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Dall’immagine all’identità. Il Pd e la crisi del berlusconismo

19/10/2009

Traendo spunto dalle imminenti primarie del Pd, Mario Rodriguez esamina come è cambiato il mondo della comunicazione gli ultimi 15 anni. E come l’immagine non sia più sufficiente per essere ascoltati. Oggi occorre un’identità.

di Mario Rodriguez


Viviamo un punto di svolta non solo nella politica ma anche nel contesto sociale italiani, nel campo della cultura e, si parva licet, in quello della comunicazione.


Con il logoramento della leadership di Silvio Berlusconi si logorano anche alcuni concetti che ne hanno caratterizzato l’ascesa e l’affermazione. Uno di questi è il concetto di immagine, indissolubilmente legato all’espansione dell’influenza della tv nel campo mediatico. Di qui l’uso strategico degli spot e l’ossessione dello stare comunque in tv come elementi essenziali della costruzione dell’immagine. Nel 1994, per Forza Italia, la capacità di stare in tv divenne, perfino, strumento di selezione dei candidati al Parlamento.


La cultura dell’immagine ha ispirato (anche a sinistra) comportamenti basati sulla convinzione di poterla determinare, di poter apparire (essere) quello che si vuole. Componente essenziale di quella visione era la sottovalutazione (se non proprio la negazione) del ruolo del “ricevente”, chi guarda e ascolta, chi nella propria esperienza quotidiana filtra e rielabora i messaggi. Quindi delle culture e delle tradizioni politiche.


Con gli anni e con l’evolversi e l’esaurirsi della spinta del Berlusconi “rivoluzionario” anche il concetto di immagine si è logorato e viene sostituito dal concetto di identità. Se prima tutto era immagine oggi tutto è identità. A ben vedere immagine e identità hanno un legame: un’organizzazione, come una persona, ha un’immagine ben definita se si distingue e può essere facilmente identificata. Se i contorni sono definiti. Il problema è quindi quello di definire e comunicare consapevolmente ed efficacemente i propri tratti distintivi, i connotati qualificanti, della propria identità.


L’attenzione si sposta su come mi voglio fare identificare, come cerco di influire sulla formazione dell’immagine, sulla percezione delle persone che mi interessano perché influiscono sul raggiungimento degli obiettivi che perseguo.


Ci sono ambiguità e fraintendimenti ma non è uno spostamento di poco conto. L’attenzione va dall’“emittente” al “ricevente”, da chi crea a chi interagisce con i messaggi. La televisione rimane centrale come componente essenziale di quel sistema mediatico che sempre più appare il costruttore della realtà, attraverso il giornalismo e ancor più l’intrattenimento.


Ma è chiaro, comunque, che chi emette il messaggio non è onnipotente e chi lo riceve non è passivo, elabora, interagisce. C’è spazio per influire nella formazione delle percezioni, non tutto è tv e internet contribuisce a modificare il contesto Ritorna la politica, il radicamento, la parola, le conversazioni. La grande promessa fatta dalla nascita del Pd di dare voice and choice ai cittadini rispondeva a questa realtà. L’immagine sta alle emozioni come l’identità sta alle sensazioni, ai sentimenti. Le emozioni attivano i sentimenti ma passano in fretta mentre i sentimenti si stratificano formano il modo di valutare la realtà, costruiscono significati, danno senso alle cose.


Ma come farsi “identificare”? Bisogna avere la capacità di fare esempi, individuare credibili modalità di soluzione dei problemi, metafore esplicative, proposte che incarnino i valori e li rendano “misurabili” nella realtà quotidiana dell’esperienza, definite ad un livello di dettaglio tale da renderle credibili. Non basta quindi fare appello a grandi valori simbolicamente evocativi: uguaglianza, diritti, democrazia, giustizia per non parlare di orgoglio, forza, coraggio.


Non bastano i titoli delle canzoni né i viaggi a tappe simboliche. Sono necessarie affermazioni che possano diventare comportamenti verificabili: Berlusconi collega libertà e tasse e sono queste che fanno capire di che libertà sta parlando; la Lega mette insieme ronde e immigrazione per far capire come intende affrontare la globalizzazione.


I candidati leader, quelli che vogliono fare delle primarie un grande appuntamento di tutti gli elettori del Pd, nelle prossime due settimane e attraverso le poche opportunità che il sistema mediatico offrirà, devono puntare su pochissimi temi da declinare dettagliatamente in modo credibile, da portare avanti con ostinazione, spendendosi personalmente, assumendo rischi, esponendosi a critiche, senza cercare di apparire identici ad un passato immaginato o raccontato e, forse, neanche esistito. Anche perché il passato divide più del futuro. Identificandosi e facendosi identificare affrontando il presente e costruendo il futuro.


Tratto da www.europaquotidiano.it

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