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A proposito di discontinuità: ecco altre due certezze che ci orientano da anni che traballano…

04/02/2009

"Continuiamo a pensare che qualsiasi fenomeno, finanziario e non, si distribuisca come una curva gaussiana. Ma non è così"... "Mandare in soffitta il Pil per costruire un’economia del benessere". Interessanti riflessioni di Matteo Motterlini sulla curva gaussiana e di Giampaolo Fabris sul Pil.

Si ritiene che per comprendere il funzionamento del corpo sano, sia utile investigare l’organismo malato. Lo studio della patologia può essere una preziosa fonte di insegnamento anche in economia, e la crisi finanziaria offre un eccellente banco di prova.


Un’occasione per scardinare i falsi miti, e insieme per comprenderne la necessità psicologica. Uno dei miti più pregnanti riguarda la nostra capacità di fare previsioni. Intendo previsioni circa il futuro “prevedere” il passato siamo tutti bravissimi, e gli analisti i più bravi di tutti.


A posteriori, infatti, non abbiamo dubbi che sulla base delle informazioni disponibili le cose non sarebbero potute andare diversamente da come si sono svolte. Al punto da sorprenderci genuinamente se, chi aveva avuto quelle stesse informazioni, si sia rivelato incapace di prevedere correttamente. Forse, come per le stagioni, anche «il futuro non è più quello di una volta».


Ma argomentare che la capacità dei modelli finanziari di catturare la realtà economica è ridotta dalla crescente complessità del mondo, e che quindi con essa cresce anche il ruolo dell’imprevedibile, è solo una buona scusa: il prodotto di un errore di fondo.


Il fatto cioè di pensare che qualsiasi fenomeno, finanziario e non, si distribuisca come una gaussiana: la famosa curva a campana per cui la maggior parte di osservazioni si aggira intorno alla media e le probabilità di una deviazione diminuiscono esponenzialmente via via che ce ne si allontana.


Salti repentini


La caratteristica principale di tale distribuzione, come ha recentemente mostrato in mo do magistrale Nassim ‘Taleb, è che ci permette di ignorate i “cigni neri”, gli eventi che si collocano all’estremità della curva. Ne seguono misurazioni dell’incertezza che, se adatte a catturare l’ordinario, si lasciano però sfuggire l’impatto di «salti repentini e discontinuità» che caratterizzano i momenti di crisi: eventi rari, ma non così improbabili come la gaussiana ci induce a credere, e soprattutto dalle conseguenze complessive potenzialmente drammatiche, e per questo tutt’altro che trascurabili.


Si pensi per esempio al modo in cui le istituzioni finanziare utilizzano il VaR (value at risk): indice sintetico che stabilisce con una determinata probabilità, secondo regole che afferiscono a una distribuzione normale, il valore massimo in portafoglio che si può perdere in una data unità di tempo (tipicamente nel bilanci delle banche sono indicati Var con probabilità al 99%).
Negli ultimi cinquant’anni, per esempio, i dieci giorni più estremi dei mercati rappresentano la metà degli utili. Dieci giorni su cinquant’anni!


Taleb, che dell’imprevedibilità ha fatto un business, rivendica venti milioni di dati che lo hanno convinto a pensate che l’insostenibile leggerezza della curva a campana costituisca una autentica «frode intellettuale». Ma allora perché ci affidiamo acriticamente a essa?


La spiegazione è psicologica. E nasce dall’ esigenza di «dominare l’incertezza» o, meglio, e di opporci al «dominio del caso»: ecco che ci aggrappiamo a dei numeri, e quelli offerti dalla media statistica ci appaiono «meglio di niente». E, invece, in alcune circostanze sarebbe meglio niente! Nulla ci dice che il futuro assomiglierà al passato.
Ma questo per la nostra mente è difficile da accattare.
Trafficare con l’incertezza genera fatalmente un senso di inquietudine e di angoscia. Non è sorprendente allora che ciascuno (inclusi gli esperti) si prodighi per eliminare queste emozioni negative e, dove ciò sia possibile, tenti di tenere il rischio sotto “controllo”.


L’approssimazione della gaussiana offre l’illusione di eliminare il caso dalle nostre vite. E’ la coperta di Linus degli analisti finanziari: la confortevole falsa certezza di avere «certezze». Particolarmente difficile da sradicate perché a sua difesa opera un’altra astuta «trappola mentale»: la sicumera.


La gaussiana
Come mostrano le indagini su un gran numero di esperti in vari campi, gli analisti sarebbero comparativamente i peggiori a fare previsioni, ma anche i più sicuri delle proprie capacità. Un’impudenza a tutela della propria autostima, ma che li espone maggiormente a errori di valutazione (basti pensare alle predizioni sul prezzo del petrolio negli ultimi anni].


Che fare? Per esempio cominciare a ipotizzare che molta parte della realtà sia scalabile
e non gaussiana: ovvero che la velocità con la quale le probabilità diminuiscono allontanandosi dalla media rimangono costanti. Imparate quindi ad apprezzare l’ineliminabilità del caso; senza cioè assecondare la tendenza della nostra mente ad ancorarsi a certezze posticce. Per quanto si giochi mentalmente con il rischio cercando di addomesticarlo, prima o poi siamo chiamati a renderne conto. Tanto vale saperlo prima.


Matteo Motterlini
tratto da Corriere Economia del 2 febbraio 2009








Di essere in una situazione di crisi lo sappiamo sin troppo bene. Che siano ogni giorno stime nella fluttuazione del Pil a ricordarcelo è una conferma di quanto anacronistici,e socialmente offensivi, siano gli indicatori di cui l’economia si serve. Quanto profondo lo iato tra una malintesa concezione dell’economia e la società.


A testimonianza del diffuso malessere per questo indicatore vorrei ricordare come, nelle recenti festività fra gli sms più inviati, viralmente o come augurio natalizio, vi fosse la registrazione del discorso di Bob Kennedy nel 1968 all’Università del Kansas.
La prima, che mi consti, tanto autorevole e severa requisitoria su questo indicatore. Ho ricevuto questa mail da più fonti fra cui Marco Roveda, pioniere, con Scaldasole, dell’industria biologica in ltalia ed ora impegnato con Lifegate a ridurre ad impatto zero, con processi di riforestazione, le emissioni di C02.


In quel discorso Kennedy afferma che ad alimentare il Pil “sono anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità per le sigarette, il costo delle ambulanze che intervengono per le carneficine sulle autostrade, il napalm e l’armamento nucleare, i programmi tv che glorificano la violenza, le serrature per barricare le nostre case e i costi della prigione di chi le infrange. Il Pil cioè misura tutto ad eccezione di ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.


Da allora sono trascorsi quattro decenni, la sua messa in stato di accusa è ormai ricorrente e le pubblicazioni all’insegna della più drastica condanna non si contano più: fra le tante segnalo due recenti, eccellenti volumi (De Padova, Lorusso: «DePILiamoci. Liberarsi del Pil superfluo ed essere felici». Ed. Riuniti; Dacrema «La dittatura del Pil» Marsilio) Illustri economisti (Senn, Kaheneman, Stgliz) hanno, al pari, messo in guardia dal considerare il Pil come misurazione del benessere collettivo. Ma è risultato più comodo attribuire loro premi Nobel che non apportarvi anche la più timida correzione.


Che lo stato di benessere di un Paese, lo stato della sua economia si valutino ancora sulla base di un indicatore tanto semplicistico e grossolano, adatto forse a società di prima industrializzazione, non è soltanto incomprensibile ma anche socialmente inaccettabile.
Le devastazioni in atto nella striscia di Gaza si rifletteranno positivamente sul Pil di quel Paese perché ricorrerà ricostruire così come, per Israele, reintegrare la sua macchina da guerra. Il Pil potrebbe divenire utile se integrato, ponderato, corretto da altri indicatori. Soprattutto depurato da componenti non socialmente utili o addirittura, come sovente accade, dannosi per la collettività.


Il Pil non misura la qualità dei prodotti, la loro compatibilità ambientale, la soddisfazione del consumatore, la qualità della vita. In breve non indica il livello di benessere di un Paese. Eppure, nei confronti di questo indicatore, c’è una sorta di idolatria: diminuzioni o aumenti di qualche decimale divengono notizie di prima pagina, inducono depressione o euforia. C’è davvero da chiedersi come tutto ciò sia possibile. Come sia ancora accettabile fotografare il contributo dell’economia al benessere di una nazione con un indicatore tanto misleading.


Non è davvero un interrogativo retorico questo. Non è impossibile, né eccessivamente costoso se non abbandonare il Pil – che può comunque risultare utile se non altro per i raffronti internazionali —, affiancargli comunque altri indicatori che introducano quelle dimensioni di qualità della vita che dovrebbero costituire la finalità del sistema economico.


Un aumento del Pil a fronte di una diminuzione della qualità della vita o della soddisfazione dei consumatori, non è certo un dato rassicurante mentre può esserlo una sua diminuzione a fronte di un miglioramento dei benessere dei cittadini. Perché allora non può essere proprio il nostro Paese a farsi carico di promuovere un sistema che generi un Pil sano, nel prendere decisamente le distanze dall’aspetto più vistoso di distorsione di una cultura economica?


Si potrebbe far ricorso all’lstat, ormai ridotto al ruolo di fabbrica di dati per lo più di scarsa utilità, per raccogliere in maniera sistematica altri indicatori che aiutino a correggerne le deformazioni rendendolo uno strumento utile a valutare Io stato dell’economia depurata dalle sue componenti di patologia sociale.


Giampaolo Fabris
tratto da Affari&Finanza del 2 febbraio 2009

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