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Un nuovo approccio alle relazioni con le istituzioni

15/10/2015

Fabio Bistoncini

Gli atti del convegno dello scorso gennaio su “Lobbying, democrazia e processo decisionale” sono ora un libro, a cura di Angela Di Gregorio e Lucia Musselli, edito da Franco Angeli. Tra gli interventi anche quello di Fabio Bistoncini, di cui, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, anticipiamo il contenuto.

Il lobbying è profondamente cambiato rispetto al modello della rappresentanza di interessi tradizionale. Un convegno su “Lobbying, democrazia e processo decisionale” nel gennaio scorso ha messo a confronto alcuni tra i più autorevoli esperti, studiosi e professionisti italiani. In questi giorni esce un volume che ne raccoglie gli atti edito da Franco Angeli (Democrazia, lobbying e processo decisionale) a cura di Angela Di Gregorio e Lucia Musselli del Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-Politici della Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano. Partendo dalla ricostruzione del perché il lobbying è stato tradizionalmente inteso in un’accezione negativa e comunque parziale, il volume evidenzia come oggi, in un contesto di crescente disintermediazione, esso rappresenti una modalità sempre più diffusa di influenza politica, che in ambito europeo trae vantaggio dallo sviluppo di un assetto istituzionale multilevel governance. In Italia, però, mancano ancora al momento regole organiche in materia. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, anticipiamo l’intervento di Fabio Bistoncini.





 

 

Sono trascorsi oltre venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino. Un turning point che ha determinato il dispiegarsi, secondo i maggiori analisti internazionali, di cinque forze che hanno radicalmente trasformato il panorama politico e sociale dei paesi a capitalismo avanzato:

  • Secolarizzazione. Il processo che ha portato ad abbandonare la “fede assoluta” in conoscenze e credenze ideologiche di qualunque fonte informativa;

  • Globalizzazione. Nel senso di apertura a nuovi e vecchi mercati e la caduta delle barriere protezionistiche tradizionali;

  • Interconnessione. È una conseguenza della globalizzazione e della caduta delle barriere di informazione a livello globale: vengono meno le distanze temporali e geografiche, leggiamo in tempo reale quello che succede in tutto il mondo e ogni avvenimento può avere una ricaduta immediata inaspettata a migliaia di chilometri di distanza;

  • Mediatizzazione. Nel senso che i media (sia tradizionali che innovativi) svolgono un ruolo sempre più rilevante nella definizione dell’agenda politica e delle conseguenti policies;

  • Disintermediazione. È una delle grandi trasformazioni degli ultimi anni, partita dal sistema produttivo e sviluppatasi anche in quello mediatico/politico.


La disintermediazione è il risultato di una attitudine, propria della modernità, a non affidarsi a corpi intermedi e a voler bypassare ogni filiera per relazionarsi direttamente con l’obiettivo della propria azione. Questa tendenza si manifesta in vari e apparentemente scollegati contesti dell’esperienza individuale, ma pur nelle sue varie fenomenologie se ne intuisce la radice unitaria. Pensiamo a quanto è accaduto con il superamento dei tradizionali canali di distribuzione/vendita grazie all’utilizzo delle reti informatiche, processo che ha creato una relazione diretta (non mediata, appunto) tra produttore e consumatore. In passato le distanze geografiche, culturali, tecnologiche e le barriere protezionistiche rendevano imprescindibile la presenza di lunghe filiere distributive. Ora non è più così. In moltissimi settori la relazione tra consumatori e produttori è immediata e, grazie ai progressi della logistica, il produttore è in grado di organizzare i propri processi “on demand” sulla base degli ordini che gli arrivano dalla rete dei propri consumatori. Ma il fenomeno non si colloca solo nella filiera economica e si amplia a varie sfere di interazione, basti pensare ad alcuni esempi distinti: Ebay, Booking.com, TripAdvisor, Wikipedia, Facebook, gli ebook e alcuni movimenti politici quali il Movimento 5 Stelle in Italia. Cosa hanno in comune queste esperienze?

Apparentemente nulla, eppure tutti si avvalgono della rete per scavalcare i tradizionali intermediari che presidiavano le filiere dell’economia, della cultura e della politica. Ne escono così  profondamente mutati rapporti, ruoli e regole.

Effetto moltiplicatore

Le dinamiche sopra esposte non avrebbero avuto gli impatti descritti se non fossero state accompagnate da un dirompente sviluppo tecnologico nei beni e nei servizi. Dai tassi di penetrazione della banda larga alla creazione di servizi che permettono la condivisione di informazioni ed esperienze fino all’affermarsi di laptop, tablet, smartphone: tutti elementi che disegnano un futuro che sarà caratterizzato da due driver di sviluppo: social e mobile.

Saremo sempre più social nel senso che tenderemo a condividere con altri aspetti sempre più rilevanti della nostra vita; saremo sempre di più mobili nel senso che potremo utilizzare la rete senza più limitazioni di spazio e o di tempo. Una rivoluzione inarrestabile. Che determina un cambiamento di atteggiamento non solo nei cittadini/consumatori ma anche nel processo decisionale pubblico.

L’evoluzione delle politiche pubbliche

Anche il sistema politico decisionale è in forte evoluzione. Le stesse forze che stanno modificando gli equilibri economico-sociali fanno sentire la propria influenza sul ruolo e l’operato dei decisori pubblici. In estrema sintesi:

  • La globalizzazione comporta l’erosione di competenza e autonomia degli Stati nazionali;

  • La mercatizzazione/liberalizzazione/privatizzazione di ampi settori dell’economia apre alla conseguente creazione di mercati per beni che un tempo erano pubblici;

  • L’europeizzazione inserisce le amministrazioni nazionali e locali in una rete istituzionale multilivello e dentro programmi complessi;

  • La complessificazione comporta che ogni materia di policy diventi più complessa, interdipendente e quindi più rischiosa dal punto di vista degli effetti;

  • La sussidiarietà determina la moltiplicazione dei centri decisionali ai vari livelli;

  • I nuovi temi quali la nascita di nuovi ambiti decisionali con la necessità di tematizzare nuove criticità (ad esempio privacy, digital divide) che determinano a loro volta la nascita di nuovi decisori (ad esempio autorità indipendenti) oppure l’innesto di nuove competenze all’interno del sistema burocratico e decisionale.


La situazione attuale è dunque radicalmente diversa rispetto al passato e presenta tre caratteri tipici con cui tutti i gruppi d’interesse dovranno confrontarsi e convivere: la complessità, l’incertezza, il conflitto.

Complessità

Se in passato le politiche pubbliche si svolgevano nel circuito governo-parlamento-apparato burocratico ora assistiamo ad una dilatazione della rete decisionale. In senso verticale: con l’effetto da un lato della globalizzazione e dall’altro del decentramento territoriale che ha portato a definire il concetto di multilevel governance. In molti settori di policy gli esiti finali sono il risultato di azioni e decisioni svolte e assunte da differenti soggetti che operano a livelli territoriali differenti: da quello planetario (es. Wto) a quello continentale (es. UE) a quello degli Stati nazionali fino agli enti decisionali locali.

In senso orizzontale: basti pensare al moltiplicarsi delle autorità indipendenti – corpi burocratici che non rispondono ai rappresentanti politici elettivi con compiti di regolazione e sorveglianza in settori chiave dell’economia o al ruolo delle ong e delle Civil Society Organization (Cso), che assumo spesso i compiti di watchdog sulle decisioni di policy. L’effetto è quello della moltiplicazione dei punti di vista all’interno dei processi decisionali.

Incertezza

La seconda caratteristica delle politiche pubbliche contemporanee è legata all’incertezza degli esiti della decisione. In poche parole sempre più spesso il  decisore pubblico non è in grado di comprendere se le scelte che si stanno per compiere sono in grado di risolvere, attenuare o aggravare il problema che ci si trova ad affrontare.

Se in passato questa carenza cognitiva era molto ridotta a causa della semplicità della costruzione sociale delle varie comunità, oppure veniva superata semplicemente aumentando le risorse (economiche ed umane) da impegnare nella soluzione del problema, ora non è più così.

Le società sono sempre più complesse e le risorse a disposizione sono sempre più limitate.

E quindi aumenta il grado di incertezza.

Conflitto

Nel corso degli ultimi anni sono aumentati i conflitti tra gruppi sociali, attori politici e più in generale tra i cittadini e le pubbliche autorità. Ne sono prova i sondaggi d’opinione che in tutti i paesi sviluppati vedono scendere il tasso di fiducia nei confronti della classe politica e delle autorità pubbliche. Un altro indizio è l’aumento dei ricorso al sistema giudiziario (litigation) come strumento per dirimere controversie nelle quali i gruppi sociali contestano le decisioni delle amministrazioni pubbliche. Laddove previsto dai singoli ordinamenti, prende piede l’utilizzo di strumenti di democrazia diretta (referendum) che spesso hanno prodotto risultati in netto contrasto con le posizioni.

Le considerazioni esposte in precedenza delineano la necessità di un nuovo approccio alle relazioni istituzionali. La trasformazione della società, la sua maggiore complessità, ha determinato la modifica dei tempi e dei modi con cui la decisione viene assunta dalle Istituzioni pubbliche. Infatti, al classico “cluster” dei decision maker in senso stretto si affianca e assume sempre più rilevanza quello degli stakeholder.

La pervasività dei nuovi e vecchi media rende inevitabile lo svilupparsi di uno “spazio” di dibattito molto più ampio rispetto al passato. Ed in questo ambito ad intervenire con dichiarazioni, informazioni, dati, ulteriori notizie di approfondimento, richieste specifiche non sono più solo coloro che detengono il potere decisionale o che fanno parte di gruppi ristrette di élite, ma una più ampia platea di soggetti direttamente o potenzialmente interessati. Con i quali si deve instaurare una relazione diretta, continuativa e bidirezionale per ricercare ed ampliare il consenso sulle proprie posizioni. Un cambio di mentalità che determina la necessità, per qualsiasi interesse organizzato, di ridefinire, ampliandola, la propria capacità analitica.

Qualsiasi intervento nel campo delle relazioni istituzionali, ormai, non può più prescindere da:

  • L’approfondimento del tema attraverso una definizione della natura (globale o nazionale) e la rilevanza (in modo quantitativo) all’interno dell’agenda politico-istituzionale;

  • La definizione di obiettivi chiari e condivisi all’interno del gruppo d’interesse;

  • La valutazione quanti- e qualitativa del ruolo e dell’efficacia di ogni singolo decisore o stakeholder nell’arena di policy;

  • La messa a fuoco del sense making dei messaggi da trasferire, consentendo così a tutti i soggetti coinvolti di dare il proprio “senso” alle decisioni da prendere;

  • La produzione di nuovi contenuti (dati, studi, ricerche), a sostegno della propria richiesta anche attraverso la condivisione di know-how e di esperienze;

  • La creazione di coalizioni: anche il gruppo d’interesse più forte e strutturato deve crearsi un sistema di alleanze.

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