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Convergenza: il futuro della comunicazione

08/11/2010

Il mondo e gli strumenti della comunicazione sono al centro di un enorme cambiamento: nulla è più (soltanto) ciò che sembra. Ma se la convergenza è “l’unione di più strumenti del comunicare", questo rappresenta il futuro della comunicazione e la supera, coinvolgendo anche categorie antropologiche. Tutto il mondo si mescola, converge. Un’analisi di _Aldo Grasso._

di Aldo Grasso
Il mondo della comunicazione è al centro di un profondo e radicale cambiamento: il telefono, così come l’abbiamo conosciuto e usato per anni, non è più il telefono; i giornali non sono solo più giornali, stanno mutando pelle e contenuti; la tv non è più la tv; persino il computer presto non sarà più il computer. La digitalizzazione della comunicazione sta portando con sé evoluzioni incredibili sia nelle piattaforme di distribuzione dei contenuti sia nelle modalità di fruizione dei medesimi.
Motore di questa evoluzione è il fenomeno della convergenza. Che cos’è? Tecnicamente, la convergenza è l’unione di più strumenti del comunicare, una fusione resa possibile dalla tecnologia digitale. Ciascun medium non è più destinato a svolgere un singolo tipo di prestazione, ma è in grado di diffondere diversi contenuti (fotografia, radio, conversazioni telefoniche, tv, musica). Convergenza significa utilizzare una sola interfaccia (il computer, per esempio) per molti servizi informativi, passare cioè dalla visione di una serie tv a un’operazione bancaria, dalla lettura di un quotidiano alla sorveglianza di un angolo della casa. Ma convergenza significa anche che il futuro della comunicazione è qualcosa che va ben oltre la comunicazione e coinvolge categorie antropologiche. Convergenza è la voce del molteplice, dell’indiscernibile e dell’ibridato. Grazie alla facilità di spostamento, ai flussi migratori, alla globalizzazione, tutto il mondo converge, si mescola, tende al meticciato.
La convergenza dei media, dunque, non è un processo solamente tecnologico, o scandito dalla tecnologia. Per allontanarsi da questa visione troppo ingenua e fallace, che fa della tecnica la causa che determina i nostri comportamenti (il modo in cui usiamo i media, in questo caso), Henry Jenkins ha coniato l’espressione «cultura convergente»: un’attitudine culturale che incoraggia gli utenti a interagire con i contenuti, a creare connessioni tra diversi testi, a usare le tecnologie sempre meno come strumenti per comunicare e sempre più come nuovi territori da esplorare (i Cesaroni sono un programma tv, ma anche un’esperienza culturale complessa che prende forme diverse su media diversi: cd, libri, blog, oggettistica, eccetera).
Considerata l’importanza e la pervasività dei mezzi di comunicazione nella società contemporanea, e il fatto che i media non sono solo semplici protesi, ma piuttosto ambienti in cui siamo immersi, il mutamento in corso è totalmente culturale. Riguarda cioè la «cultura» nel senso più ampio e antropologico della parola: «Un intero modo di vita», come l’ha definita Raymond Williams, un patrimonio di conoscenze, di nuove convenzioni sociali e di inedite espressioni di civiltà.
Il mutamento nel sistema dei mezzi di comunicazione, in atto da alcuni anni, è sotto gli occhi di tutti. Sotto la potente spinta della digitalizzazione, oggi facciamo con i media cose un tempo impensate: se desideriamo informarci sui fatti del giorno, un click sull’iPad o sullo smartphone ci è sufficiente per visualizzare l’ultima edizione del «Corriere»; mentre siamo in attesa in un luogo pubblico, o in viaggio, il nostro lettore musicale portatile si trasforma in un terminale per vedere un film; in una serata di «magra» programmazione televisiva troviamo su YouTube i frammenti di quel programma che ci ha divertito o di cui abbiamo tanto sentito parlare da amici e colleghi. Negli Usa, le serie più famose, come Gossip girl, possono essere viste in streaming sui siti ufficiali dei canali, subito dopo la messa in onda. Anche in Italia si tentano i primi, timidi esperimenti (portali di Rai, Mediaset e La7).
Convergenza significa, in breve, proprio questo: quelli che prima si chiamavano «mezzi di comunicazione di massa» ora si sovrappongono, si mescolano, si combinano, si piegano con maggiore flessibilità alle nostre esigenze temporali, spaziali e d’uso. Chi possiede uno smartphone sa benissimo (non per studio ma per pratica quotidiana) che il «vecchio» telefonino da strumento di comunicazione personale è diventato uno strumento elettronico dove si raduna il nostro essere sociale e la nostra identità individuale e collettiva. Chi frequenta Facebook conosce i pregi e i difetti delle comunità virtuali, ma il fatto più rilevante è che comincia a far parte di una «cittadinanza digitale» che va ben oltre i narcisismi rétro del socialnetworkismo (a metà tra il «saranno tutti famosi» e il «villaggio globale»). L’idea di fondo dei social network è proprio quella di addomesticare il web e restringerlo ai propri bisogni.
Che la tecnologia, elemento necessario al cambiamento in corso, non sia tuttavia la sola forza in grado di rivoluzionare comportamenti e «modi di vita» è dimostrato da due semplici considerazioni.
La prima consiste nell’osservare che — accanto alla fioritura di tutti questi nuovi modelli di utilizzo dei media — permangono anche quelli più tradizionali, che affondano le loro radici nella storia dei mezzi di comunicazione: i giornali fatti di carta si continuano a comprare come uno o due secoli fa; per vedere un film su grande schermo è necessario uscire di casa e pagare un biglietto alla cassa; all’interno delle mura domestiche la tv resta il principale passatempo, spesso nella sua versione generalista. Quelle che permangono, in fin dei conti, sono alcune esigenze di fondo che, pur mutando nelle forme e nei contenuti con cui vengono soddisfatte, caratterizzano I’uomo mediatico uscito dalla «modernità» otto e novecentesca. Per esempio, un genere come il reality da una parte soddisfa un’esigenza tradizionale di intrattenimento, dall’altra, invece, per molti si manifesta come un’esperienza di vita (X Factor, per esempio, è una costellazione formata dal programma, dagli album, dalle serate a cui partecipano i cantanti, dai concerti).
La seconda considerazione deriva dall’osservazione che, nella società capitalistica, anche la più geniale delle invenzioni deve trovare un mercato per diffondersi: deve cioè intercettare o quantomeno generare dei bisogni. L’industria culturale si attiva solo se le sue produzioni sono economicamente sostenibili. Invenzioni come iPod e iTunes hanno rivoluzionato l’industria della musica: le case discografiche non sono morte, ma hanno dovuto inventarsi nuovi scenari di business. Nelle redazioni di mezzo mondo si fanno esperimenti di interazione tra carta e online, si cercano soluzioni per fare pagare i contenuti senza perdere lettori. La nuova frontiera dell’editoria è sicuramente l’ebook (non si è parlato d’altro all’ultima Fiera del libro di Francoforte): dal lancio di Kindle di Amazon e dalla presentazione dell’iPad di Apple, tutta la filiera dell’editoria sta cercando di cambiare i propri connotati e di ridefinire il ruolo dell’autore e del lettore.
Per creare Hulu — che in cinese mandarino significa «scrigno di beni preziosi», e che è una sorta di grande contenitore web di testi mediali, in particolare film e prodotti tv — si sono accordati concorrenti storici come Nix Universal, Fox NewsCorp e Abc Disney, ma non è ancora chiaro se lo «scrigno» restituirà doni preziosi anche per le major. Perché un modello economico per l’ over-the-top tv è tutt’altro che chiaro: in rete c’è grande fame di contenuti audiovisivi, il web può rappresentare un’enorme archivio on demand, ma come si regge, alla fine, il sistema, visto che lo spettatore è sì disposto a consumare contenuti, ma molto meno a pagarli (dal momento che esistono anche numerose strade illegali)? E allora, l’altra grande spinta a forgiare l’ambiente della convergenza deriva dalle imprese mediali, con i loro interessi, con le loro strategie e, soprattutto, con la loro capacità — più o meno sviluppata — di inserirsi creativamente e tempestivamente su un terreno in costante evoluzione.
A proposito di Hulu, è curioso osservare che lo «scrigno» è la televisione più frequentata dai ragazzi americani. I video di Hulu si possono poi pubblicare su altri siti e social network come Aol, Msn, MySpace, Yahoo e Fancast.com: è come se la galassia della tv generalista esplodesse in tanti piccoli frammenti luminosi, inaugurando un nuovo tipo di socialità televisiva. Per oltre mezzo secolo, la tv ha avuto una precisa collocazione pubblica e ha alimentato un’ esperienza tanto diffusa quanto condivisa per gli spettatori, riassumibile in una semplice espressione: «Guardare la tv». Lo scenario attuale della convergenza tecnologica, invece, comporta una mutazione nell’identità del telespettatore, che oggi è virtualmente chiamato a dare forma ad abitudini di visione differenti.
Il passaggio universale al digitale terrestre è il più consistente cambiamento che la tv italiana ha affrontato negli ultimi venti o trent’anni, anche soltanto per il numero di persone che coinvolge: un’intera popolazione. Ma il digitale terrestre, pur essendo la tecnologia di accesso-base alla tv, non è la sola piattaforma distributiva su cui le imprese televisive possono contare. Quel che emerge è una moltiplicazione dei possibili percorsi, che connettono chi produce e distribuisce i contenuti tv e chi li consuma.
Senza troppo entrare in un discorso tecnico, sul mercato si confrontano ora non tanto i singoli canali, quanto le piattaforme di offerta, entità complesse in cui si incrociano tecnologia, modelli di business, modi di organizzare i contenuti televisivi. Non a caso due colossi come Apple e Google si stanno trasformando in media center, con lo scopo ben preciso di «linkare» sempre più le loro tecnologie con i contenuti della tv. L’apparato può essere immaginato come un grande smartphone per la tv: ci sono le applicazioni, i video, la musica e i siti web ottimizzati per essere visualizzati al meglio sullo schermo del televisore.
La cosa più curiosa è che questo grande processo tecnologico in atto non espelle il pubblico, non lo relega irrimediabilmente al ruolo di «utilizzatore finale», anzi. Il pubblico può conquistarsi un ruolo da protagonista nello scenario della cultura convergente. Da un lato, perché i canali tv cercano sempre di più di costruire dei touchpoint, dei punti di contatto «emotivi» con Io spettatore, pensati per accrescerne il coinvolgimento, come la campagna di lancio sul web per la seconda stagione di Romanzo criminale. Dall’altro, perché la tv è sempre stata oggetto di condivisione sociale, ma solo oggi diventa concretamente smontabile, «sgangherabile», commentabile, soprattutto grazie alla rete. Il dato può stupire, ma la centralità della tv nel sistema dei media è confermato, come abbiamo visto, dalla presenza esorbitante di tv sul web: la tv si guarda sul web (pensiamo ai contenuti su YouTube o altri aggregatori audiovisivi), la tv si commenta sul web (pensiamo ai discorsi sulla tv fra forum, blog e Facebook). Se mai lo è stato realmente, oggi lo spettatore non è più passivamente sprofondato sul divano: utilizza di continuo la tv come risorsa, sia materiale che simbolica, per orientarsi, per discutere, per interagire, tanto online quanto offline.
Ma noi, come ci attrezziamo per affrontare un simile rivolgimento? Consideriamo la tecnologia come un gadget prezioso di cui non si può fare a meno? La convergenza è un fenomeno che cambia le nostre abitudini di consumo o cambia anche le abitudini cognitive? Il passaggio dal cartaceo allo schermo elettronico è solo una comodità o un cambiamento radicale? Gli Stoici avevano risolto il problema con una certa rassegnazione: i fati guidano i volenti e trascinano i nolenti. Spiace però che questi problemi se li pongano più le aziende che le università, più i blogger che gli accademici. Ma ormai, forse, persino queste distinzioni sono superate.
La verità è che oggi, nel mondo della comunicazione, si compiono operazioni così vertiginose da essere state vagheggiate solo da qualche scrittore di fantascienza: il primo Macintosh è del 1984, la nascita ufficiale del Web risale al 1991. Nel giro di pochi anni ciascuno di noi può connettersi con il mondo intero, consultare tutto quello che è stato caricato in rete. Convergenza significa anche che da una cultura di tipo verticale (ordinata secondo una gerarchia valoriale) siamo passati a una cultura di tipo orizzontale (ogni contenuto è immediatamente disponibile) basata più sulle associazioni, sui link, sui liberi collegamenti che sulla tradizionale trasmissione del sapere.
I nuovi media, infatti, conferiscono inevitabilmente a tutti i contenuti che diffondono un peculiare carattere di precarietà ed esteriorità; la loro convergenza assomiglia sempre più a un gioco che urta contro i canoni tradizionali dell’esperienza estetica o informativa. Il ritmo incalzante che ci impongono costringe la nostra mente ad adeguarsi, sempre precariamente e provvisoriamente (come nei giochi), a continue novità, a paesaggi sempre diversi.
Tratto dal Corriere della Sera

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