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L’utopia della decrescita serena: una ricetta a base di CSR

22/02/2010

La crisi economica che ha investito tutto il mondo obbliga le aziende a pensare alle conseguenze del proprio business. La sostenibilità non può e non deve essere marketing camuffato da responsabilità sociale.

di Luca Poma
“Se la bellezza della terra dovesse venir distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza, allora io spero sinceramente per amore dei posteri che essa sarà contenta di rimanere stazionaria, molto tempo prima di esservi costretta dalla necessità”. Non me ne vogliano i lettori di John Stuart Mill, ma sono sulle Ande Cilene mentre scrivo quest’articolo, e non ho “Principi di economia politica” a portata di mano, tuttavia questo – largo circa – scriveva l’autore già a metà ‘800, Cassandra inascoltata dagli esperti di Wall Street.
Così inizia l’ultimo bellissimo compendio di Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, scritto nel 2007 dopo i precedenti Come sopravvivere allo sviluppo (2004) e La scommessa della decrescit (2006). Inascoltato anche lui, purtroppo, tanto che siamo impegnati proprio in questi mesi – nessuna nazione esclusa – a raccogliere i cocci di tre anni disastrosi dal punto di vista economico-finanziario.
Ho accettato volentieri l’invito della ONG Mondo senza Guerre di unirmi alla pattuglia che qui ai piedi della Acocagua andina attende tra pochi giorni l’arrivo della Marcia Mondiale per la Pace, la manifestazione di protesta e proposta sulla non violenza nata dal basso, che ha coinvolto negli ultimi mesi milioni di persone in oltre novanta paesi del mondo, anche perché ero curioso di osservare da vicino lo spirito di questa varia umanità che crede davvero nel porre l’uomo al centro di tutto e nella possibilità di creare un futuro migliore ed una società basata su principi differenti.
Principi distonici rispetto a quelli praticati dai guru della finanza e dalla nostra classe politica, attenta solo ai vantaggi immediati ed impegnata per fare cassa a privatizzare tutto il privatizzabile, depauperando la nazione di ogni risorsa (per loro – come ama dire l’amico Gigi Malaroda – Stato è solo il participio passato del verbo stare). Il punto è che fino a poco prima di questa grande crisi internazionale i fautori del nuovo umanesimo blateravano a vuoto, inascoltati, dei principi astratti: ora invece si sta facendo largo a tutti i livelli la consapevolezza che il paradigma dell’ottimizzazione massima del guadagno a breve termine era un principio buono e profittevole solo per quei quattro imbecilli – segnatamente americani, ma non solo, anche da noi qualcuno ha brillato per opportunismo al riguardo – che ne godevano tutti i vantaggi. Noi, che nutrivamo dei dubbi, passando ancora per ignoranti e non a la page, inadeguati a cogliere i frutti del bengodi borsistico – siamo rimasti con il cerino in mano.
Passando dalle lamentazioni alle proposte, occorre ridisegnare le regole ed i confini di questo scenario planetario che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto fino a ieri avessimo sospettato. Partiamo quindi proprio da Latouche: cosa ci racconta l’emerito Professore di scienze economiche dell’Università di Paris-Sud? Che siamo tutti a bordo di un bolide senza pilota, lanciato in corsa da noi stessi, ed i cui freni sono stati disattivati dalla nostra accidia e dal nostro nichilismo, che sta andando dritto dritto a fracassarsi contro i limiti del pianeta, ed anche che siamo perfettamente al corrente della situazione, ma la sottovalutiamo per convenienza, perché ammettere questo tipo di consapevolezza turberebbe assai i nostri sonni di occidentali opulenti. Come gli ospiti del Titanic, abbiamo già dato ordine all’orchestra di intonare l’ultimo pezzo: ad alto volume, cortesemente, almeno non sentiremo l’urto con l’iceberg…
Anche facendo finta di essersi persi Primavera silenziosa di Rachel Carson, che già nel 1962 lanciava qualche allarme, è impossibile ignorare le raccomandazioni del Club di Roma, che dieci anni dopo scriveva che il proseguimento indefinito della crescita è incompatibile con i ‘fondamentali’ del pianeta. E, dopo questo, mille altri rapporti, alcuni confidenziali ma altri pubblici, da Wingspread a Worldwatch Institute, da Bilderberg a Stern, e molti altri: ma noi – dice Latouche – sicuri del nostro pasto di stasera, facciamo orecchie da mercante.
Secondo il Professore parigino c’è n’è anche per gli ambientalisti, colpevoli di tergiversare con grandi circonluzioni sullo sviluppo sostenibile, e – aggiungo io – per gli Umanisti – ancora troppo impegnati a dibattere sul problema per trovare la forza di declinare ricette concrete – probabilmente efficaci, le loro – nella vita di tutti i giorni.
Ma volendo essere schietti, dire che una crescita dopata ed infinita del sistema Terra è del tutto incompatibile con l’esistenza di un mondo “finito” nei suoi confini e nella sua capacità di produrre risorse, è cosa talmente ovvia da non poter che raccogliere consensi. Meno accettabile dai più, è tirarsi su maniche, connettere i cervelli, ed incominciare a discutere di “cosa tagliare”, iniziando magari da un ridimensionamento del nostro stile di vita. Banalità: la nostra ultima vacanza è stata in un villaggio turistico a 200 euro a notte, cattedrale nel deserto costruita in spregio ai più elementari principi d’impatto ambientale, o su di una spiaggia altrettanto bella, se non di più, in Madagascar, dove Pierre e sua moglie affittano i loro bungalow fronte oceano al corrispettivo in valuta locale di 15 euro a notte, che poi è ne più ne meno il prezzo giusto da quelle parti? E non mentiamo dicendo che siamo andati in agenzia viaggi perché non avevamo tempo: ormai i vari Pierre in giro per il mondo sono raggiungibili in internet, con qualche clic. Se non l’abbiamo fatto, è perché apparteniamo alla schiera di quelli ignavi soddisfatti del pasto di stasera, e mettiamo pure da parte quel senso di fastidio che proviamo ogni qual volta qualcuno procede ad indicare delle responsabilità, sennò oltre che ignavi siamo anche ipocriti. Mentre ci poniamo questi interrogativi, Tom Cruise – in questi termini ottimo esempio di disprezzo per il futuro del pianeta – ha speso 5.000 dollari per comprare un paio di scarpette alla moda per la figlioletta Suri, la quale ha un parco scarpe da far invidia ad Imelda Marcos, ed avendo appena 2 anni ben difficilmente potrà percepire l’importanza del lussuoso acquisto. Una nota di demerito va anche al creatore delle raffinate scarpette, tale Christian Louboutin: essere francese è un’aggravante per la stupidità di quest’uomo, emblema dell’insostenibilità, capace di prezzare una shoes da bambina 10 milioni delle vecchie lire.
Immediate si leveranno le voci di chi grida all’ingenuità, i malanni del pianeta non si risolvono facendo economia sulle scarpe (sic!) o chiudendo il rubinetto dell’acqua quando ci si lava i denti, ma sono convinto che almeno iniziare a porci il problema nel nostro quotidiano sia già un buon senso, anche perché il mare è fatto di gocce, e le buone pratiche possono essere poi analizzate e codificate alla ricerca di modelli esportabili.
Nel suo saggio, Latouche accusa però anche i santoni dello sviluppo sostenibile: non bisogna solo sostituire l’impacco con uno diverso, ma cambiare proprio strategia terapeutica, e spingere non già verso una crescita sostenibile bensì verso una decrescita il più possibile governata e serena.
Quale che sia la ricetta, è ora d’interrogarci seriamente su questi temi, anzi, l’ora è passata e siamo in ritardo: le ricette ci sono, la linea è dettata da analisti illustri, professori, cultori della materia, anche da industriali illuminati. Un Alessandro Pizzoccaro, imprenditore di successo nel settore farmaceutico che – primo al mondo – decide di rinunciare i suoi brevetti ed al copyright sulle ricerche scientifiche e sulle produzioni editoriali, mettendo le conoscenze dei propri laboratori di ricerca a disposizione della collettività, dà certamente un segnale, e come lui molti altri. Facendo la media ponderata delle affermazioni, intenzioni, progettualità e proclami di tutti, e distillando il meglio da ognuno, è certamente possibile stabilire una “agenda” collettiva, e prima ancora personale, per tentare di invertire la rotta.
Distilliamo con cura ed attenzione, però, perché Peter Brabeck Letmathe, allora Direttore Generale della Nestlè ha dichiarato che lo sviluppo sostenibile si definisce facilmente: se da tre generazioni la vostra famiglia è stata e continua ad essere consumatore fedele di Nestlè, allora significa che abbiamo lavorato in modo sostenibile. Se crede davvero in ciò che dice, dovrebbe essere interdetto a ruoli di amministrazione pubblica e privata, perché irrecuperabile. In ogni caso state all’erta e diffidate sempre del vangelo della sostenibilità quando declinato da grandi gruppi industriali: spesso – non sempre, per fortuna – è marketing camuffato da responsabilità sociale, come dire – riferendoci a quanto analizzato in questo articolo – il demonio travestito da angioletto.
Quello che è assolutamente certo ed incontrovertibile, è che se fino a ieri chi predicava un paradigma diverso di sostenibilità appariva come un utopico eremita nel deserto, oggi la saccente arroganza dei profeti del profitto a tutti i costi si è infranta clamorosamente contro il muro dei dati statistici: il modello occidentale che ci è stato dipinto fino a ieri come l’unico percorribile contraddice se stesso, e non regge alla prova dei numeri: sul lungo periodo, non è conveniente, non è – appunto – “sostenibile”. E – com’è noto – l’imprenditore saggio misura l’incremento di valore per gli azionisti sul lungo periodo, non sul breve termine.
Qual è allora il ruolo delle aziende in questo traballante scenario? La risposta è nella responsabilità sociale d’impresa, svincolata da una dimensione meramente filantropica. La CSR è “sostenibile” per definizione, nel suo stesso DNA: è la scienza dell’entropia, che mappa tutti i pubblici con i quali l’azienda è in relazione e ne analizza le necessità non solo in termini di buoni rapporti con l’azienda stessa, ma anche in termini di maggiore stimolo alla sopravvivenza, perché se grazie ad un nostro intervento si sviluppa più armonicamente un nostro stakeholder, ci sviluppiamo più armonicamente anche noi. Una responsabilità sociale d’impresa evoluta, quale quella in cui credo, che lavora anche in direzione della crescita sostenibile della collettività, perché dallo sviluppo della collettività deriva anche un nuovo impulso allo sviluppo del business dell’azienda.
Una CSR che vede solo l’azienda al centro, è una contraddizione in termini, non è CSR, perché – in questa nostra visione – l’azienda non ha rapporti con i propri stakeholder, ma è i propri stakeholder, e viceversa.
Siamo tutti parte – aziende ed individui – di una rete neurale complessa, che è la nostra società, e con essa volente o nolente interagiamo quotidianamente: da questa rinnovata consapevolezza deve nascere l’impulso ad un differente paradigma di crescita del pianeta.

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