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Conflitto e narrazione: le diverse facce del racconto della guerra, da Omero ai nostri giorni

06/06/2006

Alberto Mancinelli ci parla di un nuovo libro dedicato all'analisi del vincolo che da sempre lega la guerra alla necessità di raccontarla.

Conflitto e narrazione. Omero, i mass media e il racconto della guerra Vittorio Mathieu (a cura di), edizioni Il Mulino, Urbino 2006Questa raccolta di saggi intende analizzare, secondo diverse chiavi di lettura, il legame inscindibile esistente tra la guerra e la necessità di raccontarla. Nella  prima parte in cui prevale l'aspetto teorico attraverso vari riferimenti storici, Antonio Scurati sottolinea il cambiamento della percezione della guerra nella società occidentale: l'identità non consiste più nel mantenere la pace entro i propri confini, ma nel dichiarare guerra alla nuova forma di violenza, il terrorismo, diventato il nuovo stato di natura. Si tratta di un nemico senza territorialità e per questo responsabile del continuo cambiamento del terreno dello scontro. Vittorio Mathieu analizza le diverse forme di narrazione della guerra lungo il corso della storia: generi letterari come l'epos o la tragedia presentano i conflitti in tutte le sfaccettature, ispirano terrore, pietà e talvolta anche il riso. Il percorso storico si conclude con un'analisi del racconto della guerra nella nostra epoca il cui  panorama mediatico è dominato dalla tv: attraverso la narrazione dei fatti in tempo reale, diventa essa stessa uno strumento di guerra, di manipolazione  e propaganda usato a favore di chi lo gestisce e può influire direttamente sull'andamento del conflitto. L'autore infine, individua nel mito la radice comune della narrazione e del conflitto perché si tratta di una "narrazione di un conflitto fantastico in cui è adombrato un conflitto reale". Alberto Abruzzese approfondisce il binomio realtà/finzione partendo dal rapporto tra sociologia e mediologia: la prima si concentra sulla possibilità di descrivere la realtà, l'altra sposta la sua attenzione sulla finzione. Il rapporto tra media e società rappresenta il rapporto tra essere umano e tecnica. L'autore accusa infine i media, politicamente responsabili perché camuffano le immagini della guerra dietro la falsa  coscienza umana e civile ed i falsi stereotipi della civilizzazione e della democrazia. Nella seconda parte,  maggiormente concentrata sulla teoria dei mass media, Carlo Jean sottolinea il ruolo fondamentale dell'informazione nella condotta dei conflitti armati che non è più solo conoscenza, ma anche potere in un'epoca in cui le tecnologie dominano il mondo della comunicazione. La guerra stessa diventa comunicazione essendo soprattutto un fenomeno politico-sociale e non tecnico-militare. Risulta quindi fondamentale mantenere il favore dell'opinione pubblica, orientandosi verso le aspettative emotive collettive. L'autore fa riferimenti alla situazione in Iraq, diventata incontrollabile per le grandi potenze da un punto di vista mediatico. Nella stessa direzione prosegue Enrico Manca che considera i mezzi di comunicazione forti strumenti di propaganda politica. Nell'ambito della comunicazione dei conflitti, egli attribuisce ad essa tre funzioni principali: la comunicazione come strumento di guerra,  di silenzio (inteso come la negazione del conflitto con lo scopo di dargli poco rilievo) e di pace (funzione poco esercitata perché in genere meno urgente e soprattutto meno notiziabile). Alberto Mancinelli
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