• #ValoreCondiviso
    Valore condiviso e ruolo sociale dell’impresa

    Rossella Sobrero
    Rossella Sobrero
    Postato il 15 Giugno 2017

    Le imprese sono diventate soggetti politici ma difettano della legittimazione che consente loro di esercitare il ruolo che ne consegue. Un’impresa che opera in un contesto socio economico solido e contribuisce a fertilizzarlo è sostenibile e acquisisce vantaggio competitivo. Il valore condiviso non va dunque necessariamente interpretato come un’evoluzione della CSR classicamente intesa ma come un approccio positivo applicabile, in particolare, a specifiche aree di attività aziendale. Il contributo di Giovanni Pizzochero e Davide Dal Maso, ospiti di Rossella Sobrero.

    Rubrica editoriale | Commenti (0)



 

Giovanni Pizzochero e Davide Dal Maso

Il tema del valore condiviso ha goduto di buona stampa e di vasta popolarità negli ultimi anni. Le ragioni sono piuttosto ovvie: da un lato, la crescita dell’importanza del ruolo che le imprese private giocano nella determinazione degli equilibri economici e sociali a livello globale; dall’altro, l’aumento della difficoltà per le imprese stesse di conquistare o mantenere la propria social licence to operate. In altre parole, le imprese sono diventate soggetti politici ma difettano della legittimazione che consente loro di esercitare il ruolo che ne consegue.

L’approccio di Porter e Kramer, da questo punto di vista, offre una soluzione concreta e praticabile con relativa facilità: non richiede alle imprese, infatti, di cambiare il proprio modello di business né la propria missione. Al contrario, valorizza i loro asset materiali e immateriali per metterli al servizio di bisogni ambientali o sociali diffusi.

Un’impresa che opera in un contesto socio economico solido e contribuisce a fertilizzarlo è sostenibile e acquisisce vantaggio competitivo. La domanda che la comunità pone all’impresa non è più quanto puoi darmi per tollerare la tua presenza, ma cosa possiamo condividere per stabilire un rapporto a vantaggio reciproco? La domanda che l’impresa dovrebbe porre ai suoi interlocutori sul territorio non è più cosa chiedi per tollerare la mia presenza? ma è di che cosa hai bisogno tra ciò che possiedo, ovvero che cosa posso darti di quanto ho di mio per crescere insieme? L’impresa genera una piena condivisione delle proprie risorse per contribuire ad un tempo, anche attraverso la creazione di profitto, a risolverne i bisogni. Certo, l’approccio di Porter e Kramer (che mutua diversi aspetti dell’approccio capitalistico americano ed è stata sostenuta anche con un’operazione di marketing straordinariamente abile) ha in sé anche un risvolto piuttosto cinico e utilitaristico che guarda ai bisogni sociali solo come opportunità di business (o, peggio, che li considera irrilevanti se non rappresentano un’opportunità di business).

Il valore condiviso non va dunque necessariamente interpretato come un’evoluzione della CSR classicamente intesa, un approccio positivo (più che protettivo o difensivo) applicabile in particolare a specifiche aree di attività aziendale.

Per quanto tale approccio sia stato percorso prevalentemente da imprese di dimensioni e “peso” rilevante, l’economia del nostro Paese si basa su una piccola media impresa a gestione familiare o parzialmente manageriale, dove la responsabilità sociale (spesso senza essere nominata) è di frequente, in misura variabile, parte dello scheletro valoriale che muove l’imprenditorialità. Il rapporto tra impresa e territorio, in Italia è osmotico, reciproco, strutturato.

Pertanto, le piccole e medie imprese italiane sono quasi naturalmente soggetti potenzialmente in grado di attivare partnership, in particolare in aree a vocazione distrettuale. Attivare processi congiunti di identificazione e valorizzazione di pratiche shared value consente di incrementare la scala degli interventi e degli impatti, consentendo di raggiungere risultati di largo respiro sui territori di riferimento.

Avviare percorsi di governo del valore condiviso generato dalle piccole e media imprese, in particolare con un approccio collaborativo, permetterebbe ai distretti o alle aree ad alta omogeneità produttiva di:

  • creare uno scenario territoriale solido nella consapevolezza che la competitività territoriale supporta la competitività d’impresa;
  • rafforzare il legame tra imprese e territorio (e in particolare con PA e realtà del Terzo Settore);
  • definire un punto di riferimento per il consolidamento della cultura territoriale rispetto alla quale la responsabilità d’impresa giochi un ruolo identitario;
  • avviare processi di networking tra imprese e soprattutto tra imprese e soggetti istituzionali;
  • rilanciare l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo, con un taglio «open»;
  • favorire un nuovo posizionamento, anche sotto il profilo comunicazionale.

Commenti