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Ferpi: la visione, le scelte e alcune proposte

31/03/2011

La scelta del nuovo presidente e del nuovo consiglio direttivo si fa sempre più vicina e sempre più numerose sono le voci che si confrontano sul futuro della Federazione. Il contributo di _Sergio Vazzoler_ al dibattito.

di Sergio Vazzoler
Pochi (ma buoni) sono gli stimoli pubblicati sul sito negli ultimi giorni in merito al presente e all’immediato futuro di Ferpi: ne hanno parlato Patrizia Rutigliano, Toni Muzi Falconi e Fabio Bistoncini, oltre ai documenti a più mani.
Tra questi c’è anche il documento dei “quattro gatti” (così mi piace definire la nota pubblicata dal sottoscritto e da pochi altri amici: non me ne vogliano i coautori del documento…) su cui intendo tornare. Una doverosa premessa: in questo caso ovviamente parlo, anzi scrivo, a puro titolo personale, senza alcuna pretesa di rappresentare il pensiero di chi ha condiviso nelle scorse settimane alcune idee e proposte.
Partiamo proprio dal numero di firme in calce alla nostra nota (perché di questo si tratta e non di un documento vero e proprio): la spiegazione di tale “esiguità” sta proprio nel non ritrovarsi in certi schematismi accennati anche da Bistoncini (le candidature sussurrate, la creazione di un profilo rispetto ad un altro per scoraggiare di fatto chi non rientra in quel profilo, la richiesta di adesioni prima ancora di conoscere il candidato, etc.). I gatti, si sa, sono un po’ribelli, istintivi e poco inclini all’uniformità. Ed è per questo che anziché perdere tempo (perché tempo ce ne vuole) con telefonate preventive, tatticismi e – ripeto e confermo – “giochi” pre-elettorali, abbiamo preferito concentrarci su alcuni temi su cui riflettere prima di dedicarsi ai nomi e alle liste.
Punto numero 2: Bistoncini ci sollecita a dire “basta” all’importanza assegnata ai programmi. Accetto volentieri la critica (che in realtà condivido nella sostanza) ma ci tengo a spiegare come la nostra nota nasca soltanto da una condivisione di alcune difficoltà irrisolte e che hanno influenzato negativamente l’azione del nostro impegno in questi anni (chi sui territori, chi in CN, chi ricoprendo una delega). Intendiamoci: anche il sottoscritto si chiama in causa per non essere riuscito a trovare le ricette per sciogliere questi nodi, ormai è 10 anni che vivo dall’interno la vita associativa e quindi il tempo delle scuse è abbondantemente terminato. Ma colgo, comunque, l’invito di alcuni colleghi per provare a metter sul piatto alcune proposte operative, approfondendo la precedente nota:

Comunicazione interna: tutti quanti a parole si dicono favorevoli a rafforzarla, poi però l’impegno si affievolisce e in qualche caso svanisce, proprio perché manca un coordinamento che sopperisca alle assenze dei singoli. A chi affidare il compito di coordinamento operativo? A me pare che questo debba essere la funzione principale del direttore. Che deve riscoprire innanzitutto alcuni strumenti pratici in questi anni un po’troppo dimenticati: attaccarsi al telefono e chiamare, sollecitare, verificare le motivazioni delle “interruzioni” di comunicazione, aggiornare un bel database dell’avanzamento lavori e assegnare a ciascuna casella un colore del semaforo. E in caso di “rosso”, verificare il perché dello stallo e condividerlo con la Presidenza e gli organi associativi. Starà poi a loro decidere come risolvere gli stop (e qui mi ricollego a ciò che ha proposto anche Toni). Ma nell’arco dei 24 mesi il Direttore e il suo staff dovrebbero progressivamente svolgere anche un’azione di conoscenza approfondita dei singoli soci, per individuare e far emergere singolarità, sensibilità e competenze che potrebbero tornare utili alla causa e monitorare lo stato dell’arte della base associativa (che non si esaurisce certo con le statistiche sulla “mortalità” delle quote associative….). E qui il link con i responsabili delle delegazioni territoriali deve essere intenso, costante e strutturato.
La centralità dei territori: nella nota si parlava di rafforzare lo scambio e il coordinamento. Come farlo? Ad esempio portando a regime procedure di comunicazione/rendicontazione delle attività. Così come sul sito si possono leggere i resoconti degli eventi organizzati da ciascuna delegazione, a maggior ragione occorrerebbe estendere e rafforzare la cosa all’interno, indicando tutte le informazioni utili per l’organizzazione operativa dei singoli eventi: forze e persone attivate,tempi, budget, anagrafica e informazioni di contatto dei relatori, collaborazioni attivate, patrimonio di relazioni acquisite, problemi e strozzature emerse, etc. In tal modo sarebbe forse più facile evitare di disperdere l’esperienza acquisita e, al contrario, provare a replicarla in altri luoghi. Ciò porterebbe progressivamente a imparare una modalità di lavoro e magari a scoprire che nella propria squadra regionale ci vogliono persone con caratteristiche differenti e complementari (l’esperienza lombarda in questi 10 anni ci ha insegnato – anche sbattendo qualche facciata – quanto questo sia un fattore tanto strategico quanto sottovalutato).
Affrontare le istanze scomode: alcuni mesi fa una ricerca Assorel/ISPO ci diceva come in tempi di crisi per il 90% delle organizzazioni intervistate le attività di RP possono essere gestite internamente. Allora, senza ripetere ciò che abbiamo già scritto, provo a riprendere il concetto. Ci sono settori della comunicazione che soffrono più di altri e in Ferpi abbiamo molti soci che hanno il loro “core business” in queste attività e in molti casi svolgono l’attività da liberi professionisti. La proposta è banale: penso che accanto ai convegni e alle ricerche che dimostrano la centralità crescente delle RP e che mirano opportunamente a valorizzare il nostro ruolo, occorre programmare momenti d’incontro e riflessione sulle aree di maggiore sofferenza della nostra professione, tornando al significato originale di comunicazione per mettere in comune esperienze diverse e che spesso non riescono a trovare sufficiente rappresentanza. I tagli alla cultura, alla consulenza e alla formazione nella PA, l’impoverimento complessivo del ruolo consulenziale, per fare solo qualche esempio, non sono temi da mettere al centro della missione stessa dell’associazione nei prossimi mesi? Io resto fermamente convinto che anche da queste scelte “interne” possa passare il levarsi di dosso alcune etichette che dall’esterno continuano ad appiccicarci addosso.
Per ora mi fermo qui. Non di un programma abbiamo bisogno ma di alcune, precise risposte che si trasformino in strumenti operativi. Io ne ho individuati alcuni, tanti ne rimangono esclusi e parimenti importanti. La mia disponibilità a contribuire c’era e rimane intatta. Ma su un punto non posso che aderire all’appello di Bistoncini: per far parte di una squadra occorre capire prima di tutto la visione di chi intende guidare l’associazione nel prossimo biennio. E per quanto mi riguarda la scelta delle priorità da mettere in agenda e da finanziare per il prossimo biennio sono il fattore dirimente.

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