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Rutigliano: il bilancio come narrazione

03/12/2013

“Per essere credibili occorre una sostanza coerente con la forma”, lo ha affermato il Presidente Ferpi, _Patrizia Rutigliano,_ lo scorso 2 dicembre a Milano, durante la cerimonia di premiazione dell’Oscar di Bilancio.

di Patrizia Rutigliano
L’Oscar di Bilancio rappresenta da anni uno dei fattori di maggior reputazione dei professionisti del settore e riesce – unica iniziativa del mercato finanziario italiano – a riunire trasversalmente associazioni, istituzioni, operatori, aziende pubbliche e private attorno a un dibattito che riteniamo costruttivo per la società economica e civile del nostro Paese.
Ma è lecito domandarsi anche a cosa servano i premi oggi. Oltre a vincere, e questo è valido sempre, servono se creano attenzione su temi rilevanti. E sono molti quelli su cui questo premio può far convergere l’attenzione; l’Oscar non è solo la valutazione di uno strumento di rendicontazione, ma l’occasione per osservare il comportamento complessivo delle aziende italiane nel contesto della comunità economica e sociale e nel confronto con le prassi europee.
Nel tempo, e con un’accelerazione più marcata negli ultimi 20 anni, il bilancio si è evoluto come strumento di comunicazione del complesso di tutti i valori di cui un’azienda è portatriceverso ogni categoria di stakeholder – non solo quindi i valori strettamente contabili – ed è diventato la “porta a vetri” attraverso la quale osservare il funzionamento dell’impresa, la sua solidità e la sua attenzione verso i valori sociali e ambientali.
Il bilancio costituisce la rappresentazione, quasi “a viva voce”, dei fatti e delle vicende che hanno intessuto la vita dell’azienda nell’ultimo anno. Ed è quindi al bilancio e ai suoi contenuti che guarda, prima di ogni altra cosa, il soggetto che valuta se e quante delle proprie risorse investire in un’impresa e per stabilire in quanto tempo può aspettarsi un positivo ritorno dai mezzi impiegati.
Consentitemi allora una divagazione, un parallelo – se volete forzato, ma suggestivo – con quanto accade a livello statale. Un potenziale investitore – fondo sovrano o privato che sia – intenzionato a finanziare imprese italiane o a produrre nel nostro Paese non sarebbe probabilmente incentivato dalla lettura del bilancio dello Stato, a partire dalla sua complessità e dal tortuoso percorso delle leggi che, anno dopo anno, ne delineano i contenuti. Anzi, l’incentivo appare evidentemente scarso, almeno stando alla posizione dell’Italia nella classifica dei Paesi capaci di attrarre investimenti esteri.
Il nostro Presidente del Consiglio ha di recente osservato che all’Italia non mancano forse i contenuti per scalare posizioni in questa particolare classifica, ma piuttosto la capacità di “narrazione” positiva – intesa come capacità di raccontare in modo vivido e coinvolgente la propria storia, la propria cultura e soprattutto il proprio presente.
E a leggere l’incipit e il concatenarsi delle misure snocciolate nel “Destinazione Italia”, si coglie subito lo sforzo del Governo di innovare proprio nel modo in cui l’Italia intende porgersi al mondo degli investitori esteri.
Non sta a me e non è questa la sede per analizzare se poi le misure indicate siano quelle giuste per invertire la tendenza; quello che voglio osservare è che, come nel bilancio delle imprese la descrizione delle poste deve trovare corrispondenza nei numeri, così la “narrazione” del sistema Italia deve rimanere coerente con i fatti.
Non basta – ad esempio – proporre l’innovazione dell’istituto della conferenza di servizi se non si affronta alla radice il problema della ripartizione delle competenze tra il numero troppo alto di amministrazioni coinvolte nei processi autorizzativi. E non è semplificazione vera affidare cento pratiche a un unico sportello o chiedere che le cento pratiche vengano tutte espletate in pochi giorni – per poi diventare ostaggio di equilibri politico-amministrativi di difficile modifica – bensì ridurre il numero delle pratiche da cento a venti, e magari a dieci.
Allo stesso modo, il pacchetto specificamente dedicato alla promozione del sistema Italia all’estero – il road-show di presentazione nelle capitali economiche; la creazione di un ufficio ad hoc nei centri economici mondiali; la preparazione di proposte “su misura” e di “pacchetti” di investimento per l’investitore straniero, etc. – rischierebbe di non essere efficace se non riflettesse una revisione della macchina amministrativa dello Stato basata su poche regole e controlli severi, più che su autorizzazioni lunghe e parcellizzate e prescrizioni di difficile controllo.
L’insegnamento che viene dal mondo dell’impresa è dunque che per essere credibili occorre una sostanza coerente con la forma, come ci sforziamo di evidenziare anche noi attraverso questo premio e l’attenzione che la nostra Giuria pone nella valutazione della completezza e della coerenza delle informazioni, non solo con i principi contabili, ma con la più corretta e ampia rappresentazione possibile, nel bilancio, della complessità di un’azienda.
Per questo, da alcuni anni è in corso un dibattito, o per meglio dire un confronto, fra le varie funzioni aziendali, su quale possa essere il modello di rendicontazione migliore, ai fini degli iter di certificazione e di comparabilità dei dati, per una rappresentazione completa, esaustiva e integrata di piani industriali e strategie di sostenibilità nell’ottica di acquisire e accrescere vantaggio competitivo.
Trattandosi di modelli in piena evoluzione, un contributo significativo è venuto dai benchmark internazionali – la Global Reporting Initiative, versione 1, 2, 3 e 4, e l’International Integrated Reporting Committee – ma, lungi dal voler o poter essere dei pasdaran dell’una o dell’altra scuola, auspicandone peraltro un’opportuna convergenza, un approccio laico e pragmatico alla questione ci porta a rilevare come negli operatori dei mercati finanziari si sia rafforzata la percezione che tanto più la sostenibilità diventa leva gestionale e di integrazione dei processi tanto più tende ad essere un driver di creazione di valore per gli azionisti, nel breve e soprattutto nel lungo periodo.
Il Social Investment Forum for Sustainable and ResponsibleInvesting Trends in the United States segnala che nel 2012 sono stati affidati 3,74 trilioni di dollari a gestori che tengono in considerazione nelle analisi di investimento i temi SRI – Socially Responsible Investments, il 22% in più rispetto al 2009. Il mondo SRI pesa quindi 1 dollaro per ogni 8-9 dollari investiti nei mercati dei capitali americani.
E lo studio Eurosif 2012 (European Sustainable Investment Forum) evidenzia come anche in Europa sia aumentato l’interesse per gli investimenti socialmente responsabili – con un incremento del 54% degli investimenti socialmente responsabili ispirati a standard internazionali e un ammontare di asset in gestione di 2.346 miliardi di euro. Un approccio, questo, tipico dei Paesi nord-europei, ma che negli ultimi anni ha avuto una forte diffusione anche in Francia e in Italia.
Dopo la fase di studio e la definizione delle prime linee guide, dal 2014 si ritiene ci siano i presupposti per cominciare a passare a una rendicontazione realmente integrata, finora condotta in forma più o meno sperimentale in molti Paesi. Questo significa che anche i criteri di valutazione del nostro Oscar dovranno adeguarsi, in una logica di sempre maggior attenzione e monitoraggio dei trend evolutivi, non solo ai fini della premiazione.
Analogo focus dovrà essere fatto sugli effetti e le conseguenze della diffusione, più o meno involontaria, di informazioni e dati price sensitive attraverso i social network, visto che ormai buona parte della comunicazione – anche e soprattutto quella finanziaria – si svolge attraverso queste piattaforme. E se l’Oscar di Bilancio vuol contribuire sempre più a diffondere una cultura della completezza e della trasparenza delle informazioni che riguardano l’operato di aziende, enti e istituzioni, la riflessione su un utilizzo corretto di questi strumenti – e uso il termine corretto in entrambe le sue accezioni, sia etica che tecnica – è un punto importante, ancora poco esplorato.
Di fatto, i social network danno una libertà pressoché infinita di gestione e diffusione delle informazioni, con una garanzia, se non di completo anonimato, per lo meno di difficile rintracciabilità. “E’ il Web, bellezza”. Abbiamo assistito a diversi episodi in cui in pochi istanti dossier riservati sono stati diffusi attraverso forum, blog e altre piattaforme online, talvolta anche per mano di chi quei dossier avrebbe magari dovuto custodirli. E senza citare casi specifici che hanno coinvolto o travolto aziende, mi limito solo a rimarcare quanto sottile sia, nell’era dell’”always on”, il confine tra vero e falso.
Gli esempi non mancano, ma ricordo quanto accadde in occasione della cessione di un noto network televisivo italiano. Due ore prima dell’effettiva conclusione e conseguente ufficialità, l’operazione fu anticipata da un tweet di persona vicina al dossier, condizionando fortemente l’andamento in Borsa del titolo della società cedente, con conseguente accensione di un faro, da parte della Consob, sull’avvenuta fuga di notizie.
I leaks, come sappiamo, ci sono sempre stati, ma è indubbio che la proliferazione degli strumenti con cui effettuarli costringa inevitabilmente le aziende a precauzionarsi. Ed ecco perché, fra information overload e sovrabbondanza tecnologica, resta la responsabilità personale all’interno delle organizzazioni. Soprattutto perché la diffusione incontrollata di informazioni riservate, tendenziose o addirittura false, oltre ad esser figlia di un atteggiamento a metà fra superficialità e dolo, costituisce la premessa per il reato di aggiotaggio informativo.
Se vogliamo valutare le modalità di presenza sul web delle realtà che analizziamo, non possiamo prescindere da queste considerazioni, valutando – per esempio – l’adozione, da parte delle organizzazioni, di contromisure necessarie – procedure e policy di recovery – e la capacità di attorniarsi di figure dotate delle competenze necessarie. La protezione del patrimonio informativo richiede oggi di tutelarsi non solo sulle proprie piattaforme, ma anche su quelle terze – appunto i social – su cui, se non è più consentito non esserci, bisogna sapersi muovere.
Il lavoro per le prossime edizioni del premio quindi non ci manca – e lo dico rivolgendomi ai componenti delle commissioni, che ringrazio per il grande impegno dedicato alla causa, di cui condividono spirito e finalità. Se vogliamo che l’Oscar, forte della sua storia, continui ad evolvere e a dare il suo contributo a questa sia pur timida ripresa, non dobbiamo esser timidi noi.
I presupposti ci sono tutti. E ringrazio il Prof. Sironi per aver accettato di raccogliere il testimone del Prof. Provasoli come Presidente della Giuria e Annamaria Ferrari, da pochi mesi ‘distinguished’ Segretario Generale, succeduto alla nostra Gherarda Guastalla Lucchini.

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