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Il futuro delle Rp? La specializzazione

28/03/2012

“In tempo di crisi, il mondo della comunicazione pubblica vive un rilancio. E anche una laurea considerata ‘debole’ assicura risultati occupazionali migliori.” E’ quanto emerge da un editoriale di _Avvenire_ nel quale _Fabio Ventoruzzo_ e _Beppe Facchetti_, si confrontano sul tema dell’evoluzione della professione.

di Giovanna Sciacchitano
«Mantenere solidi i rapporti con gli stakeholder, cioè gli interlocutori di un’azienda, in questo momento è cruciale – spiega Fabio Ventoruzzo, delegato all’attuazione del programma Ferpi, Federazione relazioni pubbliche italiana -.A questo si aggiunge l’allargamento dei confini professionali delle relazioni pubbliche, legato soprattutto alle nuove tecnologie».
È proprio in situazioni come queste, quindi, che appare evidente il molo delle Rp. «Investire sulla reputazione aziendale come fattore competitivo si rivela indispensabile – sottolinea Beppe Facchetti, presidente di Assorel, associazione italiana delle agenzie di relazioni pubbliche a servizio completo – sostenere il valore del marchio e dell’impresa diventa fondamentale e le prospettive di quest’anno lo confermano».Per diventare professionisti in questo campo le strade sono sostanzialmente due: la pratica o il percorso accademico. «È un’attività che fino agli anni Novanta si è appresa soprattutto sul campo, per formare quello che chiamo il “comunicatore di spada” – commenta Ventoruzzo -. Adesso è il momento delle università con il cosiddetto “comunicatore di toga”».
Oggi questo secondo tipo di preparazione è sempre più richiesto nel settore «Purtroppo in Italia ci si fida poco della formazione universitaria – osserva Facchetti -. La realtà dei fatti dimostra che una buona preparazione teorica associata a quella pratica è fondamentale. I dati sul tasso di occupazione sono del resto molto confortanti. Secondo le statistiche di Almalaurea del 2011, il 78% dei laureati in scienze della comunicazione ha trovato lavoro dopo un anno, contro il 51% dei laureati in giurisprudenza.
Nel caso specifico del corso di laurea magistrale in comunicazione pubblica e di impresa della facoltà di scienze politiche dell’università statale di Milano dopo quattro anni il 98% ha un occupazione. Questo smentisce il luogo comune secondo cui la comunicazione è qualcosa di superfluo o comunque di aggiuntivo rispetto alle “vere” facoltà che contano».
Nei primi anni non è stato immediato l’inserimento nel mercato del lavoro degli studenti che uscivano dall’università. «Anche grazie all’operato di Ferpi, che con Assorel ha svolto una sorta di endorsement per verificare la coerenza dei contenuti dei corsi, le cose sono cambiate – chiarisce Ventoruzzo -. Attualmente possiamo parlare di un dialogo osmotico fra università e mondo della professione». Il professionista delle Rp oggi dev’essere uno specialista. «Sta diventando un manager a tutti gli effetti – racconta Ventoruzzo -. Ci spostiamo sempre più da attività tecniche, cioè dal fare ciò che viene deciso da altri al contribuire alla definizione degli obiettivi. Diventano così importanti le competenze manageriali e gestionali. Si opera nelle aziende, ma anche nelle organizzazioni pubbliche e nel Terzo settore. Poi c’è tutto il mondo dei consultants, dei liberi professionisti e delle agenzie».
L’offerta delle relazioni pubbliche è ampia e diversificata. «Non serve più essere generalisti, è necessario individuare un settore in cui diventare esperti – afferma Facchetti -. Anche le relazioni con i media, che rappresentano quantitativamente la parte più importante delle Rp, richiedono una specialzzazione. Basti pensare al settore economico-finanziario, che risulta complesso, ma offre grandi possibilità, come pure a quello dei rapporti con i consumatori o le associazioni dei consumatori…».
L’ingresso nel mercato del lavoro avviene tramite il lavoro di rete «Non esistono ancora luoghi deputati allo scambio fra domanda e offerta di lavoro – dice Ventoruzzo -. Qualcosa si muove nell’area delle associazioni. Le università fanno molto e i tirocini obbligatori rappresentano un’opportunità importante In generale è consigliabile costruirsi una sorta di banca dati e capire chi fa ciò che interessa all’interno della comunità professionale».
Cerchiamo di individuare quali requisiti deve avere il professionista. «Prima di tutto una forte passione per tutto ciò che ha a che fare con la quotidianità e una cultura dell’informazione – prosegue Ventoruzzo -. L’attenzione agli stimoli che vengono dal mondo esterno diventa una dote indispensabile per chiunque voglia svolgere questo lavoro. Per quanto riguarda le competenze tecniche, l’inglese è imprescindibile. Come seconda lingua, il cinese sarebbe un ottimo “plus” per un giovane. Bisogna poi tenere presente che fare Rp è soprattutto una questione di metodo e che la cultura della comunicazione dovrebbe far parte del bagaglio di tutti, indipendentemente dal tipo di lavoro. Sono poi necessarie competenze manageriali e la capacità di raccogliere, analizzare e comprendere i dati, anche quelli sul web».
Per chi si accosta all’attività di Rp è essenziale capire se si è in possesso delle attitudini necessarie, prima fra tutte la capacità relazionale. «Occorre avere l’umiltà di partire dal basso, anche in una situazione di precarietà, perché dopo un po’ di tempo il rapporto di lavoro viene stabilizzato e le qualità emergono sempre», suggerisce Facchetti.
«Per la propria crescita professionale è importante stare in stretto contatto con le associazioni – conclude Ventoruzzo -. In questi contesti si respira la parte più consapevole della nostra professione. L’etica, la trasparenza e il rispetto degli altri sono tutelati dai codici deontologici e attraverso le associazioni ci si aggiorna e si comincia a costruire quel network importante per la crescita di un individuo».
Tratto da Avvenire

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