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Lealtà professionale e qualità della comunicazione

11/05/2010

La lealtà è uno dei basilari principi etici per un professionista di RP. Ma l’eventuale non condivisione delle posizioni dell’azienda per cui si opera può influire sull’efficienza e sull’efficacia del lavoro di un comunicatore? Alcune riflessioni di _Francesca Albanese_.

di Francesca Albanese
E’ corretto dire che un relatore pubblico, un po’ come gli avvocati, deve mettere la sua professionalità a disposizione di qualsiasi cliente o datore di lavoro in modo neutrale, quali che siano le sue idee rispetto alle posizioni dell’organizzazione di cui rappresenta gli interessi? “Assunto un incarico, il professionista di relazioni pubbliche tutela gli interessi del cliente o datore di lavoro, anche con sacrificio del proprio ove vi sia conflitto di interessi”.
Questa affermazione contenuta nel Documento Costitutivo della Ferpi del 1970 sembra non lasciare dubbi sul comportamento da adottare nel caso in cui un comunicatore si trovi a dover difendere posizioni lontane dalle proprie idee. Ma la questione non è poi così semplice. Sia che la si affronti dal punto di vista dell’etica professionale sia che la si consideri nell’ottica della qualità del lavoro svolto, le risposte non sono affatto scontate.
Partendo dalle considerazioni etiche, Patricia Parsons (in L’etica nelle relazioni pubbliche, Ed. Il Sole24 Ore, 2005) ci ha ben spiegato come i livelli di lealtà richiesti ai relatori pubblici siano diversi ma di uguale importanza: la lealtà verso il proprio datore di lavoro o cliente, la lealtà verso la società, la lealtà verso le relazioni pubbliche come categoria professionale, la lealtà verso se stessi. “Gestire questi doveri come fa un giocoliere richiede molta attenzione e destrezza (…) e raggiungere un equilibrio è un affare molto delicato”, ci ricorda la Parsons. Può accadere, infatti, che si creino dei conflitti di interessi tra questi diversi livelli di lealtà.
Le associazioni dei professionisti, compresa la Ferpi, hanno elaborato codici di comportamento che forniscono al comunicatore importanti linee guida nella sua azione professionale nella direzione dell’onestà, della lealtà e dell’integrità personale e professionale. Così, magari, potrebbe bastare rispettare l’art. 8 del Codice di Comportamento della Ferpi (“Gli iscritti alla FERPI non possono assumere incarichi o svolgere attività che comportino conflitto di interessi senza il consenso esplicito del committente o del datore di lavoro interessati”) e la clausola 8 del Settore III del Codice di Lisbona (“Il professionista PR il cui interesse può contrastare quello del suo cliente o del suo datore di lavoro deve riferirlo con la massima tempestività”) per risolvere il dilemma dal punto di vista personale.
Ma per quanto i codici siano utili, spesso le specifiche situazioni sono più complesse da valutare. Ad esempio cosa fare se, ad un certo punto, si reputa che le posizioni del nostro committente non si muovono più verso il miglior interesse pubblico? Tra i principi della Global Alliance che definiscono un buon professionista c’è anche la “consapevolezza delle proprie responsabilità verso un corpo sociale più ampio di quello dei propri clienti o datori di lavoro”.
E allora? O si riesce a spostare le scelte del proprio committente verso quello che si reputa essere il miglior interesse pubblico, oppure secondo l’etica professionale si abbandona la causa. Semplice? No, di certo. Qui entra in ballo anche il concetto di qualità del lavoro di un comunicatore. Basti pensare ad uno dei contributi che, secondo la bozza degli Accordi di Stoccolma, il relatore pubblico dovrebbe fornire alla governance di un’organizzazione: “il professionista di relazioni pubbliche contribuisce alla definizione dei valori, delle strategie, delle politiche e dei processi”.
La qualità del lavoro di un relatore pubblico, allora, deve prevedere la capacità di determinare quei valori che egli ritiene di maggior interesse pubblico? Inoltre, evitando qui di ipotizzare dei rischi schizofrenici per un professionista che passa la maggior parte della sua giornata ad elaborare ed esprimere opinioni che non approva, si può ritenere che il non condividere la visione e i valori del proprio committente influisca significativamente sull’efficienza e sull’efficacia del lavoro di un comunicatore?

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