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Come prepararsi alla "tempesta perfetta"

05/03/2012

La narrativa “linkata” di Gianluca Comin e Donato Speroni mette in luce la necessità in tempi di crisi di ripensare i rapporti con gli altri. Un primo passo in tal senso potrebbe essere la creazione di un network di sensibilizzazione e argomentazione del valore delle relazioni pubbliche, come afferma _Toni Muzi Falconi._

di Toni Muzi Falconi
Anticipo subito che da tempi non sospetti provo stima e amicizia per entrambi gli autori di 2030. La Tempesta Perfetta: Gianluca Comin e Donato Speroni. Ho voluto attendere qualche settimana dall’uscita prima di procurarmi il testo. Otto ore di viaggio aereo Roma-New York sono passate in un lampo. Come avere a disposizione un motore di ricerca intelligente e avere digitato: datemi cose che non so già, fatemi capire in che mondo stiamo vivendo e perché sono preoccupato, ma senza capire bene di cosa.
Il titolo del libro e il documento della tempesta perfetta riportato in appendice sono un pretesto narrativo e svolgono il ruolo maieutico di spostare in avanti, di meno di un ventennio, la catastrofe nella quale già ci troviamo e non da oggi. Un artificio che riesce a modificare la diagnosi da terrificante in positiva, poiché gli autori, quasi credessero davvero nel loro stesso trucco, ci indicano anche svariate vie di uscita dalla discontinuità globale del pianeta: purché, insistono, entro il 2030…
Un libro assai leggibile, ben scritto, non scontato e, soprattutto, ricco di intelligenti informazioni e connessioni: una narrativa “linkata”.
Gli autori sono persone come noi (un po’ più giovani), che vivono le stesse passioni e delusioni, fanno parte più o meno dello stesso entourage culturale e hanno trovato la testa, la volontà e il tempo di raccogliere tematiche e variabili rilevanti e approfondirle con modalità tipicamente interdisciplinari: un lavoro a tavolino, confezionato come una sorta di brief a che “non si rassegna”.
Un fil rouge importante per i lettori di questo sito è il ruolo potenzialmente “salvifico” attribuito alle relazioni e alla comunicazione, alla interconnettività e alla società a rete. Come dire che, se fossimo in grado di governare sistemi globali di relazioni efficaci fra stakeholder, istituzioni e organizzazioni, molte delle variabili (materiali e immateriali) impazzite che ci hanno già avviato nella catastrofe potrebbero essere ricondotte a ragionevolezza: ma non oltre il 2030, che sarebbe come dire domani. Il libro è ovviamente diplomatico, ma si capisce subito che se scomparissero gli Stati Nazione e si riuscisse a condividere comportamenti e attitudini a livello globale non si potrebbe ricavarne che miglioramenti…
Sempre per empatia potrei immaginare che se solo 1000 persone (tanti sono i soci Ferpi) di buona volontà, competenti e consapevoli volessero, ottimisticamente e partendo proprio da uno dei Paesi messi peggio, il nostro, avviare un network di sensibilizzazione e di argomentazione del valore delle relazioni pubbliche lungo le linee e sulle tematiche indicate dal libro si potrebbe, chissà?, innescare un rilevante fenomeno estensivo sia in verticale (utilizzando i canali globali che la stessa Ferpi ha notevolmente contribuito a sviluppare negli ultimi dodici anni) che in orizzontale (sviluppando un programma di sensibilizzazione fra gli stessi loro stakeholder nazionali. Già, ma un discorso del genere ricorda molto gli Accordi di Stoccolma. E allora? Che c’è di male?
In conclusione, insieme all’invito alla lettura, mi permetto di osservare che se siamo arrivati al punto in cui siamo, così come gli autori indicano le relazioni pubbliche come una possibile via di uscita, allo stesso modo avrebbero forse fatto anche bene a indicarle come una delle cause principali della decadenza.

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