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Continua il dibattito sulla morte dell'opinione pubblica...

27/08/2008

Con un articolo apparso sul 'La Stampa' dal titolo "La Società del Contatto", Marco Belpoliti alimenta la discussione sull'opinione pubblica a cui ha preso parte anche Toni Muzi Falconi che, "sul nostro sito,":http://www.ferpi.it/ferpi/novita/notizie_rp/media/la-morte-dellopinione-pubblica-quali-conseguenze-sulle-relazioni-pubbliche/notizia_rp/38224/9 ha parlato delle implicazioni di questa situazione sulle RP.

di Marco Belpoliti


Opinione pubblica? No, grazie Cosi lo «stato seduttore», come l’ha definito Régis Debray, effetto della rivoluzione massmediologa del potere – tv prima, Internet poi -, risponde a chi s’appella a un’istituzione sorta meno di due secoli fa ed estintasi negli ultimi vent’anni. All’articolo di giornale, al libro e al pamphlet, succede il sondaggio. Dalla galassia Gutenberg alla galassia Gallup. L’opinione pubblica si è trasformata in numero, dato statistico.


Si è trasformata in un flusso, che coi metodi messi a punto dall’americano Gallup, l’inventore dei sondaggi, si cerca di orientare e dirigere. L’opinione pubblica è in effetti una creazione dei Lumi, di un ceto intellettuale – giornalisti, avvocati, scienziati – che ha preparato, e poi realizzato, la Rivoluzione francese. E ora non c’è più. La neotelevisione ha trasformato una massa di cittadini, modellati dalla chiesa e quindi dalla scuola, in consumatori: dalla pedagogia alla pubblicità. La politica la fanno le star, un tempo i divi di Hollywood ora quelli dei seria! televisivi e dei talk show, comparse effimere, ma avvincenti, di un sistema in cui il libro è un oggetto obsoleto, mentre lo schermo appare il vero luogo di socializzazione, apprendimento e comunicazione.
Come il caso italiano dimostra ogni giorno di più, siamo immersi in una postmodernità che però possiede anche i tratti di una premodernità: futuro e passato insieme. Al discorso, tipico dell’intellettuale tradizionale, è succeduta la trasmissione, dal convincimento mediante argomentazioni si è passati alla seduzione tout court. Non a caso Berlusconi, versione casalinga del sistema americano, appare come un divo, il cui eterno sorriso ricorda quello delle star cinematografiche; seduce come se fosse una donna.


Ma c’è qualcosa dl più e di nuovo: alla «società delle spettacolo», formula inventata dal situazionista Guy Debord, cui ci si appella per spiegare il fenomeno italiano, si sostituisce la «società del contatto» per cui ciascuno è interpellato in modo diretto e indiretto ogni giorno attraverso le solerti telefoniste dei cali center o i sondaggisti, usando i dati raccolti con le fidelity card e le credit card, o ricorrendo alle statistiche generate dalle telefonate al cellulare o dalla navigazione Internet. Più che spiati siamo contattati. Questa è la nuova opinione pubblica, che continua a far politica, se la parola ha ancora un senso, ma in modo molecolare, senza ideologia e senza progetto, attraverso flussi tra cui il fondamentale feedback: Siete d’accordo? Votate nel sito! È lo stop and go.


Così è iniziata la transizione dalla neotv alla video-sfera informatica, mentre ancora i commentatori guardano a un passato scomparso. Come si può parlare di opinione pubblica dopo che Drayton Bird, geniale specialista di marketing, negli Anni 80 ha impostato il rivoluzionario passaggio dal «marketing diretto» al «marketing relazionale»? Da un mercato di venditori a un mercato di acquirenti: là dove «la pubblicità parla del prodotto, il marketing diretto parla del cliente». E c’è chi ha brillantemente applicato alla politica questi sistemi di comunicazione, aggiungendovi la capacità seduttiva propria del piccolo schermo. Il punteggio dell’audience è la nuova opinione pubblica. Il «governo dei sondaggi» è il nome polemico che viene dato, scrive Debray, all’inversione della logica dell’offerta in logica della domanda.


Non deve stupire troppo che un pubblicitario o un esperto di marketing sia pagato cento volte di più di un insegnante o un professore universitario. Chi in questo contesto auspica il ritorno alla scuola della tradizione, come fa Galli della Loggia sul Corriere, non ha capito, o fa finta di non capire, il cambio di stagione: la scuola non ha più allievi bensì utenti, e tra poco solo clienti. È «un servizio sociale come altri», scriveva oltre dieci anni fa Debray. La diminuzione del peso della scuola nella videosfera si accompagna alla dilatazione degli spazi dell’apprendimento extrascolastici. Non si può continuare a pensare alla politica del futuro senza misurarsi con tutto questo. La sinistra, liberale, alternativa o radicale che sia, se ancora esiste, non può ignorare questa realtà e come l’io narrante del Poeta pensare che passata la tempesta ritorni il sereno. Illusione pericolosa.


tratto da La Stampa del 27 agosto 2008



Toni Muzi Falconi riprende la provocazione del regista leggendola, come sempre, con l’occhio del relatore pubblico

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