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70 anni di rivoluzione della comunicazione: tanti auguri “Grande Fratello”

19/10/2018

Redazione

Tra nostalgia e intelligenza artificiale, come si parla ad una società che ha cambiato completamente il suo modo di informarsi e vedere il mondo? Se ne è parlato lo scorso 15 ottobre, nella suggestiva cornice della Terrazza Martini, durante il primo evento frutto della collaborazione tra L'Eco della Stampa e Ferpi, che ha avviato una campagna di sensibilizzazione sulla cultura della comunicazione.

Si è svolto lo scorso 15 ottobre, nella suggestiva cornice della Terrazza Martini, il primo evento frutto della collaborazione tra L’Eco della Stampa – azienda leader in Italia e punto di riferimento internazionale della Media Intelligence – e Ferpi, che ha avviato una campagna di sensibilizzazione sulla cultura della comunicazione.

Un appuntamento per celebrare i 70 anni dalla stesura del capolavoro di George Orwell “1984”. L’Eco della Stampa e Ferpi hanno colto l’occasione per parlare della rivoluzione che la comunicazione si trova ad affrontare oggi, grande tanto quanto – se non di più – quella che portò l’avvento dei mass media.

Creatività, ispirazione, innovazione, sono i nuovi strumenti del marketing e della comunicazione per raggiungere il pubblico di riferimento. Rispetto al 1984 – anno in cui nell’immaginario di George Orwell i mass media fanno il loro ingresso nelle case – l’obiettivo dei comunicatori non è più quello di parlare ai media che parlano alle persone, ma raggiungere direttamente i singoli individui, e per farlo la strada maestra è quella di passare dalla comunicazione alla conversazione e di utilizzare l’arma dello storytelling. Questo è uno dei grandi cambi di paradigma che hanno investito il mondo della comunicazione sul finire del secolo, con l’avvento di Internet. Ed è solo uno dei tanti spunti che hanno animato l’incontro promosso da L’Eco della Stampa e Ferpi.

“Abbiamo voluto creare un evento fuori dall’ordinario, coinvolgendo persone che svolgono attività molto diverse dalla nostra, per capire dove e come l’arte e i mestieri possano insegnare qualcosa a chi fa il nostro lavoro”, spiega Alessandro Cederle, Direttore Media Monitoring e Analysis de L’Eco della Stampa.

Il parterre di relatori era davvero fuori dall’ordinario per un evento di questo tipo, proprio per questo il loro contributo è stato particolarmente efficace; perché sono stati capaci di mostrare ad una folta platea come si possano affrontare sotto una luce nuova e inedita, grazie agli strumenti dell’arte e di altri mestieri, il crisis management, la scelta di un messaggio caratterizzante e distintivo, l’orchestrazione di tutte le risorse dell’organizzazione, interne ed esterne, per dare voce ad un messaggio.

“Cogliere l’identità di qualcosa, nel profondo, e cristallizzarlo in un’immagine che duri per sempre e che lo racconti a tutto il mondo; questa è l’attività che lega profondamente la fotografia al lavoro della comunicazione” – ha raccontato Elisa Bryner, fotografa.

“La chirurgia estetica è l’unica branca della medicina che associa la scienza all’arte. La scienza si può imparare, la bellezza va apprezzata, e non puoi operare sulla bellezza se non sai cos’è – ha invece spiegato Ruben Oddenino, chirurgo plastico che, proprio come un comunicatore, deve associare all’utilizzo delle tecniche la comprensione dei caratteri distintivi, dell’unicità, della cultura che stanno dietro a una persona, un marchio, o un’azienda. ”Dopo aver ascoltato e capito i bisogni di un paziente (o cliente), bisogna decidere quale intervento apportare affinché la nuova immagine che gli diamo proietti la sua identità, la sua storia e le sue aspirazioni”, ha proseguito Oddenino.

Mentre Silvano Bulgari, scultore ha mostrato come non ci siano confini tra l’arte e la comunicazione, perché entrambe si basano sullo stesso principio: “Cogliere l’identità di un soggetto e trasformarlo in forme che lo caratterizzano e lo rendono unico e distinguibile”.

Unicità e identità che si prestano anche ad altre chiavi di lettura: “Il mestiere del musicista è comunicare con il pubblico il messaggio che il compositore ha pensato e scritto; ogni musicista poi deve interpretare il messaggio inserendovi qualcosa di personale, filtrando l’interpretazione attraverso la propria personalità”, ha dichiarato Gabriele Mamotti, giovane violoncellista, che poi ha proseguito descrivendo la severa disciplina che caratterizza l’ensemble di un’orchestra: un’organizzazione gerarchica che deve coordinare più di 100 persone per trasmettere lo stesso messaggio. Metafora evidente dello sforzo di coordinare i mille elementi di una campagna per rendere il messaggio penetrante ed efficace.

Giuseppe Calabrese, imprenditore della sicurezza e fondatore di Secursat, sta lavorando per dare una chiave di soluzione inedita a un settore come quello della sicurezza. Ha raccontato il suo approccio alla gestione delle crisi, “Un approccio sistemico, di contesto, che parte da elementi strutturali, si confronta con gli altri interlocutori (architetti, progettisti, urbanisti) e passa anche per la valenza di comunicazione che è fondamentale in qualunque episodio che minacci la sicurezza delle persone; in questo senso la gestione della crisi deve avvenire prima, in fase di progettazione del sistema”. Una lezione per quelle aziende che, anche di recente, si sono fatte cogliere visibilmente impreparate nella gestione di eventi che fanno parte dei rischi di sistema.

La moderna industria della comunicazione si è fondata per decenni su principi semplici: la simultaneità e l’asimmetricità: i mass media trasmettevano il messaggio e tutti diventavano ascoltatori volontari o involontari di questo, senza possibilità di intervento. Sul finire del secolo, però, l’avvento di internet – e poi dei social network – ha sconvolto le carte in tavola amplificando la possibilità di trasmettere contenuti liberi da costrizioni e abbattendo di fatto l’asimmetricità che ancora caratterizzava mezzi (seppur di massa) come radio e tv. Grazie ai nuovi mezzi ogni individuo ha avuto la possibilità di diventare un piccolo giornalista e un piccolo editore. E così la comunicazione, nell’arco degli ultimi anni, si è trasformata in una conversazione multipolare.

“La nostalgia del periodo in cui i mass media erano il target principale per noi comunicatori si percepisce oggi negli investimenti a tre o quattro zeri per gli ingaggi degli influencer – commenta Cederle – Si tratta di un tentativo per riportare la comunicazione al vecchio sistema: si paga un’“istituzione” in grado di parlare contemporaneamente a milioni di persone, e le si affida il messaggio che vogliamo trasmettere”.

Ma nell’era contemporanea questo non è più sufficiente. Per adattarsi ai nuovi modelli di comunicazione l’industria deve smettere di comportarsi “come se” il pubblico fosse un ascoltatore passivo; “come se” la comunicazione fosse simultanea; “come se” il nucleo di un messaggio potesse rimanere protetto, intatto e non contaminato con tecniche di mash-up; “come se” il pubblico fosse fatto di “target”, di “cluster”, di “consumatori”, e non di persone.

L’incontro è stato reso indimenticabile dalla performance di Livia Pomodoro – giurista italiana, ex Presidente del Tribunale di Milano, presidente dell’Accademia di Brera, nonché presidente del Teatro No’hma – che per l’occasione ha recitato un brano tratto da un testo teatrale della sorella, Teresa Pomodoro.

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