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Bilancio Nike: un commento di Paolo D'Anselmi

24/05/2005
Disclosure e diversità da NikeNon era solo curiosità di reportisti sfaccendati. Era un precetto di buone relazioni pubbliche: essere onesti, fare ricerca e rivelare dati funziona. Dire le cose, ci si guadagna. Si buca la coltre della congestione mediatica. Della bontà di Nike nel dischiudere la lista dei suoi fornitori è stato detto tutto. Giova adesso qualche chiacchiera di bottega: primo, quando il bilancio sociale è serio esso taglia spazio al recensore e va subito dal giornalista. Benissimo: la nostra aspirazione è di farli i bilanci sociali, non di studiarli. La disclosure si dimostra centrale all'idea di bilancio sociale. Si dirà "alla buonora", erano anni che la stampa gli faceva il mazzo per via dei bambini nelle fabbriche dei suoi fornitori. Ma quanti anni sono che sentiamo delle condizioni capestro di Fiat ai suoi fornitori ed abbiamo mai visto un report? E non abbiamo dimenticato il memo di De Benedetti alle soglie della recessione del 92/94: "i fornitori si pagano a 180 giorni".Secondo, più ti apri più sei criticabile. È un principio generale della reportistica: un report ben fatto offre spunti per giocare al più uno, addita orizzonti di nuovo lavoro. Tant'è che il vivo del report Nike appare alla tavola di pagina 36 che va molto oltre la lista e riporta sulle condizioni di lavoro presso i 569 fornitori. Scarpetta a molle ha infatti mandato in giro una serie di ispettori a valutare la situazione. Ha fatto una ricerca e ne riporta meticoloso i risultati: nelle fabbriche succede di tutto tranne la schiavitù, che è la sola riga bianca nella tavola. Se di fronte a questa informazione non reagiamo oltraggiati, ma diciamo "meglio sapere che non sapere"; questa è la realtà del mondo in società dove lavorare per Nike è magari un traguardo. Se prendiamo atto di questo, mi sembra che siamo di fronte ad un caso di comunicazione della diversità. Siamo talmente distanti dai nostri parametri che parliamo di diversità. Per il momento.Prosegue con il rigore al terzo punto: a pagina 90 c'è la lista di tutti gli indicatori della GRI inclusi quelli che il report non fornisce. Tra i not reported, la quantità di sostanze che consumano l'ozono, indicatore EN9, e i nitrati e solfati, indicatore EN10.Non è che gli è andato il cervello in pappa e hanno dimenticato il profitto e la concorrenza (Adidas e Puma), all'ultimo punto il report lancia la sfida: "noi vogliamo dare la scossa di avvio (jumpstart) alla rivelazione dei dati ed alla collaborazione attraverso tutta l'industria nella quale operiamo. Industria nel senso economico stretto di insieme di imprese concorrenti. Sottotesto: noi abbiamo rivelato i nostri dati, adesso i nostri concorrenti facciano lo stesso. Se non lo faranno, lo faremo noi per loro. Mira quindi ad avviare una gara sulla valutazione nelle condizioni di lavoro. La concorrenza si sposta, cresce di livello: oltre il minimo costo di produzione, punta ad allargare ai fornitori l'area della qualità percepita. È questa promessa, forse, che ci fa accettare la diversità sopra detta.Si obietta: non funzionerà perché queste sono informazioni riservate. Magari fosse così facile: ho visto aziende sapere passo passo dove il concorrente aveva vantaggi di costo e come faceva le cose e le ho viste rimanere al palo. Inebetite da quelle stesse informazioni. La concorrenza si fa sull'essere non sul sapere. Sapere informazioni sul vicino non è tra i criteri di Peters e Waterman 'Alla ricerca dell'eccellenza'. Altre cose fanno girare le aziende. Altre sfere girano nell'orologio delle imprese di successo. La disclosure, forse.Paolo D'Anselmi

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