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Cogno: una vita per la comunicazione

06/04/2011

Una lunga intervista che si trasforma in una “lectio magistralis” sulla comunicazione e sui cambiamenti che l’hanno trasformata negli ultimi 15 anni, dipanandosi attraverso la storia personale fino alla storia del nostro paese. _Stefano Bernardini_ incontra _Enrico Cogno._

Stefano Bernardini, passando per il mondo del teatro, dello spettacolo e dell’arte, fulminato sulla via di Damasco dal “fascino comunicativo” di Enrico Cogno, fonda nel 2001, Creare e Comunicare, agenzia di comunicazione, composta da giovani professionisti con l’obiettivo di realizzare un ciclo produttivo che coprisse tutti i campi della comunicazione.
di Stefano Bernardini
Doveva essere un’intervista, sicuramente interessante e coinvolgente, ma una semplice intervista. L’incontro con Enrico Cogno si è, invece, inaspettatamente trasformato in una vera e propria “lectio magistralis” sul mondo della comunicazione. Leggerla o ascoltarla – abbiamo infatti realizzato anche una video-intervista – è un piacere. Enrico ha dato ancora una volta – com’è nel suo stile – “il meglio di sé” senza risparmiarsi. Sono davvero felice di averlo incontrato nuovamente per ascoltarlo, così come quando avevo trent’anni mi lasciavo rapire dalle sue “costruzioni dialettiche”. Grazie ancora Enrico.
Questa intervista si pone l’obiettivo di comprendere e analizzare – con Enrico Cogno – quant’è cambiata la comunicazione negli ultimi quindici anni. Enrico, sociologo e fondatore del Centrostudi Comunicazione Cogno Associati di Roma, risponde alle domande di Stefano Bernardini e dello staff di Creare e Comunicare per analizzare insieme i grandi cambiamenti che hanno scosso il mondo della comunicazione, i rischi che si nascondono dietro i falsi miti del progresso, la direzione verso cui web e nuove tecnologie stanno conducendo il mondo. Un’analisi dei tempi moderni, tra iper-mediaticità e digitalizzazione, attraverso l’occhio sapiente e critico di uno dei più apprezzati professionisti del mondo della comunicazione.
Quando io cambiavo i pantaloni corti con quelli lunghi e diventavo adulto Enrico Cogno era uno dei più importanti professionisti e apprezzati formatori nel campo della comunicazione.
Se ho scelto di fare questa professione è stata “colpa sua”: è lui che mi ha “folgorato sulla via di Damasco”. Ma mentre io, nel mio piccolo, mi tuffavo in questo “mare magnum”, Enrico Cogno navigava verso nuovi approdi, sempre una “vela” avanti agli altri, prendendo spesso con coraggio il “vento del rinnovamento”. Oggi, volevo con lui, che è stato tutor e maestro, fare una conversazione “aperta a tutti” per comprendere meglio e approfondire i grandi cambiamenti avvenuti nella comunicazione in oltre 15 anni di storia recente.
Io penso di aver avuto una grandissima fortuna; parlo di fortuna perché non ho nessun merito nell’essere nato in un momento di grande interesse storico. Io sono del 1937, ho quindi vissuto la seconda parte del 1900 che è stato e sarà ricordato come un secolo fondamentale sotto molti punti di vista.
Ho conosciuto la guerra, la fame e tante altre cose che all’inizio sembravano molto dure; trovandoti in quella situazione potevi pensare di essere sfortunato ad essere nato in quel periodo. In realtà, mi sto rendendo conto adesso che era invece un periodo meraviglioso. Io sono torinese e la mia città è stata l’ultima ad essere liberata dai tedeschi in Italia, quando gli americani erano già da tre anni a Roma, Torino era ancora sotto le bombe. Ho quindi vissuto pienamente questo periodo pesante e difficile ma, visto con gli occhi di oggi, vi erano grandi possibilità, tanto che poi è seguito il boom economico. Lavorare era molto facile per le persone che avevano iniziativa quindi, da questo punto di vista, oggi mi rendo conto che la situazione che i miei genitori hanno lasciato a me non è certamente la stessa che hanno lasciato ai loro nipoti.
Non voglio augurare la guerra a nessuno ma, sostanzialmente, quando si parte da un punto così basso poi non può altro che andar meglio, oggi invece non è necessariamente così.
Alla luce di questo, non mi sento molto sereno. Da un punto di vista egoistico posso semplicemente dire che mi è andata particolarmente bene e che ho operato in buona fede, con attenzione, con professionalità e con onestà, tutti valori che di questi tempi sono rari. A tal proposito, vorrei raccontare qual è stata la scintilla che ha fatto nascere il mio centro di comunicazione. Nel 1977, ero a Venezia con Umberto Eco ed altri colleghi per partecipare ad un convegno dei tecnici pubblicitari. Era stato invitato Eco e nella platea c’era anche una frangia di rivoltosi che contestava il mondo della pubblicità e accusava coloro che vi lavoravano di mettere a disposizione la propria professionalità e capacità intellettuale per qualcosa di spregevole e disonesto. Ad un certo punto, uno dei rivoltosi ci accusò di aver prestato il nome per quell’infame riunione di persone che tentavano di vendere prodotti attraverso la mercificazione del corpo delle donne e auspicò la venuta di un esercito che controllasse che tutto ciò non rovinasse il mondo. Quando sentii parlare di esercito, mi venne la pelle d’oca! Pensai che l’unico esercito accettabile poteva essere costituito da formatori capaci di dare al pubblico – compreso questi ragazzi – gli strumenti per decodificare i messaggi che ricevevano. Così, rientrando io stesso in quella pattuglia intellettuale che era sotto accusa da parte dei rivoltosi, mi resi conto che avrei potuto aprire una scuola. Da solo non potevo fare niente ma creando una struttura avrei potuto costruire qualcosa di utile per gli altri. Il progetto è nato così, a tavolino: ci siamo chiesti cosa potevamo fare, ci siamo stampati le locandine, le abbiamo affisse, tutto senza finanziamenti o agevolazioni. Ammettendo che su alcuni argomenti abbia delle competenze maggiori di altri, ho deciso di metterle a disposizione, questo è ciò che si chiama formazione ed è diventata la mia attività.
Immagino che oggi sia molto più difficile realizzare un simile progetto o comunque risulterebbe risibile mentre allora era un atto di coraggio. Ovviamente io non ho più l’età per fare cose del genere: se penso ad alcune azioni che ho fatto nel corso di quarant’anni, anche quando avevo già una certa età e un certo equilibrio, oggi non avrei il coraggio di rifarle, perché sarebbero veramente delle follie.
Questo non significa che io sia diventato talmente passivo che non mi va più di fare nulla ma ho bisogno di non sforzarmi e non fare fatiche sovraumane per cose che mi sembrano normali. Tuttavia anche una persona con cinquanta anni in meno, messa oggi in un’analoga situazione, si troverebbe ad affrontare gravi e oggettive difficoltà. Ciò è una cattiveria perché questa è semplicemente la colpa di essere stato partorito cinquanta anni dopo, ma non si può parlare di colpa bensì di condizione.
Enrico, lavori da più di quarant’anni nel mondo della comunicazione; hai perciò visto e vissuto le diverse fasi che questa ha attraversato: dal formarsi di una vera e propria “professione” al riconoscimento delle Lauree in Scienze della Comunicazione; dall’avvento dei cellulari alla nascita del web; da Virgilio e Google ai social network. Come definiresti la comunicazione oggi?
Il fenomeno della comunicazione globale è sicuramente il più interessante ma il rischio, però, è che, diventando tutto comunicazione, si creino delle facili illusioni. Recentemente ho tenuto un seminario sul tema Potere d’evocazione, un argomento significativo e alla base della comunicazione. L’aspetto più difficile da far capire è che non bisogna concentrare l’attenzione solo sulla parola “potere” o pensare al potere d’evocazione come sinonimo d’autorevolezza ed autoritarismo ma per capire il concetto si deve far riferimento ad un bambino. Sì, proprio un bambino di due anni che, con un sorriso o agitando una manina, fa ruotare il mondo attorno a sé: infatti, quando un bambino parla, tutti si zittiscono e lo ascoltano con attenzione. Questo è l’esempio supremo di potere d’evocazione, perché non rimanda ad una coercizione ma alla dolcezza ed alla tenerezza di una conquista, per arrivare all’amore.
Oggi, purtroppo, il mondo della comunicazione ha perso questa innocenza perché c’è una competizione esasperata. Spesso mi chiedono di fare corsi per spiegare i trucchi della comunicazione e a me la cosa infastidisce ed offende molto perché, ammesso che sia in grado di presentare questi metodi e tecniche, certamente non sono un “maghetto” che vende i trucchi del mestiere anzi, al massimo, mi piacerebbe svelarne di negativi. Quindi, sostanzialmente, c’è una richiesta a delinquere, nel senso che si vorrebbe conoscere il modo di imbrogliare gli altri, mentre io da tutta la vita cerco di fornire gli strumenti per non fregare nessuno e non essere fregati.
Il problema è che, di questi tempi, parlare di etica è difficile ed invece dovrebbe essere la condizione essenziale quando si parla di comunicazione. Io pensavo che, passata la guerra ed avviandoci verso periodi più stabili e sereni, si potesse arrivare ad una condizione di progresso, invece stiamo regredendo in maniera preoccupante. Infatti, oggi si ragiona solo in termini di competizione, di vittoria e sconfitta, di lotta, insomma il rimando è a quelle forme di potere tribali.
Attualmente il linguaggio si è impoverito mentre io ero convinto che i nuovi mezzi di comunicazione negli anni ci avrebbero arricchito culturalmente. Certo, si devono anche riconoscere gli aspetti positivi, per esempio se oggi non si è a conoscenza di un argomento, basta avere a disposizione internet per risolvere il problema mentre ai miei tempi si doveva necessariamente andare in biblioteca. Inoltre l’aspetto più importante che emerge è l’enorme diffusione che i nuovi media garantiscono; insomma una prima conoscenza è assicurata e poi per approfondire si fa sempre in tempo.
Tuttavia, dal punto di vista didattico, ritengo che i nuovi corsi universitari, a cominciare da Scienze della Comunicazione, siano molto buoni a livello teorico ma tralascino la pratica: un ragazzo supera trenta esami, deve studiare dei tomi ma poi, a livello concreto, sa fare poco; questa situazione, ovviamente, rallenta la sua crescita.
Rispetto agli anni novanta “sostanzialmente” quant’è cambiata la comunicazione? Che cos’è cambiato in meglio e cosa ha prodotto o sta producendo danni senza che ce ne rendiamo conto? In definitiva l’apporto del web e della tecnologia, quindi della “possibilità di comunicare qualunque cosa in qualunque momento”, ha dunque apportato veri benefici?
Nella domanda sono compresi due aspetti opposti: vantaggi e svantaggi delle tecnologie. I primi, noti a chiunque, vanno dalla velocità di comunicazione alla possibilità di avere sotto mano tutta una serie di cose prima inimmaginabili, come il cellulare. I vantaggi della tecnologia sono dunque enormi e continueranno a crescere nel tempo, soprattutto dal punto di vista della comodità e della tempestività. Tuttavia ci sono anche grossi svantaggi che potrebbe essere tranquillamente evitati, in particolare l’invadenza. Oggi c’è un enorme vortice che ci invade e che non risparmia sostanzialmente nessuno, prodotto dalla pervasività di questi mezzi. Non è più possibile fare un viaggio in treno senza ascoltare decine di conversazioni telefoniche, che spaziano dai tradimenti alle telefonate di lavoro, dette ostentatamente ad alta voce perché tutti le possano sentire, in una totale mancanza di riservatezza. In molti casi, anche per colpa delle tecnologie, il rispetto verso le altre persone sembra scomparire. Basta visitare il sito www.studenti.it, molto amato dai giovani, per notare come il modo di mettere in piazza i pensieri sulle persone possa risultare altamente offensivo. Insegnanti che fanno una vita di fatica per prepararsi, malpagati e con una scarsa gratificazione in aula, ricevono offese e parolacce. Questo è il simbolo di uno scadimento molto grosso, colluso con le tecnologie. Bisogna però riflettere: il problema non è il mezzo ma l’uso che ne viene fatto. Le tecnologie odierne, che consentono di riprendere assolutamente tutto, possono rendere giornalista chiunque e diventare strumento di partecipazione e democrazia. Tuttavia c’è anche il rischio di affidare questa forma di potere in mano ad irresponsabili che possono diventare pericolosi per l’intera società.
Bisognerebbe riuscire a rimpossessarsi del concetto di rispetto, una regola che dovrebbe guidare ogni nostro comportamento fino a capire che è l’unica cosa veramente importante che possiamo avere, soprattutto nel momento della formazione.
Le tecnologie stanno anche esasperando una serie di aspetti assolutamente negativi, ciò risulta particolarmente evidente nel linguaggio in cui si assiste ad un grave impoverimento. Non ho niente contro gli sms o la necessità di semplificare il linguaggio, tuttavia non si può arrivare a traslare questa estrema semplificazione nel parlato. Bisogna porre maggiore attenzione sul rispetto e sull’uso intelligente delle tecnologie, prendere i vantaggi che queste possono offrirci senza trasformarle in motivo di svantaggio, con il rischio di essere sommersi da questa enorme melma che ci cade addosso ma che è stata inventata da noi. Sono preoccupato da quanto il linguaggio gergale sia diffuso ormai in tutti gli ambienti. Tutto ciò deve fermarsi prima che accada l’irreparabile perchè non ha nulla a che fare con le tecnologie e con il progresso, è semplicemente un utilizzo stupido e negativo. Sulle tecnologie abbiamo fatto del progresso ma sul loro uso abbiamo ancora molto da imparare.
La comunicazione è cambiata per aver percorso nuove strade, apportando innovazione nell’utilizzo di diverse e più evolute “tecniche di comunicazione” o è cambiata solo nei mezzi che si usano con tecnologie sempre più avanzate?
Spieghiamo questa piccola gag che è appena avvenuta perché è interessante ai fini della domanda. Nonostante avessimo stabilito di fermarci, tra la domanda e la risposta, per consentire di cambiare il punto di angolazione della videoripresa, io non ci sono riuscito e per ben tre volte! Il motivo è che mi viene voglia, quando un interlocutore mi pone una domanda, di dare subito la risposta per istinto ed interesse. E questa è la risposta migliore alla domanda perché risulta evidente che vi è una contrapposizione netta tra l’interesse umano e personale e la necessità tecnologica, in questo caso una telecamera. Anche in questo contesto ci sono vantaggi e svantaggi.
Io ho cominciato a scrivere sui quotidiani non soltanto con la macchina da scrivere ma addirittura portando gli articoli nelle tipografie che, poi, tramite la macchina linotype, stampava attraverso il piombo fuso. Dunque, ho fatto parte di un mondo radicalmente diverso ma che, tuttavia, non è poi così lontano… In quegli stessi anni, in un viaggio fatto a New York, ho visitato la redazione del New York Times, una stanza non molto grande nella quale erano conservate tutte le edizioni degli Stati Uniti che, ogni giorno, venivano irradiate al grande pubblico. Noi, ancora abituati alla macchina “linotype”, non potevamo credere che, a poche ore di aereo dall’Italia, potesse esistere una realtà del genere.
Io ho resistito un po’ all’utilizzo dei computer semplicemente perché un mio caro amico, un ingegnere dei sistemi davvero molto abile che naturalmente aveva il primo prototipo di pc esistente al mondo, mi aveva presentato una serie di possibilità d’uso del computer che, sinceramente, io non avrei mai considerato. Questa mia presa di posizione mi ha dato il grande vantaggio di perdermi i primi tre anni di “ciofeche” iniziali, quando ancora c’erano problemi di funzionamento, così, quando ho comprato finalmente il pc, seppur ancora privo dei sistemi di interfaccia moderni, ho avuto l’opportunità di usarli senza eccessivi problemi.
Al contrario, non mi sono perso la prima generazione di televisori perché mio zio, che si occupava di queste cose, aveva uno dei primi televisori in Italia, un mobile spaventoso dove si vedeva “neve” tutto il giorno, tipico della televisione nostrana degli anni ‘50. Grazie alla trasmissione Lascia o raddoppia il sistema televisivo si è progressivamente evoluto e stabilizzato al punto che, una testata giornalistica storica come il Corriere della Sera dedicava ben sedici pagine di trascrizione stenografica del programma. Davvero incredibile; oggi, ovviamente, una cosa del genere sarebbe impensabile.
Ho vissuto queste trasformazioni nell’arco di alcuni decenni e sono stato testimone di modifiche che rendono per me meraviglioso il mondo della comunicazione proprio perché è tutto in divenire e da scoprire. Oggi basta vedere la tecnologia presente in un ufficio per capire quanto fossero duri i miei tempi, quando, all’inizio della mia attività, potevo scrivere solo con sei fogli di carta carbone.
I progressi che ci sono stati nel mondo della comunicazione sono paragonabili solo a quelli avvenuti nell’ambito della medicina, per cui bisogna essere riconoscenti alle persone che hanno permesso questi miglioramenti, peccato però, che ciò non abbia portato ad un’evoluzione dei comportamenti umani; infatti, se osserviamo la nostra scena nazionale, notiamo chiaramente questa contraddizione e purtroppo lo leggiamo quotidianamente sui giornali. Tutto questo fa male.
È assurdo che tutta questa saggezza e genialità sia stata investita per la scoperta di nuove tecnologie e si sia perso di vista l’aspetto etico; l’obiettivo immediato è quello di cercare di ridurre questo gap.
Oggi siamo talmente abituati all’esistenza del web che, entrato prepotentemente nell’uso quotidiano, ci consente di conoscere in tempo reale fatti che accadono dall’altra parte del mondo. Ma quando internet non esisteva o non era ancora così diffuso, la comunicazione su quali canali viaggiava e soprattutto con quali tempi? E senza fare dell’ “amarcord spicciolo” che aneddoti o esperienze ricordi che Ti fanno pensare a quei tempi – paragonandoli a quelli che viviamo oggi – in modo positivo?
Non so se si può evitare un “amarcord spicciolo” perché avendo a che fare con ricordi emozionali si va a finire inevitabilmente in quest’ ambito. Tuttavia, i ricordi personali e lo storytelling, ossia il raccontarsi attraverso le storie, non è soltanto una tecnica di innalzamento dell’interesse nell’ascolto, un escamotage per poter avere maggiore attenzione in aula nel momento in cui la palpebra si abbassa. Nel tempo, ho capito che quella del racconto personale è una vera e propria tecnica, su cui oggi si tengono corsi appropriati.
Io ho raccontato tanti fatti di vita, naturalmente bisogna fare attenzione a non raccontare cose che non c’entrino niente con il discorso centrale. I miei ricordi personali sono tanti ma cerco sempre spunti che possano essere di utilità per le persone più giovani perché per me è stato un insegnamento fondamentale.
A proposito di amarcord, mi ricordo che durante la conferenza stampa della presentazione di un libro, ai correttori di bozze Einaudi venne chiesto perché scrivessero sempre in due. Loro risposero che, pur essendo capaci di scrivere da soli, in due veniva meglio: infatti, quando l’uno si lascia prendere la mano dai ricordi, l’altro può riportarti al centro del discorso, darti il giusto richiamo per non perderti.
Io ho cominciato a scrivere nei quotidiani mentre stavo studiando. Ero piuttosto bravo e largheggiavo con avverbi e aggettivi, cosa che a scuola mi faceva fare una bella figura e invece nei quotidiani non era molto apprezzata. Così ho dovuto imparare la sintesi ma soprattutto ho appreso una cosa fondamentale: a quel tempo, dovevo portare in tipografia i pezzi che venivano scritti dai redattori con le macchine da scrivere. Un giorno mi chiamò il caporedattore – cosa che non accadeva praticamente mai – ed io accorsi nel suo ufficio pronto ad esaudire le sue richieste. Lui mi chiese di scrivere ma io ero entrato senza penna, a quel punto mi redarguì severamente dicendomi che un giornalista deve avere sempre due penne, nel caso in cui la prima non funzionasse. Così mi cacciò fuori e io non seppi mai il perché mi avesse chiamato. La seconda cosa che ho imparato è questa: dopo un po’ di tempo, lo stesso caporedattore mi chiamò e mi affidò un servizio molto importante ma anche estremamente difficile, non so se per affetto o per sfida. Dopo tre giorni di patimenti inauditi, misi da parte l’orgoglio e confessai di non essere in grado di svolgerlo. Ancora una volta la sua risposta fu illuminante, mi rimproverò di non aver capito nulla della vita poiché sbagliavo nel pensare di dover sapere le cose, dovevo semplicemente sapere a chi fare le domande. Questa risposta mi ha cambiato la vita. Da allora ho seguito questo sistema: prima identifico le giuste fonti e poi, attraverso queste, riesco ad ottenere le giuste informazioni, che non per forza avrei dovuto già conoscere. Ho capito anche che c’è una grande umanità nelle persone, se riesci a scoprire il punto giusto sul quale fare leva, loro ti racconteranno tutto. Questo è quello che nelle relazioni pubbliche si chiama Mapping Device, cioè identificare i tuoi pubblici influenti e capire come relazionarti con loro.
In questo senso oggi le tecnologie sono di grande vantaggio perché con un telefonino puoi riprendere ogni situazione e improvvisarti giornalista ma i collegamenti sono talmente tanti che semmai il problema diventa proprio questo: il cattivo uso delle tecnologie e la mancanza di rispetto per le persone che bisognerebbe invece recuperare. Non so dove andremo a finire, purtroppo è difficile prevedere a che punto ci condurranno le tecnologie.
Ad esempio, negli anni sessanta il 2000 sembrava una cosa lontanissima, non credevo di poter arrivare a pensare un giorno che le cose del 2000 fossero vecchie, non sapevo neanche se ci sarei arrivato.
Tutto ciò spinge a riflettere su quanto sia difficile per l’uomo prevedere e capire quello che succederà nel futuro. Se si riprendono gli almanacchi del 1960 e si leggono le previsioni degli scienziati dell’epoca su ciò che sarebbe accaduto, non si può non sorridere. Ha indovinato molto di più Jules Verne con delle cose che appartenevano alla letteratura per ragazzi! La capacità previsionale dell’uomo è talmente ridotta a zero che non era stata capita a suo tempo la crisi petrolifera come oggi non è stata compresa con sufficiente anticipo la grande rivoluzione del nord Africa.
Da questo punto di vista è enorme il gap tra la capacità di inventare tecnologie di altissima utilità e la pochezza mentale degli uomini nel cercare di capire quello che succede nella vita. Siamo disperatamente bravi ad inventare strumenti e disperatamente piccoli nel capire come utilizzare al meglio queste scoperte ma soprattutto cosa farcene del mondo.
Quest’abbondanza di notizie “spesso provenienti da fonti poco attendibili”, questa copiosità di messaggi che crea un surplus d’informazione e spesso la “saturazione” della comunicazione, non rischia di far diventare “il contenuto” molto superficiale? di renderlo “consumabile” per il tempo di un click? di lasciar vuoto lo spazio dell’ascolto, della riflessione e dell’approfondimento? E se questo è vero cosa possiamo fare noi che operiamo in questo settore?
Possiamo fare molto. E’ vero che l’avvento delle tecnologie e questa massa di informazioni ci sta sommergendo ma noi dobbiamo essere in grado di venirne a capo. Qualche anno fa mi chiesero di scrivere un articolo su questi temi ed io, con molto piacere, ho potuto esprimere il mio pensiero liberamente, senza avere responsabilità didattiche. Ne è uscita una riflessione che è ancora attuale.
Infatti sostenevo, e sostengo, di aver passato la vita a cercare di convincere i miei destinatari, inizialmente solo venti persone ma poi anche migliaia, sull’importanza della comunicazione. Il mio scopo era quello di avere degli interlocutori, committenti o consulenti, più preparati per poter capire meglio i fenomeni della lettura degli scenari, del marketing, della pubblicità, delle relazioni pubbliche; insomma, pensavo che a forza di crescere si potessero, ragionevolmente, raggiungere questi obiettivi ma, dati i risultati di questi anni, tranne rari casi, purtroppo non è stato così.
Questo giocattolo messo in moto da noi comunicatori ed informatori, che abbiamo la grande responsabilità di insegnare nelle università e quindi di formare ragazzi, purtroppo non so quanto sia servito perché, in realtà, le varie tecnologie non hanno cambiato la sostanza delle cose. Dunque quelle che sembravano delle grandi conquiste hanno avuto il merito di migliorare la vita ma non di cambiarla. E questo è un guaio.
L’enorme gap che si è creato tra quello che avrebbe potuto essere ed invece non è stato ci ha portato allo scenario attuale. Mi spiego meglio: quando io vedevo le grandi difficoltà che c’erano nel poter documentare i fatti del mondo proprio perché mancavano i mezzi, immaginavo quanto sarebbe stato stupendo, e rivoluzionario, possedere una telecamera personale ed avere la possibilità di diventare prima testimone e poi divulgatore di un avvenimento, da mettere a disposizione della collettività.
Questo mio sogno si è trasformato in realtà grazie all’affermazione del web e di internet; il problema, però, è che oggi l’accesso non è possibile a tutte le persone, si pensi al fenomeno del digital divide ma soprattutto ai divieti imposti da alcuni Paesi, come la Cina che arriva a punire con torture o addirittura con la morte. Quindi ci deve essere la volontà di promuovere e divulgare questi servizi altrimenti il gap, cui facevo riferimento prima, rischia di allargarsi.
Nella mia professione ho sempre cercato di far arrivare agli altri un insieme di nozioni che potessero rendere il mondo della comunicazione migliore e la vita più agevole, contraddistinta da scambi culturali e rapporti interpersonali in crescita. Cercare, in definitiva, di metterne in risalto i vantaggi ma, per poterlo fare, si deve cercare di spegnere questo meccanismo infernale, caratterizzato da nuovi strumenti che non si riescono più a governare, con capacità di previsione prossime allo zero. In proposito, ho trovato assurdo che gli informatici, da sempre attenti a progettare e programmare il futuro, non avessero previsto che, al passaggio del 2000, il “doppio zero” avrebbe creato il fenomeno del “millenium bug”.
A tal proposito racconto un aneddoto. In una cattedrale molto antica, le travi di legno del soffitto erano usurate e andavano sostituite per evitare il rischio di far crollare l’intera struttura. Diversi vincoli impedivano di cambiare queste travi con legno diverso da quello originale; ciò avrebbe causato il blocco dei lavori. Tuttavia, in un cassetto della chiesa, venne ritrovata una pergamena del costruttore che – con una lungimiranza mancata ai nostri contemporanei – informava di aver piantato a pochi metri di distanza cinque alberi, il cui tronco dopo qualche secolo sarebbe potuto essere impiegato per i lavori di ristrutturazione. I costruttori si recarono nel luogo indicato e trovarono effettivamente gli alberi piantati con grande astuzia e lungimiranza.
Questo piccolo racconto permette di comprendere che “progettare” non vuol dire soltanto costruire la casa ma anche pensare a quello che accadrà all’ambiente e al contesto nel tempo. Bisognerebbe ricostruire e ritrovare la saggezza dei pellirossa che hanno vissuto sereni per migliaia di anni, prima che arrivassero i colonizzatori nel tentativo di civilizzarli. La loro serenità scaturiva da una regola davvero elementare: i nonni dicevano ai figli “lascia il mondo come tu lo hai ricevuto da tuo padre”.
La distruzione di questa civiltà è un esempio della totale mancanza di rispetto che spesso l’uomo ha verso cose che sono da considerarsi fondamentali. Perchè modificare una cosa che sta andando bene nel tentativo di migliorarla se poi si finisce col peggiorarla? Bisognerebbe quindi recuperare una saggezza di questo tipo ma anche la capacità di osservare il mondo. Noi pensiamo che un incendio in una foresta sia qualcosa di altamente distruttivo e irreversibile, pare invece che queste cose nella natura siano sempre accadute e facciano parte del gioco della vita.
Tutto quindi dipende sempre dai punti di vista. Nell’ottica di una vita umana, della durata di ottanta o novanta anni, recuperare la capacità di osservazione è difficile; in una vita di migliaia di anni questa cosa diventa assolutamente normale. Neppure le dolomiti esisterebbero se le vedessimo nell’arco di una o due generazioni. Cento anni nello sviluppo del mondo, a livello di macro ciclo, sono una cosa non calcolabile per la loro pochezza, mentre diventare centenari per il singolo uomo è un cosa grandiosa.
In concreto, oggi l’Uomo deve essere in grado di controllare, gestire e progettare quel “meccanismo infernale” che Lui stesso ha creato.
Non credi che “lasciar vuoto lo spazio dell’ascolto, della riflessione e dell’approfondimento” rischia di delegittimare la competenza?
Purtroppo non delegittima solo la competenza ma “uccide” l’intera umanità, l’aspetto positivo dell’uomo. Ne nasce un paradosso: con le tecnologie ed il progresso noi avremmo dovuto conquistare maggior tempo da dedicare ad una serie di attività che dicevamo di non poter fare, per esempio leggere un libro o telefonare ad un amico. Oggi invece facciamo meno queste cose, ciò è assurdo perché questi comportamenti potevano essere giustificati in passato, quando si aveva poco tempo a disposizione, si pensi ad un montanaro che era costretto, per andare a scuola, a viaggi lunghi e stancanti.
Oggi, studiando anche su internet, si superano facilmente quelle barriere. Attualmente il mio incarico è proprio legato ad una laurea “a distanza” in cui le persone seguono le lezioni e sostengono gli esami tramite il web. Questa pratica è molto diffusa soprattutto perché è vista come un sinonimo di concretezza. Un grande vantaggio della tecnologia, senza dubbio, è l’aver ridotto gli spazi e, appunto, i tempi della comunicazione: oggi una semplice teleconferenza evita ad una persona scomodi spostamenti e gli fa risparmiare molto tempo, che potrebbe tornare utile, come detto in precedenza, per molte altre attività. Tuttavia, dobbiamo ammettere di non essere capaci di sfruttare quel “tempo libero” nel migliore dei modi: diventa forsennata questa corsa di fare le cose sempre più in fretta, di usare il maggior numero di tecnologie, di riempirci di strumenti che ci dovrebbero aiutare ma che in realtà, la maggior parte delle volte, ci danneggiano.
Comunque la colpa è solo nostra, è dell’Uomo che sta diventando “stupido” perché non riesce ad utilizzare al meglio gli spazi, usando gli strumenti che Lui stesso ha inventato. Mi chiedo spesso: “riusciranno i nostri eroi ad avere un futuro che sia più a misura d’uomo?”. Io non riuscirò più a vederlo ma certamente tutto dipenderà dalle nuove generazioni. L’augurio è proprio che i giovani possano avere un mondo migliore, anche se, sinceramente, noi “vecchi” non abbiamo fatto molto per consegnarlo in buono stato. Io, vi assicuro, ci ho provato ma i miei coetanei non mi hanno dato un grande aiuto nel lasciarlo come noi l’avevamo ricevuto, che poi non era così male come lo descrivevano ai miei tempi e, certamente, non era peggio dell’attuale.
Verso quale direzione pensi che stia andando la comunicazione? Cosa di questo nuovo percorso dato dai “tempi moderni” ti sembra giusto e cosa valuti con criticità? Quali nuovi obiettivi ci si dovrebbe porre?
Non vorrei sottolineare di nuovo i vantaggi che ci sono perché sono evidenti e sotto gli occhi di tutti, abbiamo tanti più agi rispetto a prima e si potrebbero fare molti esempi banali. Tutto ciò comporta però una grande trascuratezza, io vedo molto trascurato non soltanto il rispetto per le persone ma anche l’attenzione che si ha nelle cose. L’ esempio più banale? Leggo delle e-mail di persone che mai avrebbero scritto in una lettera 45 refusi in sei righe ma con le tecnologie questo accade perché si ha sempre fretta. Anche una volta avevamo fretta, non venivamo certo da tempi dilatati. Il vero problema è la trascuratezza che si ha nelle cose. Io stesso devo rileggere le e-mail perché anche quando sono convinto di aver tolto tutti i refusi ne trovo ancora due e poi, quando la invio convinto, evidentemente ce ne sarà ancora uno. Io sono piuttosto impreciso, ne ho fatte tante di cose imperfette nella vita ma almeno le ho fatte. Io preferisco provare piuttosto che non fare una cosa per paura che non venga perfetta. Tuttavia rifiuto la sciatteria, che è qualcosa di diverso. Ad esempio, non mi è mai capitato di andare in aula senza essere preparato, mi costa tanta fatica (anzi mi diverto talmente tanto che il termine fatica non lo userei), tante domeniche di lavoro e tanto tempo tolto a quelli che potrebbero essere dei divertimenti. In fondo il mio lavoro è un divertimento di tipo diverso, se vogliamo essere onesti. Confessiamolo, la gente pensa che io lavori ma in realtà mi diverto a pagamento, cioè cose che io sarei disposto a pagare per fare, la gente mi paga per farle; questo è sicuramente un grande privilegio. Tuttavia ci sono anche persone che fanno il mio stesso mestiere e sono tristissime perché lo vivono come un triste lavoro, piuttosto mal pagato (cosa forse anche vera). Io invece non lo vivo come lavoro e, per quanto possa essere mal pagato, lo vedo sempre come grasso che cola. Tutto dipende dai punti di vista. Ho il grande vantaggio di fare cose che mi divertono; se nel corso degli anni molti hanno richiesto la mia professionalità, è stato anche grazie al fatto che ho investito tempo e preparazione, perché per me questo rientra nel rispetto che si deve alle persone. La velocità di oggi, in molti casi, fa venir meno questo tipo di rispetto. Con questo non voglio dire che se ricevessimo e-mail senza refusi il mondo sarebbe migliore, era solo un esempio riduttivo ma a partire da ciò si capiscono tante cose. La sciatteria, la non- precisione, il non rispetto delle piccole cose, conducono a qualcosa di molto grave e complesso. Ho avuto un incontro con dei colleghi svizzeri, che noi italiani solitamente prendiamo in giro per essere molto precisi, e mi ha fatto riflettere una cosa: la riunione aveva un orario di inizio ma, come purtroppo avviene in Italia, non aveva un orario previsto per la fine perché nel nostro paese le riunioni finiscono soltanto per fame! Quando gli svizzeri hanno domandato l’ora prevista per la chiusura della riunione e chi l’aveva organizzata non ha saputo rispondere, si sono alzati e sono andati via. L’organizzatore si è molto adirato, considerandola una mancanza di rispetto. Io invece gli ho fatto notare che la sua non-risposta equivaleva al chiedere a che ora arrivi un aereo e sentirsi rispondere che l’aereo non arriverà perché precipiterà prima. Questo è l’inizio della trascuratezza, quando non si stabiliscono, per fare un esempio banale, i tempi previsti in un ordine del giorno. Se devi parlare otto minuti e finisci col parlarne ventotto, non ci vuole un genio per capire che hai dei minuti da recuperare, ma se lo sai puoi fare qualcosa mentre se non lo hai nemmeno previsto non ci pensi neppure. Non a caso noi siamo normalmente immersi in riunioni in cui, a un quarto d’ora dalla fine, la gente si rende conto che si è solo al secondo punto dell’ordine del giorno ma ormai è troppo tardi.
Il Centrostudi Comunicazione Cogno Associati è ormai da più di trent’anni un punto di riferimento per il settore, quali nuove figure pensi che acquisteranno sempre più spazio nelle aziende? Su quali nuovi “specialisti della comunicazione” le imprese vorranno investire?
Dal 2008 abbiamo modificato la nostra attività, in quanto non si tengono più i tipi di corso svolti negli ultimi trenta anni. Il motivo è che, essendo totalmente cambiato il mondo del lavoro, anzi essendo purtroppo scomparso il lavoro, non aveva più senso mantenere una struttura come la nostra, di impronta operativa, finalizzata a preparare le persone ad attività professionali che non potevamo garantire. Non mi sembrava giusto e corretto continuare quel percorso perché avrei mancato di rispetto alle persone, contraddicendo i miei principi e quanto sono andato dicendo in tutta la mia vita. Non è nel mio costume prendere in giro le persone, facendo perdere tempo e – essendo la nostra una scuola privata – soprattutto denaro.
Per tale ragione, ho deciso di fare dei corsi dedicati esclusivamente a professionisti già inseriti nel mondo del lavoro, in maniera tale da codificare maggiormente le loro competenze, con l’obiettivo di apportare continui aggiornamenti. La mia speranza è che il futuro cambi, l’occupazione aumenti e la precarietà, figlia della crisi che stiamo vivendo, diventi solo un brutto ricordo.
Quando penso a nuove professionalità che si potrebbero affermare, io non cambierei nulla. Da questo punto di vista, con orgoglio e forse con presunzione, per quanto mi è dato dalla mia personalità “zingaresca” che comunque mi rende tutto tranne che presuntuoso, credo di avere avuto un’ottima intuizione nel basare i corsi non sull’iper-specializzazione, ma sulla pluri-specializzazione. Noi abbiamo sempre cercato di creare comunicatori “a tutto tondo”: un comunicatore, infatti, deve essere in grado di capire il fenomeno della comunicazione che è molto ampio e questo vasto spettro deve essere padroneggiato in tutti i suoi punti; solo in questo modo si può raggiungere una piena professionalità del settore.
Per me, l’idea dell’iper-specializzazione che tanto piace – insegnare per esempio ad una persona come avvitare una vite a destra ma poi avere bisogno di un altro “specialista” per svitarla a sinistra – è una roba da imbecilli. Si devono fornire, al contrario, più strumenti possibili in modo che la gente sia capace di affrontare e gestire un fenomeno nella sua complessità.
È stata dura far capire questo concetto al mercato perché le persone, invece, avrebbero preferito rivolgersi all’iper-specialista di cui sopra, il migliore presente sulla piazza ed in grado di saper fare sola una cosa. D’altra parte, se ci si pensa bene, questo modo di ragionare non è “da italiani”. Se noi siamo ancora in vita, come Italia da 150 anni ma da sempre come “stivale” invaso da tutto il mondo, lo dobbiamo al fatto che siamo riusciti a sopravvivere proprio a tutte quelle vicissitudini. Non ci ammazza nessuno, siamo peggio degli scarafaggi, perché abbiamo nel dna la capacità e la forza di venire fuori da tutto; gli italiani sono un grande popolo perché non ci ha distrutto niente, anche se hanno fatto ed abbiamo fatto di tutto per distruggerci e ancora continuiamo, ma rinasciamo sempre. Non perdere questa capacità è, sostanzialmente, la nostra prova di forza.
Rapportando tutto questo discorso alla comunicazione, si può costatare la nostra abilità proprio nel mettere in pratica quei principi, la nostra grande qualità nell’adattarci ad ogni situazione e contesto. Per esempio, quando eravamo migranti (perché pure noi lo siamo stati anche se qualcuno oggi sembra essersene dimenticato) e i nostri genitori o nonni sbarcavano in America, sono sempre riusciti ad inserirsi nelle nuove realtà, ad ambientarsi senza problemi, puntando sulla loro voglia di lavorare ed imporsi. Questi aspetti positivi sono stati e sono fondamentali per migliorarsi.
La capacità di gestire tante cose contemporaneamente con uno sguardo d’insieme rappresenta la nostra eccellenza e, quindi, l’obiettivo deve essere quello di riuscire a mantenersi sempre eccellenti e dimostrarlo sul “campo”.
Sei sempre stato in “prima fila” nell’attività di formazione; com’è cambiato nel tempo il tuo ruolo di formatore? Hai dedicato molto del tuo tempo ai giovani, quanto sono cambiati e quali differenze noti tra quelli che incontravi negli anni ’90 e quelli che incontri oggi? Non ti sembra che in questi ultimi tempi la qualità della formazione si sia abbassata?
Com’è cambiato il ruolo del formatore? Sicuramente mi diverto più di prima. Se ripenso a come facevo aula quaranta anni fa, devo riconoscere che tenevo lezioni di una serietà estrema e di una tristezza infinita. Adesso invece mi diverto tantissimo e spero si divertano anche gli altri. Ho capito, infatti, che non bisogna confondere la seriosità con la serietà e si può essere seri anche facendo sorridere. Mi sono alleggerito nel tempo, ho imparato a fare le cose con maggiore interattività, con maggiore scambio e soprattutto con più leggerezza.
Neanche gli allievi sono cambiati più di tanto. Grazie a Dio i giovani non hanno subito modifiche o peggioramenti. C’è stato un momento nel quale c’era meno paura, oggi c’è molto più timore e questo può mettere i giovani in una condizione di maggior disagio, sanno cioè che aperta la porta fuori troveranno la peste. Ciò li porta ad allungare i tempi della loro vita, tendono a non lasciare la famiglia e la scuola. Io a 25 anni avevo già due figli, normalmente oggi i giovani sotto ai trent’anni non sono nemmeno sposati. Tuttavia questo non riguarda l’essenza dei giovani ma rientra tra le modifiche sociali. I giovani sono fatti esattamente come prima, mentre è l’ambiente esterno ad essere notevolmente cambiato.
Nulla è diverso invece nell’approccio tra me e i ragazzi. La grande fortuna – che riguarda poi tutti coloro che fanno formazione – è che la vita sembra fermarsi. Questo non vuol dire sembrare più giovani o non accettare l’età che si ha, vuol dire essere capaci di rimanere bambini dentro. Per me il mondo si è fermato perché da tutta la vita vivo tra i giovani, quando devo relazionarmi con i miei coetanei trovo invece difficoltà. I miei veri coetanei sono assolutamente insopportabili, tanto che preferisco non vederli e non aver nessun contatto con loro essendo abituato ad un tipo di pubblico capace di far “fermare la vita”, come un film che scorre ma soltanto sullo sfondo. Temo soltanto il risveglio da questa illusione, quando scoprirò che la vita non è un film sarà forse l’ultima cosa che capirò e sarà troppo tardi per tornare indietro. Chiudo con una geniale battuta di Almodòvar: “non possiamo pensare che il cinema sia la verità , il cinema non può permettersi la verità, deve anche far piovere con le pompe perché se il film ha la pioggia, la pioggia non si vede”.
Abbiamo bisogno che ci sia una finzione e la formazione che cerca di riprodurre quella finta realtà in aula è una finzione positiva, cerca di far sembrare più bella la vita e augura che sia come noi la vogliamo; non sappiamo se è vero o no però continuiamo a sperare che sia così, se ci tolgono anche questa illusione è finita.
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