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Ferpi e la politica del fare

21/06/2011

L'Assemblea dello scorso 17 giugno ha rappresentato la fine di un capitolo della storia della Federazione e l'inizio di una nuova pagina. _Toni Muzi Falconi_ analizza i punti essenziali dei discorsi di _Gianluca Comin_ e _Patrizia Rutigliano_ ripercorrendo gli ultimi quattro anni e mostrando alcune prospettive per il futuro.

di Toni Muzi Falconi
Vorrei analizzare e commentare le due relazioni centrali dell’Assemblea dei Soci Ferpi di venerdì scorso (N.d.R. 17 giugno 2011): quella del presidente uscente Comin e quella del presidente entrante Rutigliano.
Questo non solo perché sono belle e assai intriganti, ma perché segnalano, come afferma Patrizia, il passaggio e l’apertura di un ‘nuovo capitolo’.
Capirlo bene e fino in fondo credo sia il modo migliore per valutare quanto sia decisivo il contributo positivo e critico che ciascuno di noi potrà dare alla sua attuazione. Naturalmente, l’interpretazione è mia, soltanto mia.
Non ho proprio nulla di particolarmente rilevante da criticare dei quattro anni di presidenza Comin. Ha fatto un ottimo lavoro e se Ferpi oggi è più apprezzata, più conosciuta, più dinamica, più rappresentativa, più presente lo si deve al suo lavoro e alla sua abilità nel lasciare fare ai volontari quello che volevano fare, nei limiti della decenza e spesso assai di più. Ha saputo costruire un buon contenitore.
Quello che emerge da una attenta lettura della sua relazione è importante perché la dice lunga sulla inconsistenza di coloro che dicono o pensano che partecipare attivamente a Ferpi non serva a nulla. Provate a leggervi quello che Gianluca, peraltro da molti anni ottimo professionista e ottimo manager, scriveva quattro anni fa e confrontatelo con quello che ha detto venerdì scorso.
Il livello di riflessione e di qualità è assai diverso.
Certo, la società è cambiata e tutti (?) siamo cresciuti, ma non sfuggirà a nessuno come Ferpi sia stata, anche per Comin, una palestra, una università, un terreno di sviluppo della conoscenza che l’ha fatto molto maturare. Con questo voglio sottolineare l’autentico beneficio principale dell’attivarsi per l’associazione e che vale assai più della quota associativa: chi lo fa cresce e matura, è più soddisfatto di sé stesso, si guarda al mattino allo specchio con maggiore serenità. Preferireste piuttosto che Ferpi vi facesse avere più soldi e più lavoro? E’ comprensibile, ma se manca la consapevolezza di quel che si fa, è assai più dura.
Ho rilevato due soli elementi critici del suo intervento:

il primo è rappresentato dalla forte sottolineatura degli aspetti più propriamente tecnologici che hanno rigirato come un calzino la nostra pratica professionale. Non contesto il fenomeno, tutt’altro. Ma avrei preferito venisse meglio integrato nel contesto sociale, economico, culturale e professionale che si è andato delineando. Mi spiego: per molti neofiti (non solo giovani) fra il Big Bang e Internet non è successo nulla. Non dico che Gianluca abbia detto qualcosa di simile, ma una attenta lettura ci porta a intravvedere una fiducia per me eccessiva nel progresso tecnologico. Absit iniuria verbis, ma certamente Lele Mora e Gigi Bisignani (solo per citare i casi più recenti) hanno fatto di più per la percezione pubblica del nostro lavoro di quanto abbiano fatto le tecnologie tutte insieme…;
il secondo aspetto critico, sempre dal mio punto di vista, è la contraddizione che emerge quando da un lato Gianluca dice che la relazione a due vie, il dialogo è una realtà imprescindibile anche per il marketing e la comunicazione istituzionale e dall’altro – confermando che la comunicazione per gli italiani è interpretata o come informazione o come pubblicità – afferma che forse dovremmo superare questioni nominaliste e parlare di comunicazione…

Non entro nella questione filosofica che pure esiste ed è importante, ma mi limito a dire che dal punto di vista tecnico-operativo è assai più facile lavorare per incrementare quel terzo di italiani che sanno cosa sono le relazioni pubbliche, piuttosto che smontare la percezione della maggioranza che pensa che ‘comunicazione’ significhi o informazione o pubblicità.
E poi, come e perché rinunciare al ‘vantaggio competitivo’ che la nostra professione (e la nostra Federazione…) si chiama relazioni pubbliche oggi che la relazione è per tutti la finalità e la comunicazione soltanto uno strumento per raggiungerla?
E veniamo ora all’intervento di Patrizia.
La frase chiave per me è quando afferma: …e’ tempo di cominciare a fare, dopo tante parole dette… La prendo in parola volentieri e spero anche voi. Ci avviamo dunque verso un biennio del fare. Ci avviamo a riempire il bel contenitore.
Vorrei richiamare all’attenzione che una opzione così netta per la politica del fare sconta da noi il fatto che siamo una associazione di volontari; che nessun medico o contratto di lavoro ci obbliga a lavorare per Ferpi; e che, con l’eccezione della struttura centrale – cui sono certo verrà consentito di esercitare il suo legittimo ruolo manageriale e operativo fino in fondo – dobbiamo non solo credere in quello che ci viene richiesto di fare… ma soprattutto proporre noi stessi di fare cose coerenti con le linee guida che Patrizia ci ha così esplicitamente e chiaramente espresso. Quindi il suo è un ruolo soprattutto di leadership e di governance, non di management.
Vediamo ora insieme e cerchiamo di interpretare i tre filoni verticali delle priorità, intersecate costantemente dalle tre dimensioni orizzontali focalizzate sulla centralità del territorio, sulla comunicazione e sulla valorizzazione dei giovani.
Il primo dei tre filoni attiene alla rappresentatività di Ferpi; ed è strettamente collegato con il secondo che ha a che fare con la necessità di un sistema di regole che garantisca e disciplini le attività dei professionisti. Che, a sua volta, è strettamente correlato al terzo che insiste sul fatto che Ferpi sia sempre più responsabile del percorso di sviluppo delle competenze. Come vedete una strada stretta in cui tutto si tiene.
Dunque, Patrizia suggerisce che l’ampliamento della rappresentatività passi attraverso un accurato censimento delle associazioni vicine a noi (penso ad esempio agli investor relator, ai comunicatori pubblici, ai comunicatori interni, a quelli delle università, a quelli scientifici, alle associazioni libere che esistono a Roma e a Torino e forse altrove e così via) e a discussioni e negoziati di natura federativa con pieno rispetto delle autonomie statutarie di ciascuno. E’ quella che si chiama una Federazione (che potrebbe anche essere della comunicazione) in cui una associazione delle relazioni pubbliche trovi il suo ruolo centrale.
Non c’è dubbio alcuno che un percorso del genere non potrebbe non facilitare e accelerare quel ‘necessario processo verso un sistema di regole che disciplini le nostre attività’.
Sorvolo volentieri sull’uso per me improprio di quel garantisca, poiché di certo non è questo l’obiettivo da percorrere. Noi non dobbiamo né vogliamo pretendere dal Legislatore alcuna ‘garanzia’, ma solo la protezione dei nostri stakeholder e dell’interesse pubblico sul quale ormai produciamo tanto impatto e spesso opaco.
L’esercizio responsabile della nostra professione – ecco cosa dobbiamo chiarire e negoziare con il Legislatore nell’interesse pubblico e non nostro.
Soltanto così potremo sentirci meno colpevoli ogni volta che uno qualsiasi dei 120 mila relatori pubblici che operano in questo Paese combina un guaio sputtanando tutti gli altri che invece esercitano con senso di responsabilità.
Nessun ordine, nessun albo ma anche nessun torquemada, dunque: ma semplici regole condivise con una Federazione allargata di persone e professionisti per bene e lo Stato cui venga affidato il diritto di intervenire sulle trasgressioni con l’unico strumento oggi importante: la loro rendicontazione pubblica e continua. E honny soit qui mal y pense. Sotto questo aspetto l’esperienza tedesca ci aiuta molto.
Così come non c’è dubbio alcuno della piena coerenza di un progetto – comune e integrato con le altre associazioni di cui al primo punto – di formazione professionale orientata al mercato, di relazioni con le università e con i giovani che frequentano le università e le sempre numerose altre istituzioni educative, che sia capace di declinare con competenza e professionalità l’erogazione continua e multicanale di conoscenze storiche, teoriche e professionali per consentire a ciascuno di noi di sentirci meno a disagio rispetto alla società che cambia e alle aspettative che crescono: quelle dei nostri datori di lavoro, clienti e stakeholder e quelle della cittadinanza attiva.
Non credo che mai disegno operativo sia stato più chiaro di così.
Mi permetto di suggerire l’adozione di due strumenti importanti a Patrizia e a tutti i (fino a prova contraria…) validissimi componenti del consiglio nazionale, degli altri organi statutari e dei delegati regionali e portatori di deleghe specifiche:

una immediata definizione di pochi indicatori di valutazione del percorso man mano che si andrà sviluppando, da rendere pubblici e periodicamente discussi nelle loro dinamiche;
una puntuale rendicontazione delle attività non solo degli organi sociali ma anche di ciascun componente di questi.

Auguri a tutti. Non farò mancare il mio apporto costruttivo e critico. Invito caldamente tutti i soci a fare altrettanto.

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