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Cittadinanza, integrazione e comunicazione

31/10/2013

L’Italia ha difficoltà ad ammettere di essere un Paese multiculturale e la strada dell’integrazione non può prescindere da una buona comunicazione. Se ne è parlato lo scorso 30 ottobre a Roma durante il convegno _Cittadinanza e Integrazione,_ organizzato dall'Ambasciata Britannica in collaborazione con l'American University of Rome, come racconta _Filomena Furlan._

di Filomena Furlan
“Il nemico non è l’immigrato, ma chi evade le tasse e sfrutta il lavoro e la debolezza altrui. Dentro ogni uomo e donna abitano pluralità di mondi. Dentro ognuno di noi c’è uno straniero, una donna, un bambino, un anziano, un disabile.” Così il Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge interviene al convegno Cittadinanza e Integrazione, organizzato dall’Ambasciata Britannica in collaborazione con l’American University of Rome il 30 ottobre 2013 presso Villa Wolkonsky a Roma. Tra i relatori presenti al tavolo, oltre al Ministro, l’ambasciatore britannico Christopher Prentice; Chris Hedges, del Migration Policy Team del Regno Unito; Kathleen A.Doherty, Deputy Chief of Mission dell’Ambasciata Statunitense; Anna Envall, Ministro per l’Occupazione, Integrazione e Sviluppo Urbano svedese; Oliviero Forti, direttore del Dipartimento Immigrazione Caritas; Daniela di Capua, rappresentante ANCI e coordinatrice SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati); Khalid Chaouki, Onorevole PD membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari. A coordinare i lavori, invece, Vladimiro Polchi di La Repubblica e James Waltson dall’American University of Rome.
Si discute di integrazione, che tutti concordano debba essere un processo “a doppio senso di marcia”. Si demarca la differenza di questo concetto, che prevede un grado di interazione tra realtà diverse che porta con sé un importante possibilità di arricchimento, rispetto a quello di assimilazionismo, basato invece su uniformazione e perdita di identità.
Tutti concordano sulle opportunità che una sinergia tra immigrati e autoctoni creerebbe, se ci si rendesse conto che si vive in un’epoca in cui la realtà da prendere in considerazione non è più (solo) quella nazionale, ma soprattutto Europea.
Ormai non si dice nulla di nuovo se si parla del fenomeno della globalizzazione, che implica uno scambio di capitale non solo economico, ma anche e soprattutto umano. Eppure, in Italia, ancora si fatica a cambiare mentalità per pensare a costruire politiche di inclusione piuttosto che di repressione. Negli Stati Uniti, il 25% dei nuovi imprenditori sono immigrati; le stesse Google, Yahoo, e-bay sono state iniziate da persone che hanno avuto modo di cogliere “l’opportunità di formare il proprio destino”.
Il problema si declina anche in termini di comunicazione: basti pensare che la confusione che regna tra i media italiani a proposito è tale da non riuscire a distinguere i termini labour immigrants e refugees. I primi, che partono dal proprio Paese di origine con un chiaro progetto, sarebbero da attirare piuttosto che respingere, considerata la fuga di cervelli dal nostro Paese. Gli ultimi non partono per scelta, semplicemente non possono fare altro che scappare dal proprio Paese; difficilmente decidono di stabilirsi in Italia, molto probabilmente sono di passaggio e hanno bisogno di asilo e soccorso.
Il governo Letta sembra occuparsi in maniera apprezzabile sia di integrazione, con l’istituzione di un Ministero ad hoc, che di immigrazione, attraverso l’implementazione delle attività del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che fa capo al Ministero dell’Interno. La grande verità, però, è che l’Italia non vuole ammettere di essere un Paese multiculturale; alla luce delle ingenti perdite di capitale umano che il nostro Paese sta subendo, è fondamentale interrogarsi sui temi della mobilità, della cittadinanza e della rappresentanza. Senza dubbio l’emergenza nordafricana ha portato alla luce parecchi punti di debolezza del sistema italiano rispetto all’immigrazione. Per questo è necessario che si lavori soprattutto sul piano dell’operatività e della regolamentazione. Allo stesso tempo non si può ignorare che è necessario che tutti gli altri attori della politica e del welfare siano in armonia con i progetti di accoglienza, ed è qui che entrano in gioco le capacità e le volontà comunicative dei diversi soggetti.
Viene da sé che l’integrazione tra diverse culture non può prescindere da una buona e curata comunicazione, che prenda in considerazione non solo le diversità ma anche i valori comuni tra esse. Inoltre, comunicare la necessità di un’apertura permetterebbe di immaginare una società diversa, in cui la possessività verso un territorio (che, tra l’altro, non viene curato) non abbia cittadinanza. L’Italia, penisola nel bacino del Mediterraneo, portata alla ricchezza dal progresso derivante dallo scambio, dovrebbe essere maestra di integrazione. Il razzismo, la xenofobia, la paura non fanno che alimentare una guerra fra poveri che inevitabilmente ci allontana non solo dalla realtà europea, ma dal futuro. Lo scambio di idee e l’unione di talenti sono alla base del progresso, e in questo comunicazione e integrazione sono protagoniste.

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