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    Marketing boomerang e la policy del senso di colpa

    Letizia Di Tommaso
    Letizia Di Tommaso
    Postato il 13 Aprile 2017

    Cosa lega fra loro reputation, no profit, modelli di relazione e aeroporti? I dialogatori, professionisti che lavorano alla raccolta fondi di associazioni e onlus. Un approccio che spesso viene percepito come fastidioso e che risulta fortemente negativo per organizzazioni che realmente operano in situazioni estreme, durante catastrofi e calamità. La riflessione di Alfredo Accatino, ospite della rubrica di Letizia Di Tommaso.

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di Alfredo Accatino

 

Stiamo per parlare di reputation, no profit, modelli di relazione e aeroporti.

Anzi, iniziamo proprio dal luogo fisico, e tutto vi apparirà più chiaro.

Dissolvenza, aeroporto, interno giorno.

Stai per partire trafelato, o ritorni sfranto, e loro sono lì. Con il loro banchetto e le loro casacchine colorate, uguali a quelle che utilizzano gli operatori nei campi profughi. Ti guardano come cacciagione. Non puoi più scappare. Ti hanno visto.

Ti piombano addosso e ti chiedono “…vuole aiutarci a salvare i bambini dalla fame?” Hanno, però, la stessa voce dei call-center, la stessa cieca invadenza, fanno i simpatici per fermarti “…non mi dica che anche lei ha così fretta?” e poi rispondono seguendo lo schema a piramide insegnato dai loro formatori. Ma sono peggio dei call-center, perché questi ti fanno sentire una nullità, perché vorresti solo fuggire, e non sai cosa dire….

Pongono quindi una prestigiosa organizzazione sullo stesso piano di un qualunque telemarketing o dei famosi e oscuri banchetti dei Lautari, quelli che ti fermavano per strada chiedendoti “Una firma contro la droga” per poi chiederti denaro…

Il problema è che non sono volontari, ma “venditori”, come quelli dell’American Express che hanno il banchetto a 3 metri “…lei ce l’ha mille miglia?”

Sono stati però battezzati “Dialogatori”, selezionati da ditte specializzate che gestiscono il business (retribuzione 15/30.000 euro l’anno lordi a provvigione). Così, tra pagamento degli spazi all’aeroporto, fee, materiali e provvigioni, nelle loro casse arrivano briciole. Quanto? Un 15%, si può presumere. E le aziende che offrono il servizio, crescono invece a dismisura, offrendo in abbinamento servizi di “Telefundraiser Call Center” capaci di dialogare con il pubblico, ovviamente a provvigione.

Un problema che coinvolge tutte le ONG, alla disperata ricerca di fondi e risorse e che, in buona fede, si rivolgono a società terze, impoverendo di fatto il percepito, utilizzando il messaggio come merce.

Secondo me, distruggendo il prodotto che è la credibilità, svilendo persino l’oggetto dell’attività.

In passato – come tanti di voi – ho prestato la mia professionalità gratuitamente per UNCHR, Unicef, WWF, e tante altre organizzazioni benefiche. Compio privatamente i gesti che intendo compiere, rispondendo solo a me stesso. Per questo, da cittadino, ritengo l’approccio estremamente irritante. Ma da comunicatore, trovo che sia anche fortemente negativo per organizzazioni che realmente operano in situazioni estreme, e che si confronta con i peggiori eventi mondiali.

Ecco, questo è il corto circuito di un modello di relazione sbagliato nei modi, nei toni e nella forma, che non progetta a lungo termine e brucia l’immagine del “brand” per un ritorno effimero, che finisce per svilire il lavoro di tanti, creando un alone di mercato che fa male al progetto e agli operatori. Ed è un peccato, perché la reputation è l’unico bene che deve essere sempre tutelato.

Certo, si dirà, anche quelle briciole tutte insieme fanno un pezzo di pane. Ma cosa si semina? Quale credibilità trasmetti? Come pensi di poter raccogliere una base che ti segua nel tempo, nelle nuove sfide, che, purtroppo, dovrai affrontare?

Non lo so, ma da ora, evito i dialogatori come un bacillo evita la penicillina.

 

 

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