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Paradigma biomediatico e intelligenza collettiva

18/11/2021

Diana Daneluz

In questo corto circuito la possibile evoluzione positiva della società. A sostenerlo il Direttore Generale del Censis, Massimiliano Valerii, ospite dell'incontro, organizzato lo scorso 4 novembre, dalla Delegazione FERPI Lazio.

FERPI ha la fortuna di avere tra i suoi Soci Onorari un interprete privilegiato, quale Direttore Generale di un osservatorio come il Censis, dei fenomeni del sociale, Massimiliano Valerii. FERPI Lazio e il suo Delegato, Giuseppe de Lucia, lo hanno quindi invitato, lo scorso 4 novembre, per un confronto con i soci della Federazione - moderato dal consigliere Mauro Covino con l’assistenza tecnica del socio Antonio Cappella - sui cambiamenti in corso nel mondo della Comunicazione e dell’Informazione, a partire dagli esiti del Diciassettesimo Rapporto sulla Comunicazione “I media dopo la pandemia”, realizzato in collaborazione con intesa San Paolo, Mediaset, Rai, TV2000 e Wind3. La domanda principale che si è posto il Censis nell’indagine è questa: la pandemia ha costituito un imprevisto quanto potentissimo acceleratore del paradigma digitale, portandoci con ogni probabilità all’alba di una nuova transizione digitale. Ma cosa resterà dopo lo stato d’eccezione? Quali trend diverranno strutturali e quali invece sono destinati a svanire?

I numeri, come sempre, ci parlano. E quelli che Valerii ha commentato per noi raccontano innanzitutto di un esito certo della pandemia: il virus ha fermato i consumi delle famiglie (-13%), ma non i consumi digitali. Anzi: nel lungo periodo, dal 2007 al 2020, la spesa per l’acquisto di smartphone si è più che quintuplicata, quella per i servizi di telefonia è scesa del -21,1% per via della guerra dei prezzi e degli abbassamenti delle tariffe, mentre un vero e proprio crollo ha subito la vendita di libri e giornali (-45,9%).

Quattro quindi le tappe individuate dal Rapporto della grande trasformazione dalla disintermediazione digitale all’era biomediatica: la moltiplicazione e personalizzazione dei media con la desincronizzazione dei palinsesti collettivi; la connotazione anticiclica dei consumi mediatici nell’economia della disintermediazione digitale; l’ingresso nell’era biomediatica, “i media sono io”, dove, diventato produttore di contenuti ogni utente digitale entra nel circuito della comunicazione seminando tracce della propria bio; l’accelerazione del paradigma biomediatico.

Nella fotografia dell’evoluzione delle diete mediatiche degli italiani nel 2021 scattata dal Rapporto, sicuramente durante la pandemia i media hanno soddisfatto l’esigenza di socializzazione, con la tv tradizionalista e generalista che ha visto confermati i propri spettatori tradizionali, mentre si registrava un vero e proprio boom della web tv (41,9%) e della mobile tv (33,4%), le tv cioè che sfruttano i vettori digitali (42% delle utenze attivate, nel 2007 erano il 10%). La radio si conferma all’avanguardia nel processo di ibridazione dei sistemi dei media mentre per la carta stampata si accentua la crisi storica con il crollo delle vendite in edicola, mentre l’aumento delle utenze per la fruizione delle news da web (sui quotidiani online si informano il 28,3% degli italiani, sui portali di informazione il 53,8%) non compensa la caduta della lettura dei quotidiani. I libri regalano una sorpresa: la novità dell’inversione di tendenza, dove i lettori dei libri, in caduta libera da 15 anni, registrano un dato in salita tra il 2019 e il 2021 sia per quanto riguarda il libro cartaceo che l’e-book, anche se il 45,3% dei cittadini più istruiti non legge. Una fotografia che parla anche, però di una dieta mediatica degli italiani squilibrata e negativa, soprattutto per i più giovani, perché non prevede una fruizione equilibrata, appunto, dei diversi mezzi, quella che potrebbe garantire loro sicuramente l’attivazione di maggiori facoltà cognitive ed emotive. In sintesi, nel borsino dei media, a vincere sono tutti gli strumenti digitali, registrandosi il primato dei dispositivi della disintermediazione digitale – Internet e smartphone – nello spezzare l’assedio durante l’emergenza sanitaria.

Nel bilancio dei cambiamenti prodotti negli ultimi 12 mesi dalle tecnologie digitali, ci sono cambiamenti positivi e peggiorativi. La rete ha soddisfatto le esigenze mediatiche degli italiani di informarsi, intrattenersi, comunicare. E sicuramente nel bello di Internet va annoverata la semplificazione negli acquisti, nel reperimento di informazioni, nella gestione servizi, in percentuale minore anche nel lavoro. Ma il suo uso diffuso ha avuto riverberi negativi nel segno di un peggioramento, in percentuali crescenti, sulle relazioni con gli altri, sul rapporto con la Pubblica Amministrazione, sullo studio, sulle relazioni sentimentali, sul senso civico e di partecipazione dei cittadini.

E ha comunque evidenziato ineguaglianze ed esclusioni. L’alba di una nuova transizione digitale si è colorata andando ad illuminare un’Italia a due velocità, con l’evidenziare i divari sociali e territoriali. L’attivazione dell’identità digitale Spid ha visto meno della metà degli italiani che hanno portato a termine l’operazione (48,7%) contro la percentuale di chi non l’ha attivata del 51,3%, con le percentuali più basse al Sud (40,2%) e tra gli anziani (32,1%). Si va verso una seconda transizione digitale sì, ma ci si deve andare all’interno di un progetto di società inclusiva. La società tutta deve muoversi dentro questo nuovo ambiente biomediatico che implica un grande cambiamento di modello, di paradigma: da un sistema di comunicazione più povero, unidirezionale, top down ad un sistema in cui ovunque gli utenti lasciano tracce del proprio io, sotto forma di immagini, opinioni, video, voce. La biografia del singolo utente è oggetto di una trascrizione quotidiana sul web e diventa essa stessa oggetto della comunicazione.

Sulle asimmetrie di potere per la reintermediazione delle grandi piattaforme tecnologiche e delle poche aziende che le governano, Valerii ammette che ci troviamo ancora in una fase di immaturità da questo punto di vista. Una fase immatura in cui si sono formati, si formano, indubbiamente grandi oligopoli, ma che poi sarà certamente seguita da una fase più matura, regolatoria, e dall’intervento, regolatorio su un piano più alto, dell’Intelligenza collettiva, nella quale il Direttore del Censis mostra grande fiducia ed ottimismo.

Tra le questioni che sono state poste a Valerii dai soci intervenuti, il nodo delle fake news e della disinformazione che ne deriva. Valerii si è detto convinto che essa vada ad intercettare, in molti casi, qualcosa che si muove già nei cuori delle persone e nel cuore della società. E riguardo alle misure di contrasto alla pandemia in particolare, non è che sia mancato il ruolo della informazione professionale, risultando tuttavia piuttosto difficile decidere chi debba essere a stabilire qual è l’informazione corretta, ufficiale. Inoltre, sul merito notizie “scientifiche”, va anche detto che la conoscenza scientifica, le scoperte, avanzano per scatti. Quindi quello che sembra vero oggi potrebbe non esserlo più già da domani. Lo scrive da ultimo Paolo Giordano sul Corriere della Sera: “Ogni scelta di contrasto alla pandemia non poteva che essere una mediazione… e in quelle verità parziali è il senso stesso della scienza. Ciò con cui ci confrontiamo da un anno e mezzo non è una verità che esiste intera a priori, ma una verità che potremmo definire «incrementale», acquisita mese per mese. L’incertezza che la accompagna viene sfruttata facilmente come argomento dai detrattori dei vaccini e da quelli del green pass, con la conclusione sommaria: «Vedete? Non lo sanno neanche loro. Mancano le basi scientifiche». Ma ciò che distingue un atteggiamento scientifico da uno antiscientifico è proprio il rapporto che si intrattiene con il non-sapere. O meglio, con il non-sapere-ancora. Che nel primo caso è aperto e onesto, nel secondo è binario e opportunistico”. E Valerii anche qui sembra confidare nella su citata Intelligenza collettiva.

La transizione al paradigma biomediatico prevede degli assestamenti. Su come e chi possa accompagnare i cittadini in tale transizione – una delle altre domane che gli sono state indirizzate dai soci presenti – Valerii appunta lo sguardo soprattutto sugli operatori del mercato. La domanda-offerta del mercato è alla base delle grandi trasformazioni di massa e ci sono già segnali di come gli operatori del mercato vadano a muoversi e sempre più si muoveranno nella direzione dell’inclusione, della solidarietà e responsabilità sociale, nella direzione cioè di una impresa per l’uomo e non viceversa. Auguriamocelo.

 

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