• Referendum sulle trivelle: quale comunicazione?

    Il prossimo 17 aprile gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimere, per via referendaria, un parere sull'abrogazione dell'articolo che estende le autorizzazioni per tutta la durata di vita utile del giacimento. Quale comunicazione stanno utilizzando le due correnti di pensiero? Ma soprattutto, un tema ambientale meno eclatante di quello relativo al nucleare riuscirà a concretizzare negli elettori la vecchia regola dell’AIDA? L'opinione di Sergio Vazzoler.

    11/03/2016 | Ambiente, Media | Commenti (0)

    di Sergio Vazzoler



Se si dovesse giocare sui numeri in salsa social, i sostenitori del Sì al referendum del 17 aprile per l’abrogazione delle concessioni alle trivellazioni petrolifere entro le 12 miglia dalla costa, avrebbero già vinto. Ma sappiamo bene che a valere saranno ben altri numeri: il quorum necessario del 50% più 1 degli aventi diritto al voto.

Per chi fosse ancora all’oscuro del merito del referendum rimandiamo a questo articolo di “Internazionale” che spiega cosa prevede il quesito referendario e cosa avverrebbe in caso di successo del “sì” per abrogare l’attuale normativa.

Se, invece, già si conosce il merito della questione ma non si è ancora maturata un’opinione consapevole circa le ragioni del “sì e del “no”, il passo più ovvio è di consultare i canali di comunicazione dei comitati ufficiali che si battono dalle opposte sponde: per il “sì al referendum c’è il “Coordinamento Nazionale No Triv”, mentre per il “no” si schiera il gruppo “Ottimisti & Razionali”.

Ebbene, come dicevamo all’inizio, i numeri di chi si mobilita per fermare le trivelle petrolifere risultano schiaccianti rispetto al gruppo O&R: la pagina Facebook dei #notriv raccoglie oltre 21mila fans mentre quella degli “ottimisti” si ferma a poco meno di 300. Così anche i profili twitter: quasi 900 followers per l’account @triv_no e poco più di 60 per l’account @17aprile2016.

Ora è lapalissiano che la mobilitazione ambientalista del “no”(alle trivelle ma “sì” al referendum), tra l’altro partita molto tempo fa, abbia una capacità di aggregazione ben maggiore di un gruppo di intellettuali (giornalisti, politici, imprenditori ed esperti di economia ed energia) da poco costituito. In più, si sa, è assai ardito il “ponte” tra aggregazione digitale e mobilitazione fisica in una domenica di aprile: due situazioni diametralmente opposte. D’altro canto è da mettere in rilievo la capillare rete di “nodi” territoriali che i #notriv hanno moltiplicato come i pani e i pesci da nord a sud.

Sgombrato il campo dai numeri e dagli esiti, è assai più interessante osservare le modalità di comunicazione utilizzate dalle diverse linee di pensiero.

Partiamo dai #notriv: le immagini e le parole-chiave utilizzate dai sostenitori del referendum abrogativo si giocano su un duplice piano. Il primo è quello, tradizionalmente utilizzato dal mondo ambientalista duro e puro, di incutere paura. A partire dal logo che vede una piattaforma petrolifera grondante petrolio nel mare per proseguire con alcuni concetti allarmistici legati al mare italiano (“rischio”, “effetti devastanti”, “incidenti disastrosi”, ecc.): registro comunicativo tanto tradizionale quanto di dubbia efficacia. È sempre utile ricordare come le persone siano più propense ad attivarsi per una speranza e un messaggio positivo anziché sotto la spinta del terrore.

Decisamente più efficace sembrano invece essere i messaggi di cura e possesso del nostro mare italico (“difendi il tuo mare”, “il nostro mare”, “il mare è di tutti”) o quelli che puntano all’alternativa “rinnovabile” e “pulita” alle fonti energetiche fossili e ai comparti economici che ne gioverebbero (a partire dal turismo balneare). A onor del vero, però, occorrerebbe capire se le energie rinnovabili giocano un ruolo tattico per l’occasione, visto che nella realtà quotidiana, subiscono la medesima opposizione da parte di una cospicua parte del mondo ambientalista…

Poco convincente appare anche la polemica scatenata contro la data lontana dalle elezioni amministrative: il protestare per non restare agganciati ad un altro evento che faccia da traino è di per stesso un messaggio di timore e debolezza nei confronti dell’elettorato.

Passando invece al campo degli Ottimisti & Razionali, c’è da sottolineare innanzitutto come nota positiva il fatto che, finalmente, ci sia chi si schiera a viso aperto per una posizione “scomoda” senza preferire la scorciatoia dell’appello al non voto. Certo, lo scarso appeal del nome scelto è indubbio: da quando la razionalità è un messaggio emozionante o trascinante? E l’ottimismo dovrebbe emergere dalle proposte ma per calzarlo sul proprio abito e trasmettere empatia ci potevano riuscire giusto Tonino Guerra e Oscar Farinetti… Ancora meno convincente è il logo che in realtà logo non è ma si limita al nome ridotto ad acronimo: “O&R” che suona tanto di catena di supermarket.

Al di là di questa impostazione discutibile, veniamo alle parole-chiave utilizzate: all’hastag #notriv viene contrapposto un #nostopitaly, un concetto più “largo” dell’effettivo merito del referendum ma certamente altamente simbolico e aggregante per tutti coloro che non condividono la tendenza a bloccare il Paese con veti e divieti.

Altra parola gettonata dagli O&R è “bufala”: i fautori della continuità nell’estrazione petrolifera sono impegnati a smontare (razionalmente) tutti i falsi miti dei #notriv con fatti e cifre utili a presentare un quadro assai diverso da quello catastrofico dipinto dagli abrogazionisti. E se da una parte questa contro-informazione ha il pregio di combattere colpo su colpo alle dichiarazioni degli avversari, dall’altra presenta specularmente il limite di “inseguire” l’agenda dei #notriv, faticando ad imporre una propria linea di comunicazione indipendente.

Al netto, dunque, dei pro e contro in ciascun campo, la vera domanda rimane una: un tema ambientale meno eclatante di quello relativo al nucleare riuscirà a concretizzare negli elettori la vecchia regola dell’AIDA (attenzione-interesse-desiderio-azione)? Comunque la si pensi, sarebbe già un successo se il tema riuscisse a conquistarsi uno spazio nel dibattito pubblico. Impresa non semplice se consideriamo che solo alcune regioni sono interessate dalla presenza di coste e delle relative “trivelle”. Un ulteriore banco di prova per misurare la rilevanza dell’ambiente e della comunicazione ambientale nel Paese.

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