• Non esiste sostenibilità senza co-progettazione

    Rossella Sobrero
    Rossella Sobrero
    Postato il 24 Marzo 2017

    Questa settimana Rossella Sobrero ospita nella sua rubrica #ValoreCondiviso un’interessante riflessione di Elena Zanella, socia Ferpi, fundraiser, consulente per la comunicazione e il marketing, formatore, blogger.

    Rubrica editoriale | Commenti (0)



di Elena Zanella

Il privato sociale nel nostro Paese ricalca fedelmente quanto presente nel settore profit: delle oltre 300mila organizzazioni nonprofit censite dall’Istat, la maggior parte sono medie e piccole e muovono da princìpi morali e ideologici che tendono al soddisfacimento di un bisogno non soddisfatto che li riguarda, i cui benefici eventuali si estenderanno poi a una comunità più ampia.

L’economista Carlo Borzaga, ordinario all’Università di Trento, nel saggio Azione volontaria e processi di trasformazione del settore nonprofit di ormai qualche anno fa, circoscriveva identità e scopi del Terzo settore in un’analisi che al lettore di oggi, forse più preparato d’allora, può sembrare semplice ma che è valida sempre: «Il settore nonprofit è un universo di organizzazioni, attori e iniziative che erogano e producono servizi di pubblica utilità senza scopo di lucro. […] L’emergere del settore risponde […] non solo all’esigenza di una riforma economica del welfare, ma anche al bisogno di una sua riforma ‘morale’ che investe frontalmente la concezione istituzionalizzata di benessere individuale e collettivo. […] (Queste nascono anche per, ndr) affermare una nuova cultura della responsabilità sociale e delle relazioni sociali»[1].

In particolare, Borzaga rileva come ciascun ente abbia un alto grado di “flessibilità” (termine mio), ovvero di come sia in grado di adeguarsi a una domanda di mercato specifica e differente nel rispetto delle normative vigenti del Paese in cui si inserisce. L’offerta sociale nasce e si manifesta dunque in contesti profondamente diversi ma con spinte tutto sommato simili. Un’organizzazione:

  • corregge una non equa distribuzione delle risorse ai cittadini da parte dello Stato;
  • è alternativa alla rigidità delle istituzioni pubbliche o all’incapacità di queste ultime di soddisfare bisogni non soddisfatti;
  • contiene i costi delle politiche di welfare, in quanto in grado di attirare risorse umane (il volontariato) e risorse economiche (donazioni) con costi più contenuti;
  • crea occupazione laddove vi sia carenza di domanda di lavoro.

Qualunque sia la spinta, spesse volte una miscellanea di tutte e quattro, resta centrale l’attenzione rivolta alla persona, in quanto unica, irripetibile e portatrice di bisogni altrettanto unici e irripetibili.

In questo quadro, un’azione di responsabilità sociale proveniente da un agente esterno può influire in modo determinante sui risultati reali e sul successo o insuccesso di un’iniziativa. La relazione con l’altro può innescare un senso di partecipazione profonda e attiva che gioca a favore dell’evoluzione delle comunità di riferimento nel loro insieme. E non solo: se ben avviata, favorisce processi di emulazione positiva in tessuti sociali prima improbabili.

Non ci troviamo più di fronte un cittadino unico e isolato. Assistiamo invece a un cambio di paradigma in cui vi è un contesto nuovo, pronto ad accogliere un processo evolutivo diverso che nasce dalla spinta consapevole del singolo sull’importanza del proprio agire solidale all’interno di una società democratica e socialmente positiva.

Così, le piccole e medie imprese italiane, come le poche grandi ma virtuose, sono i soggetti privilegiati cui si guarda per attivare questo processo di potenziamento sociale perché la visione imprenditoriale è per sua natura la più incline a favorirne la produttività.

La tendenza è questa ma il terreno è lì ancora tutto da concimare. Gli esempi cui far riferimento in termini di buone pratiche sono ancora troppo pochi per fare la differenza e confortarci a un avvenuto cambio di passo.

Occorre guardare avanti, con la consapevolezza che:

solo attraverso il rafforzamento dei legami tra imprese e tessuto sociale nel quale queste si inseriscono, in particolare nei legami con il Terzo settore, potrà esserci uno sviluppo del territorio; la ricchezza di quest’ultimo è responsabilità comune;  occorre fare rete in una logica di mutuo beneficio in cui a guadagnarci sono tutti, in un rapporto paritetico.

Parole come condivisione e contaminazione entrano con forza nelle proposte di valore delle organizzazioni nonprofit più mature che trovano nel profit l’alleato ideale con cui mettersi in gioco. E poi c’è la sostenibilità che deve fare rima con co-progettualità. Non puntarci, significa perdere di vista la competitività.

Sono temi importanti per timidi passi con una sostanza ancora lontana dal definirsi tale. Quello che ci vuole è più ottimismo e fiducia che si possa fare bene, anzi molto meglio, anche a 12, 24, 36 mesi a partire da oggi, tirando un po’ su lo sguardo dal numero in basso a destra.

 

 

 

 

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