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Portare la comunicazione nelle piccole imprese
La realtà delle PMI è un mondo a sè: il relatore pubblico che vi opera si trova ad affrontare sfide diverse da coloro che curano la comunicazione nelle grandi organizzazioni. Diffondere la cultura delle Rp in aziende piccole o addirittura micro è la sfida del futuro. Il punto di Enrica Orecchia.
02/03/2010, Media, 7 Commenti
di Enrica Orecchia
Credo che una delle principali sfide che i relatori pubblici dovranno affrontare nei prossimi anni sia quella di diffondere la cultura della comunicazione e delle relazioni pubbliche nelle piccole imprese. Nel termine comprendo anche le micro imprese con pochi o pochissimi dipendenti.
I relatori pubblici si troveranno di fronte a un duplice impegno: perseguire un’espansione sia in senso orizzontale sia in senso verticale.
La prima sarà costituita dall’azione di consolidamento della cultura delle relazioni pubbliche negli ambienti dove già è praticata. Nelle grandi strutture organizzative dove la comunicazione è diffusa e abituale si tratterà per esempio di tenere il passo con le sfide imposte dal web, aggiornando prima il proprio atteggiamento mentale nei confronti dei social media e di tutti gli ambienti virtuali, e poi le proprie competenze tecnico-relazionali specifiche. Oppure sarà lo sforzo di rendere sempre più parallela e a due vie la comunicazione con i pubblici rilevanti. L’emancipare le relazioni pubbliche dalla sudditanza al marketing. Il far sì che in un’organizzazione si creino funzioni riconosciute per tutte le forme di comunicazione non di prodotto (finanziaria, interna, ambientale, public affairs, etc.).
Ma mentre questi concetti sono stati sottolineati più volte e da più persone, ho trovato accennato solo en passant (se non ricordo male da Gianluca Comin nel suo discorso di inizio anno) quello che io definisco il muoversi in senso verticale, cioè l’andare in profondità per portare la cultura del comunicare e del relazionarsi con i pubblici nelle aziende piccole e micro dove quasi sempre è un elemento ancora estraneo.
Può darsi che le soddisfazioni appaiano – soprattutto in un primo momento – di gran lunga maggiori nelle organizzazioni dove la cultura delle relazioni pubbliche è consolidata, condivisa e appoggiata dal management e dalle altre funzioni, dove il relatore pubblico gioca un ruolo strategico e influisce sulle decisioni della coalizione che guida l’azienda. Organizzazioni in cui le relazioni pubbliche sono realizzate in maniera sofisticata e dove chi se ne occupa può lavorare per portarle al massimo grado di raffinatezza. Alta gioielleria insomma, e finemente cesellata.
Per contro mi chiedo se invece non sarebbe fonte di soddisfazione ancora maggiore, ancorché più faticoso, il cimentarsi nella diffusione delle relazioni pubbliche nelle imprese che ne ignorano quasi ogni aspetto, dove la comunicazione non è organizzata in maniera consapevole, essendo considerata un inutile e costoso accessorio.
Per questo lavoro di diffusione delle errepì nelle piccole aziende in molti casi bisogna :
- Rinunciare alle luci della ribalta (il relatore pubblico che lavora con un grande brand brilla di luce riflessa anche se non è direttamente sotto i riflettori ) per svolgere un lavoro umile e oscuro.
- Accettare di lavorare con aziende che producono articoli poco glamour come lamiere forate, macchinari agricoli o elettropompe sommerse, per fare solo alcuni esempi.
- Non arrendersi di fronte allo scetticismo di molti imprenditori e manager che non credono nell’utilità della comunicazione, e operare dove possibile una opera di convincimento che può talvolta risultare estenuante.
- Effettuare un lavoro da artigiano, sbozzando prima di poter cesellare (consapevoli che spesso non si arriverà a usare il cesello).
- A volte, anche se non sempre, lasciare le metropoli per addentrarsi nelle province, anche quelle di periferia. Fa riflettere constatare che gli iscritti alla Ferpi nelle zone di provincia sono rari o comunque più rari che nei capoluoghi di regione, e non credo sia un caso.
- Accettare che molti concetti possano sul momento non essere recepiti.
Insomma, una missione faticosa in terre ostili. Inutile? Può essere, se si cercano risultati immediati. Sicuramente fondamentale nel medio-lungo termine per far penetrare le cultura delle relazioni pubbliche e della comunicazione in realtà finora impermeabili. Con un vantaggio non secondario: quello di creare nuovi posti di lavoro per i comunicatori, anche in considerazione dell’"invasione di campo" dei giornalisti che, espulsi dalle redazioni, si riciclano nel mondo aziendale come addetti stampa.

7 Commenti
mariapaola il 03/03/2010 :
Cara Enrica,
ho letto con molto interesse il tuo post e ritengo che le tue considerazioni sulle caratteristiche necessarie per diffondere il “verbo” delle relazioni pubbliche nelle piccole imprese siano centratissime.
Nel mio ruolo di delegato triveneto di Ferpi e di coordinatore nazionale delle delegazioni ti assicuro che molti nostri soci si impegnano nelle piccole realtà di provincia proprio in questo faticossisimo lavoro. Il ruolo educativo delle r.p. è assolutamente necessario nelle piccole realtà e devo dire, anche per esperienza diretta, che alla lunga il risultato si vede! Penso che Ferpi abbia il compito di accompagnare i suoi soci in questo percorso offrendo strumenti e modalità per raggiungere risultati positivi. Grazie per lo spunto di riflessione!
toni muzi falconi il 04/03/2010 :
Grazie, Maria Paola per essere intervenuta.
Non solo condivido in pieno la riflessione della nostra collega (ha peraltro un bel blog che vale la pena seguire.. http://lofficinadellacomunicazione.blogspot.com/),
ma penso che sia giunto il momento di fare diventare le relazioni pubbliche per le piccola impresa centrale nel nostro dibattito.
Qualcuno ricorderà i vani e ripetuti tentativi di Sissi Peloso all’epoca della sua presidenza. La realtà allora era che il mercato tirava ancora e quindi la piccola impresa era impegnativa e dispersiva. Oggi la situazione è diversa e dobbiamo prendere il toro per le corna.
Suggerisco di partire dalle considerazioni di Enrica.
Che ne dite?
Proviamo a declinare cosa significhi, al di là della predisposizione psicologica (che però è importante..), declinare il senso delle relazioni pubbliche per un piccolo imprenditore in questa situazione?
carla viale il 05/03/2010 :
cara Enrica,
hai lanciato proprio un bel tema. Io lavoro quasi solo con PMI/Associazioni e mi riconosco nel dibattito con Maria Paola e Toni. Intanto condivido il fatto che prima di tutto noi uomini e donne di RP dobbiamo affermare l’orgoglio di lavorare in questo settore senza sentirci “da meno” per non lavorare nelle aziende glamour. Oltretutto in Italia le PMI rappresentano una grossa fetta del tessuto industriale. Ci sono dei contro ma i pro sono tanti: provo a elencarne qualcuno. Intanto si ha la sensazione di fare un lavoro maieutico (per una persona come me già insegnante confesso che è il massimo!) ci si trova a introdurre le parole basic delle RP che sono per lo più sconosciute, la specializzazione è impensabile e ci si trova a fare un po’ di tutto (comunicazione interna, esterna, ufficio stampa, immagine coordinata, formazione aziendale, regalistica…inventare convention-domani farò un lungo intervento nella convention aziendale). Poi c’è la soddisfazione di dare parole al lavoro di chi produce lamiere e macchinari come dici tu, ed è grande. Si ha anche la sensazione che le parole per dirlo abbiano anche un effetto all’interno creando una maggiore consapevolezza e orgoglio del loro lavoro nei piccoli imprenditori spesso travolti dal quotidiano e senza troppo tempo per “raccontare e raccontarsi” quello che fanno. Un saluto carla
Stefano il 05/03/2010 :
Portare la comunicazione nelle piccole imprese? E’ la sfida del presente senza dubbio visto che il 90% dell’ossatura della nostra economia è basata sulle pmi.
Ho letto con molto interesse il post ed i commenti seguenti: tutti condivisibili e molto incoraggianti.
Anch’io come voi opero nel campo delle relazioni pubbliche, interfacciandomi constantemente con le piccole e medie imprese. Non vi nascono che è una battaglia continua: manca, nell’ambito territoriale in cui opero, una cultura in comunicazione d’impresa che difficilmente entra nel dna della cultura aziendale. Spesso e volentieri il mio è un compito di eruduzione, di far capire il ROI della comunicazione ed in particolar modo delle RP. Mi son trovato dinanzi a casi aziendali dove devo far capire quanto è importante il “vendersi” con qualità (immagine/reputazione) per poter poi vendere. Molti risultati li ho conseguiti. Ma la sfida è dura.
Vi porto un esempio. Sono stato per circa 4 anni responsabile comunicazione di un’azienda Ict (classica pmi). Ho respirato quotidianamente l’aria aziendale, vissuto i corridoi, interagendo tasversalmente con management e dipendenti. Son riuscito nel tempo ad usare, in maniera virtuosa, le leve di comunicazione, dosando tempistica e modi, rispetto a quelle che erano le necessità dell’azienda che ogni volta si presentavano. Il lavoro ha ottenuto ottimi risultati e grande apprezzamento da parte del management ed anche dei dipendenti. Nel momento in cui, però, l’azienda è andata in crisi, il primo ramo tagliato è stato quello della comunicazione. Ho cercato di far comprendere quanto fosse importante la comunicazione in tempi di crisi. Ma nulla da fare.
L’esempio dimostra la modesta importanza che le imprese danno alla comunicazione vista soprattutto, per quanto riguarda il contesto in cui opero, solo come pubblicità. La strada da fare è ancora tanta. E mi fa piacere che tanti si prodighino per elevare il ruolo delle RP…
Grazie a tutti, spero di non esser stato troppo prolisso!
valeria cecilia il 05/03/2010 :
Condivido in pieno la considerazione che le pmi costituiscono la nuova frontiera per le pubbliche relazioni, e non solo perché le pmi sono il 90 per cento del nostro tessuto imprenditoriale, ma perché loro stesse stanno attestando la voglia di farsi conoscere e farsi vedere al di là dei canali commerciali da loro tradizionalmente percorsi. E anche se la mia analisi di mercato è un’analisi limitata, perché mi limito a riportare le voci che sento dal campo , lavorando io esclusivamente in quel mercato, posso dire che il segnale arriva forte e chiaro, soprattutto da quando c’è la crisi (“bisognerebbe farsi conoscere di più, trovare un modo per..”). Tuttavia, il fatto che le pmi siano oggi più motivate di prima a intraprendere attività di relazioni pubbliche, se è vero che porta al relatore una facilitazione nel chiudere un contratto (scusate la brutale pragmaticità) non lo aiuta in nessun modo nel lavoro difficile e complesso che si trova a fare dopo, a partire dalla vera e propria alfabetizzazione del cliente su quello che è il lavoro che lui stesso – neo arruolato relatore pubblico – si troverà a fare per l’azienda, che è poi alfabetizzazione su ciò che l’azienda si potrà trovare a fare (progetti) e a dire (contenuti) . Il difficile poi non è arrivare ad avere un buon brief , e non è neanche condividere il piano di comunicazione, ma è riuscire a non perdersi il cliente per strada in corso d’opera, perché il piano di comunicazione sulla carta piace, ma poi la voglia di esporsi, crescere, cambiare ha bisogno di tempi più lunghi. La sfida del relatore forse è ancora una volta relazionale, con il cliente in questo caso, ed è una sfida in primo luogo di linguaggio, che deve trovare elementi culturali comuni, e mettere in comune elementi culturali diversi. Perché ci troviamo a fare media relations anche con clienti che non sono abituati a leggere e ascoltare i media, aziende che sono nate come aziende di famiglia, senza una vera e propria strutturazione di processo e ruoli, focalizzate solo sul business e che vanno portate per la prima volta ad guardare e analizzare la propria identità istituzionale. Ma questa grande, grandissima sfida se pur faticosa mi sento di augurala in ogni caso a chi si occupa di relazioni pubbliche, ma soprattutto la auguro ai giovani che iniziano la professione, perché è una scuola eccezionale di esperienza, in cui si è obbligati senza scampo a sviluppare competenze tecniche, culturali, relazionali, e non solo nel senso orizzontale (ci occupiamo di ufficio stampa, di interna e di visual insieme) ma anche in profondità, perché con la pmi se non si ha un brand da spendere bisogna costruire contenuti di vero interesse e attinenza per i propri stekeholders.
luca397 il 11/03/2010 :
Vivendo e operando nel Triveneto, come Mariapaola, sento il tema molto vicino e nei primi passi avverto da subito gli ostacoli che avete abbondantemente tirato in ballo e che riassumerei con il termine “ignoranza”.
L’ignoranza si combatte con la “educazione” ed è questo il cammino che a mio avviso bisogna intraprendere cercando di educare gli imprenditori sul ruolo delle RP.
Imprenditori di oggi con eventi ricchi di case history al fine di avvicinarli a noi ma soprattutto imprenditori di DOMANI e UniFERPI può essere d’aiuto in questo: entriamo nelle università diverse dalle canoniche SDC e RP! entriamo in contatto con futuri ingegneri, architetti, giuristi, medici etc… quel che suggerisco io è andare alla radice.
maria932 il 18/03/2010 :
Arrivo un po’ in ritardo su questo bellissimo pezzo di Erica Orecchia; scrivo “bellissimo” perché anch’io lavoro in una piccola impresa ICT e non posso che condividere quanto scritto da Erica, ma anche dagli altri colleghi intervenuti: passatemi questa espressione, ma leggendo l’articolo e i diversi interventi mi sono sentita “meno sola” (motivo per cui seguo normalmente anche il blog di Erica) nel lavorare “lontano dalle luci della ribalta”, abituata a dibattiti e discussioni professionali sempre (o spesso) orientati alla grande impresa.
Vorrei solo aggiungere che, proprio alla luce di quello che è stato scritto fin qui, sarebbe importante che anche a livello universitario gli studenti fossero formati e preparati a confrontarsi con le piccole realtà (Mariapaola già opera in questo senso), rendendoli consapevoli delle dinamiche organizzative e delle problematiche che le caratterizzano e di come possano rappresentare una nuova frontiera per il professionista, non una realtà di seconda categoria.
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