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Il segreto della nostra affidabilità si chiama autogoverno policentrico

08/07/2010

L’Italia non ha poteri forti: questo sottrae il nostro paese al rischio di cesarismo e all’invadenza di poteri occulti. Siamo un società poliarchica e non monarchica. Un’attenta analisi sociopolitica di _Giuseppe De Rita_.

di Giuseppe De Rita
Nella dialettica sociopolitica italiana si intrecciano da anni due convinzioni: quella che il potere stia in mano a chi verticalizza e personalizza il comando; e quella che il potere sia in mano a circuiti decisionali più o meno oscuri, per facilità denominati «poteri forti». Queste due convinzioni vengono abbondantemente ripetute e contrapposte, quasi come leggende metropolitane.
Convinzioni che vengono abbondantemente ripetute e contrapposte nell’idea o nella paura che la nostra società sia destinata o al cesarismo progressivo di cui parlava Gramsci, o all’invadenza altrettanto progressiva e occulta di potenze occulte; con relativi richiami alla vigilanza democratica, visto che né il cesarismo né i poteri forti seguono logiche di rappresentanza e partecipazione collettiva. Ma se ne parla tanto che alla fin fine si nota in filigrana una sostanziale carenza interpretativa della realtà; tutto resta così nella chiacchiera, mentre cresce la rassicurante convinzione collettiva, quasi una terza leggenda metropolitana, che qui non comanda nessuno, anzi vige una diffusa autonomia decisionale e più ancora comportamentale.
L’intreccio di queste tre convinzioni (siamo al cesarismo, comandano i poteri forti, qui non comanda nessuno) è probabilmente la causa della crescente povertà della nostra cultura di governo e della conseguente propensione qualunquistica che sta invadendo una società che finora è vissuta di forti tensioni sociali mai cedendo al disimpegno verso la partecipazione politica. Se continuiamo a rinfacciarcele, quelle tre convinzioni, rischiamo dibattiti sempre più indistinti e gridati e più ancora una crescente indifferenza verso di essi, con una crescente lontananza da obiettivi e progetti comuni.
Se vogliamo evitare una tale prospettiva occorre ritrovare l’umiltà di essere didascalici, per spiegare a noi stessi qual è la logica sistemica in cui la realtà italiana si muove. Dovremo anzitutto dare per finita quella logica organicistica per cui i diversi soggetti e poteri si collocano in una piramide gerarchica culminante in un cervello pensante, cui inviare messaggi e da cui ricevere risposte e ordini. È una logica dura a morire, visto che tutti siamo stati educati alla concezione sistemica propria dell’apologo di Menenio Agrippa; ma dobbiamo pur prendere atto che la società oggi è caratterizzata da un grande numero di soggetti e di poteri che hanno una propria autonomia, che non hanno bisogno di un potere gerarchicamente sovraordinato, che dialogano fra loro senza passare per il cervello centrale, che fanno policentrismo e «architettura distribuita» dei poteri. Come dimostra l’evoluzione strutturale dei sistemi informatici dopo la morte dei grandi «calcolatori centrali», siamo una società poliarchica e non monarchica.
Questa didascalica verità dovrebbe convincere tutti che i pericoli di cesarismo non esistono, visto che chiunque volesse fare il faraone si troverebbe senza piramide; o peggio ancora dovrebbe sostenere l’insulsa e immane fatica di governare un arcipelago (di soggetti e poteri) usando una inerte piramide. Dobbiamo allora con sereno realismo prendere atto che nell’arcipelago sociale vincono i rapporti e i grumi di potere di tipo orizzontale, alimentati da un unico strumento: la cultura e la capacità di «relazione». In un sistema policentrico e a tanti soggetti si formano quindi dei poteri intermedi ma parziali, perché nessuno di essi può coprire l’insieme del sistema: né il circuito dei poteri finanziari né quello dei grandi commis di Stato, né quello degli affari a cavallo fra istituzioni, né quello dei gestori della comunicazione di massa, né quello dei tiberini «circoli» del generone romano, né quelli via via più minuti (le piccole caste politiche, le riservate appartenenze associative e le tante corporazioni di settore).
Il sistema poliarchico genera quindi tanti poteri segmentati, senza spazio per l’aspirazione a un vertice che pensa e decide per tutti e su tutto. Ma questo non deve indurre alla sensazione che non comanda nessuno, – perché una società poliarchica ha una sua silenziosa capacità di autogoverno, con innumerevoli relazioni orizzontali (cooperative e/o conflittuali) fra le tante sedi di decisione e fra gli ancor più tanti soggetti che a tali sedi fanno riferimento. Per questa spontanea e progressiva capacità di autogoverno policentrico il nostro sistema sociopolitico può tranquillamente nel lungo periodo esser considerato affidabile, anche se non tutti ne abbiamo lo stesso livello di consapevolezza, sbaglierebbe comunque chi restasse nella nostalgia di Menenio Agrippa e del decisionismo di vertice nel tempo breve. Resterebbe fuori logica e anche fuori tempo.
Tratto da Il Corriere della Sera

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