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Milano 2035, l'acqua è finita. The Source racconta i cambiamenti climatici

22/07/2021

Redazione

2035, in Italia non piove più: 127 giorni senza una goccia di pioggia, la temperatura media di 42 gradi, e d’improvviso niente più acqua dai rubinetti di casa. Benvenuti nella Milano di The Source, il podcast di climate fiction di Gruppo CAP che racconta gli effetti e le conseguenze dei cambiamenti climatici in un Paese che ha ignorato gli allarmi degli scienziati, ritrovandosi all’improvviso vittima della prima crisi idrica della storia. Ne abbiamo parlato con Matteo Colle, Direttore Relazioni esterne e CSR di Gruppo CAP.

 

Un’audio fiction ambientata in un futuro distopico. Come nasce l’idea di The Source?

The Source nasce dalla volontà di Gruppo CAP di creare una cultura, soprattutto tra i più giovani, che abbia tra i valori di riferimento il rispetto per l’ambiente e per la risorsa idrica. Essere Sensibili è uno dei cardini del nostro Piano di Sostenibilità, che ci vede impegnati nei prossimi anni nel raggiungere obiettivi ambiziosi non solo spingendo sul piano dell’innovazione e delle tecnologie delle nostre reti e infrastrutture, ma nello sviluppo di un percorso di sensibilizzazione rispetto al valore dell’acqua del rubinetto, dell’economia circolare delle risorse ambientali e dell’ambiente che non possiamo più permetterci di trascurare. 

The Source è un podcast in 6 puntate di genere “climate fiction”, pensato per raggiungere un pubblico quanto più vasto e vario possibile per sensibilizzarlo sui temi del cambiamento climatico e, in particolare, sugli effetti che questo ha sull’acqua. La storia è ambientata a Milano, nel 2035, in un tempo non così distante da noi, quindi realisticamente molto verosimile, nel bel mezzo della più clamorosa siccità mai sperimentata. Un racconto sì distopico, ma non così surreale. La mancanza di acqua è una realtà, che tocca già oggi molte città, soprattutto nelle regioni più calde del mondo. Possiamo citare il caso di Città del Capo in Sudafrica: nel 2018 la città si stava pericolosamente avvicinando al giorno O, dove realmente avrebbero chiuso i rubinetti. 

C’è un altro punto importante. Nell’anno del lockdown gli italiani si sono appassionati ai podcast. Secondo gli ultimi dati nel 2020, in Italia e nel mondo ci sono quasi 14 milioni di ascoltatori, un dato in costante aumento. Contemporaneamente, i temi ambientali e in particolar modo le conseguenze dei cambiamenti climatici sono al centro delle opere di autori come Ian McEwan, Margaret Atwood e Jonathan Franzen. Ecco che uno strumento ancora nuovo come il podcast, associato al climate fiction (cli-fi), diventa un’opportunità per catturare l’attenzione del pubblico, invitando con il sorriso e l’ironia a riflettere.

Oggi quattro miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive in aree caratterizzate da grave scarsità di acqua per almeno un mese all’anno. Cosa possiamo fare per invertire questa rotta?

Gli effetti del cambiamento climatico sono davanti ai nostri occhi: basti pensare ai disastri ambientali che hanno colpito l’Europa occidentale, la Cina o agli incendi negli Stati Uniti. A New York in questi giorni il cielo è grigio per via degli incendi divampati a centinaia di chilometri di distanza. Siccità e fenomeni atmosferici sono facce della stessa medaglia e sono l’effetto del progressivo aumento della temperatura terrestre. Il fenomeno è globale e ci tocca tutti indistintamente. 

Servono senza dubbio politiche e accordi a livello globale, concrete e lungimiranti. Il Green Deal europeo che indica la necessità di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 è solo un punto di partenza. Da qui la comunità internazionale deve spingere l’acceleratore sull’attuazione di politiche ambientali ed energetiche che realmente portino a ridurre le emissioni, a contrastare il cambiamento climatico e a e traghettare le economie dei singoli Paesi nella transizione green. Temi che peraltro sono al centro dell’agenda del G20, Clima ed Energia, che si sta svolgendo proprio in questi giorni. Per quello che riguarda il nostro Paese, il sistema idrico italiano è uno degli ambiti più delicati per la gestione del territorio del Paese. Un problema profondamente connesso al processo di cementificazione e di edificazione, che ha modificato radicalmente la morfologia naturale del suolo, minandone pesantemente la permeabilità, la duttilità e la sicurezza. Secondo gli ultimi dati ISPRA, tra il 2006 e il 2020 nell’Area Metropolitana di Milano sono stati consumati ben 2.153,2 ettari di territorio. Ai fenomeni naturali, inoltre si associano alcune criticità infrastrutturali, dovute in prevalenza alla vetustà delle reti e degli impianti: le perdite di rete sono superiori in media al 42%, mentre il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani); il 25% di queste supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi centri urbani). Il 73% delle procedure d’infrazione si concentra nel Mezzogiorno, dove in larga parte il servizio è gestito direttamente dai Comuni. A causa della sua particolare collocazione geografica, l’Italia è molto esposta agli effetti dei fenomeni climatici estremi. Di conseguenza, è necessario investire in infrastrutture che favoriscano l’adattamento delle città al clima che cambia. I 15 miliardi di euro di fondi previsti dal PNRR rappresentano una buona opportunità per risanare le nostre infrastrutture e garantire più sicurezza rendendo il nostro fragile territorio più resiliente e meno esposto ai rischi idrogeologici. Parallelamente serve un cambio di mentalità, un nuovo umanesimo ambientale che metta l’ambiente al centro delle logiche legate alla nostra salute. 

In un mondo sempre più consapevole che “la nostra casa è in fiamme” quale ruolo può avere la comunicazione per spingere le persone ad agire concretamente per proteggere il nostro futuro e quello del nostro pianeta?

La comunicazione ha un ruolo essenziale. Dopo quello che stiamo vedendo in Germania e quello che, siamo abituati a vedere in Italia, parlare di utilità pubblica della comunicazione ambientale mi pare fondamentale. Costruire un orizzonte di senso comune, un'ecologia della comunicazione ambientale, in cui trovi spazio il dibattito e la comprensione dei fenomeni, il dialogo e la decisione sulle infrastrutture essenziali per il territorio, è una questione di etica pubblica.  Al tempo stesso, siamo consapevoli che il lavoro che fa un’azienda come Gruppo CAP, le cui infrastrutture si trovano per la maggior parte sottoterra, in gran parte non venga percepito dai cittadini. Dunque, lavoriamo anche molto per raccontare la difficoltà della gestione del servizio e la complessità del ciclo idrico attraverso strumenti di divulgazione a passo con in tempi (come appunto il podcast The Source), per fare un percorso con cittadini, istituzioni e sensibilizzare anche all’importanza degli investimenti. Un‘industria pubblica, che gestisce servizi di pubblica utilità, ha una grande responsabilità nei confronti della società e del territorio in cui opera. Una utility che si occupa di un servizio essenziale come la gestione dell‘acqua deve rendere parte attiva gli stakeholder con l’obiettivo di integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali. Quando parliamo di sostenibilità e di responsabilità delle aziende, non parliamo solo di generico rispetto per le condizioni dell’ambiente e delle relazioni sociali ed economiche in cui l’azienda opera. Al contrario, lo sviluppo di una riflessione strategica sulla sostenibilità mette in gioco le condizioni stesse di possibilità del business industriale e della sua profittabilità. Da qui deve partire la comunicazione ambientale che è il ponte necessario per generare valore per il territorio e la comunità, in cui la sostenibilità rappresenta la chiave stessa del fare industria. Temi importanti che abbiamo depositato e sviluppato in modo organico nel position Paper Libro Bianco sulla comunicazione ambientale (pubblicato da Pacini Editore, collana New Fabric).

 

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