamo sempre e comunque la lente dell’etica che e’ diventata il filtro di troppe valutazioni ed ha un paradosso: non si puo’ misurare.
Bene Toni, creiamo gli indicatori, ma partiamo proprio dalle cosiddette attivita’ tipiche: se Vodafone non avesse cominciato cosi’ il suo percorso nel 2002, gli italiani non avrebbero donato oggi 25 milioni di euro via sms alle popolazioni dell’abruzzo e di haiti, e non avremmo raccolto 30 tonnellate di rifiuti elettronici.
Buon fine settimana, Caterina Torcia

toni muzi falconi il 14/03/2010 :

In attesa di una risposta di Paolo dico comunque a Caterina che condivido con lei di ‘partire dalle attività tipiche’ e anche qualcosa di più.
Bisognerebbe però elaborare un pò il concetto e sono pronto a farlo con l’aiuto di Luca, Caterina e di altri, ma preferisco prima essere ‘illuminato’ dal pensiero del ‘barbiere di stalin’.