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Il silenzio non è d’oro

22/03/2011

Di fronte alla malattia di un bambino per lui e per la sua famiglia inizia un percorso difficile e doloroso in cui il medico ed il personale ospedaliero rivestono un ruolo delicato: quello di costruttori di relazioni. Un libro che affronta sia le questioni etiche legate alla professione medica che le sue implicazioni relazionali e comunicative. Il commento del vicepresidente Ferpi, _Giampietro Vecchiato._

di Giampietro Vecchiato
In medicina, ma la riflessione è valida per tutti i campi del sapere, quando si deve affrontare la trattazione di un nuovo tema si usa il seguente approccio: prima si mette a fuoco il contenuto oggetto della trattazione e, solo successivamente, si affrontano le implicazioni etico – morali e comunicative. Si tratta di un approccio inadeguato, inconcludente e, alla fine, anche poco efficace. Perché obbliga le persone (siano esse studenti alle prime armi, medici affermati, esperti ricercatori) a rincorrere, ad appiccicare una questione che non fa “intimamente” parte del processo, dello strumento, dell’azione professionale.
Non si vuole affermare che ogni azione debba sempre e comunque partire dall’etica, dalla morale o dalla comunicazione. Sicuramente il rischio che si corre nella prima ipotesi è quella di considerare l’etica del tutto superflua, una modalità per mettersi la coscienza a posto, un approccio più d’immagine che legato all’azione concreta e alla reputazione della professione. La riflessione etica e la valutazione delle implicazioni relazionali e comunicative degli strumenti e dei processi, non va considerata opzionale ma intrinseca alla professione e alla qualità del servizio, soprattutto se si dichiara di voler porre al centro del proprio agire la persona (il cliente) e non un numero, un oggetto, una prassi. La relazione con il paziente-utente-cliente costituisce infatti un elemento centrale dell’atto professionale perché, da una parte, risponde alla tradizionale asimmetria informativa esistente tra la persona ed il medico; dall’altra, l’etica e la comunicazione permettono di costruire e di salvaguardare la fiducia, elemento che caratterizza e condiziona la relazione medico-paziente. Aver fiducia è l’unico modo a disposizione del paziente malato per affidarsi con sicurezza e tranquillità al medico.
Perché la relazione sia efficace, afferma Antonio Da Re dell’Università di Padova, è indispensabile che essa verta su ciò che è essenziale, ovvero l’unicità della persona e il medico creda davvero nella logica della cura e nell’arricchimento delle relazioni. Questo approccio è ben presentato e sintetizzato nella recente pubblicazione curata da Paola Drigo, Giovanna Verlato, Anna Ferrante e Lino Chiandetti (Piccin, 2011), dal titolo: Il silenzio non è d’oro. L’etica della comunicazione al bambino malato . Il libro è suddiviso in due parti. Nella prima viene inquadrato l’argomento nelle sue diverse implicazioni che spaziano dagli aspetti medico-legali a quelli psicologici; dalla cura ospedaliera al rapporto con la famiglia; dalla comunicazione con i genitori all’approccio interculturale. Nella seconda parte sono invece affrontati, con grande competenza e umanità, gli aspetti etici in alcune patologie specifiche in un’ottica di valorizzazione delle esperienze e delle competenze di tutti gli attori (medici, infermieri, psicologi, pazienti e loro famiglie) coinvolti nella dinamica relazionale e comunicativa con il bambino malato. Tra i diversi temi – sono 17 le “patologie” trattate – vengono affrontate la comunicazione al bambino con spina bifida, con l’epilessia, con la sindrome di Down (“uccellino sbagliato”), con cardiopatia congenita, con ustioni gravi, ecc. e si conclude con la comunicazione al bambino in fase terminale.
Se comunicare significa “mettere in comune”, “scambiare”, la funzione di comunicazione comprende sia il “saper ascoltare” che il “saper parlare” e non solo la funzione di invio dei messaggi. Per questo motivo il titolo della pubblicazione è intrigante e significativo. Perché dà il giusto risalto al linguaggio verbale (il silenzio non è d’oro) e sottolinea come il parlare sia importante per la qualità della vita di un bambino malato e della sua famiglia. Il progetto di cura infatti inizia proprio con l’informazione alla famiglia e le informazioni sulla malattia. L’etica è necessaria perché deve tutelare ma anche responsabilizzare il “chi comunica” e chi ha il compito di prendersi cura del bambino malato. Un libro raro e prezioso per chi vuole approfondire i dilemmi etici legati alla professione medica e le sue implicazioni relazionali e comunicative: dal “cosa” dire, al “quando” dirlo e, soprattutto, al “come” dirlo.

Il silenzio non è d’oro
L’etica della comunicazione al bambino malato
P. Drigo, G. Verlato, A. Ferrante, L. Chiandetti*
Piccinin, 2011

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