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A Trento, profit e non profit sempre più vicini

18/10/2018

Roberta Zarpellon

In occasione del Festival delle Professioni di Trento, il Gruppo FERPI “Comunicare le professioni intellettuali” ha raccolto due voci sulle buone prassi di relazione e comunicazione del territorio. Un percorso tra complementarietà, condivisione degli obiettivi e ascolto reciproco per superare autoreferenzialità e diffidenza puntando al “fare insieme”.

In Trentino, le buone prassi sono di casa. Qui, da tempo, profit e non profit stanno costruendo esempi virtuosi di dialogo nei quali, a vincere, è sempre la relazione. Per questo, proprio a Trento, in occasione del Festival delle professioni svoltosi lo scorso 4 ottobre, abbiamo raccolto le testimonianze di due protagonisti del territorio: Giorgio Casagranda, presidente Non Profit Network-Centro servizi volontariato Trentino e Guido Pizzolotto, responsabile Terzo Settore ITAS ASSICURAZIONI. A loro abbiamo posto alcune domande che vogliano aiutarci a capire di più su quali siano gli approcci virtuosi che profit e non profit possono avere e quali vantaggi reciproci un avvicinamento consapevole all’altro possano innestare. Ovviamente, è un primo passo. Il Terzo settore, come ci conferma Francesca Fiori, che coordina il team tecnico del Non Profit Network-Centro servizi volontariato Trentino, sta mutando pelle e, sempre più, prende coscienza del valore di un’efficace organizzazione che passa anche da una comunicazione strutturata. D’altro canto, si moltiplicano le modalità di incontro col mondo del profit, impegnato a superare la sfida della diffidenza reciproca e dell’autoreferenzialità, come ci ha detto Guido Pizzolotto. Eppure, come dimostra l’esempio trentino, i due mondi non sono così distanti. E, anche, dalle libere professioni arrivano degli esempi virtuosi come gli accordi di collaborazione con l’Ordine Nazionale dei Dottori Commercialisti, proprio sul tema Riforma del Terzo settore, per sostenere le piccole associazioni che devono confrontarsi con nuove regole. Un esempio che si arricchisce di tante esperienze con notai, studi di avvocati e professionisti, a dimostrazione che aziende, professionisti e non profit sono sempre più vicini nel trovare un terreno comune di dialogo, confronto e crescita.

 


 

Quanto appare necessario oggi un incontro tra profit e non profit? E in che misura ciascuno dei mondi vive questa opportunità?
Guido Pizzolotto, responsabile Terzo Settore ITAS ASSICURAZIONI – Ci sono forti spinte in questa direzione. La crescente attenzione dei portatori di interesse interni ed esterni alla sostenibilità globale delle imprese profit ha provocato dei cambiamenti all’interno delle stesse che ormai non possono prescindere da una visione sociale del proprio lavoro. D’altro canto, la situazione economica generale e, in particolare, quella dei conti dello Stato, impongono agli enti no profit di trovare modalità diverse, continuative e sostenibili di finanziamento della propria attività.  Inoltre le differenze di approccio che caratterizzano i due mondi sono, se sfruttate al meglio, strumenti potenzialmente complementari di soluzione di necessità sociali complesse. Chi meglio di un’azienda profit può cercare di ottimizzare i costi di una soluzione? Ma chi meglio di una no profit ha la capacità di farla arrivare al cliente finale con la perfetta conoscenza del territorio e con la capacità di riempirla di “vicinanza umana”?  L’importante è che la convergenza tra i due ambiti sia strategica e non episodica. Perché questo accada bisogna che entrambi i settori siano capaci di percepire i vantaggi concreti che porta questa collaborazione e si attivino per quanto di loro competenza.

Giorgio Casagranda, presidente Non Profit Network-Centro servizi volontariato Trentino  – L’incontro tra Profit e Non Profit è non solo auspicabile ma ormai inevitabile e già in atto, come dimostrano le numerose iniziative di collaborazione che molti Centri di Servizio stanno portando avanti. Appare evidente che Profit e Non Profit sono due mondi che hanno bisogno uno dell’altro e le collaborazioni in atto assumono ampie sfumature.  Partiamo quindi dal Non Profit. Parliamo, nella maggior parte dei casi, di una miriade di organizzazioni di medio/piccole dimensioni che, alla luce di quanto disposto dalla Riforma del Terzo settore, dovranno sempre più imparare a gestire al meglio la propria realtà organizzativa. Infatti, Il nuovo quadro normativo rende obbligatorie tutta una serie di attività puntuali di rendicontazione economica e sociale che richiedono determinate competenze in ambito gestionale fino a qualche anno fa non necessarie.

Per quanto possa suonare un po’ strano, possiamo dire che gestire un’organizzazione non profit richiede quasi le stesse competenze di un “manager”: è necessario organizzare risorse per produrre servizi e garantire la soddisfazione degli utenti finali. Se consideriamo poi che gli input della “produzione” sono risorse umane volontarie e che i servizi di cui parliamo rispondono a bisogni di carattere sociale espressi dalle fasce più deboli, allora gestire bene l’attività diventa imprescindibile per la sostenibilità dell’organizzazione stessa e per garantire una continuità dei servizi.

Per questo motivo, fin dai primi colloqui in ufficio con i gruppi di persone che desiderano creare una nuova realtà del terzo settore, cerchiamo di far capire loro che, per quanto su base volontaristica e per finalità sociali, mettere “in piedi” un’organizzazione comporta comunque tutta una serie di attenzioni gestionali e di conoscenza delle “regole del gioco”. Al tema e al miglioramento delle competenze “gestionali” di chi “amministra” un’organizzazione non profit, sono poi dedicati specifici servizi di consulenza e accompagnamento e percorsi formativi.

Ed è proprio nella realizzazione di queste iniziative che abbiamo trovato un primo punto di incontro con Il Profit perché è proprio dal Profit che possiamo imparare a gestire meglio, attingendo ad un patrimonio di competenze che sempre più si richiedono anche al nostro mondo.

Non stupisce quindi che il CSVnet (l’associazione che rappresenta a livello nazionale ed europeo i centri di servizio per il volontariato) abbia firmato un accordo di collaborazione con l’Ordine Nazionale dei Dottori Commercialisti, in base al quale sarà possibile collaborare sul tema Riforma del Terzo settore con la finalità di sostenere le piccole associazioni che devono confrontarsi con nuove regole. E non stupisce nemmeno che tali accordi siano ormai all’ordine del giorno con Notai, Studi di Avvocati, Professionisti di vario genere; a dimostrazione del fatto che abbiamo bisogno del Profit per imparare a fare meglio.

C’è poi tutto il tema del Volontariato di Impresa, una pratica ormai diffusa su tutto il territorio nazionale che permette a due mondi di collaborare a stretto contatto, con diverse formule e con reciproco vantaggio. E’ il caso di alcune aziende che hanno dato la possibilità ai loro dipendenti di prestare servizio presso organizzazioni di volontariato o di mettere a disposizione delle organizzazioni di volontariato le proprie competenze, o ancora, di partecipare a delle specifiche attività di volontariato.

Tutte queste forme di collaborazione permettono di imparare gli uni dagli altri; la piccola/media organizzazione accede ad un bagaglio di competenze che sul mercato avrebbero un costo in molti casi elevato, oppure di contare su nuove forze per la realizzazione dei propri progetti.

Ma anche il Profit ha bisogno di noi. Il “Terzo Settore” non solo rappresenta un bacino interessante e un potenziale mercato ma un mondo da cui imparare per migliorare la propria reputazione, recuperare il livello fiduciario dei propri stakeholder, lavoratori inclusi, e dimostrare, ad un consumatore sempre più attento e critico, la propria responsabilità nei confronti della società.

Ecco, allora, che termini come: pro bono, volontariato di impresa, etc…  sono sempre più frequenti e diffusi; sono tutte iniziative che mettono in contatto Profit e Non Profit, permettono di superare gli stereotipi in una collaborazione in cui tutti vincono: il Non Profit ci guadagna in termini di efficienze e competenze, il Profit in termini di immagine e di responsabilità sociale.

Qual è o potrebbe essere il ruolo della comunicazione all’interno di tale processo?
Guido Pizzolotto –  Ha un ruolo fondamentale nella gestione dei rapporti tra questi due tipi di realtà. Dalla nostra esperienza, solo attraverso uno scambio continuativo e reciproco di informazioni è possibile pensare di sviluppare davvero un incontro efficace per entrambi i settori. È molto importante, inoltre, saperlo comunicare all’esterno delle rispettive organizzazioni: per diffondere le buone prassi consolidate e permettere così ad altri attori potenziali di essere coinvolti in progetti specifici adatti alle singole esigenze emerse. Molto spesso le realtà del non profit non sono strutturate in questo senso. La nostra attività prevede anche un supporto comunicativo importante che consenta loro di valorizzare al meglio le molte iniziative attivate.

Giorgio Casagranda – Come in ogni “relazione”, la comunicazione gioca un ruolo importante nell’avvicinare due mondi che fino a qualche tempo fa erano considerati agli antipodi. La comunicazione serve a creare un registro comune capace di abbattere stereotipi e porre le basi della collaborazione. Ovviamente, la comunicazione parte sempre da un ascolto prima della propria organizzazione. In questo, spesso, le associazioni di volontariato peccano perché puntano direttamente al “fare”. Invece, la pratica dell’ascolto organizzata e strutturata permette di evitare errori, fraintendimenti e, dunque, non solo di conoscersi meglio ma, anche, di partire col piede giusto, potremmo dire. Allo stesso tempo, l’ascolto è anche un’attitudine dell’essere volontario che, se ben allenata, permette di offrire opportunità a volte non valutate nel dialogo col profit. Insomma, la costruzione meno frettolosa del percorso permette una maggiore efficacia e riduce a monte possibili errori. Per fare questo, abbiamo bisogno anche di capaci professionisti del dialogo e della comunicazione. Imparare, sbagliare, provare sono attitudini umane. Oggi avere a fianco a noi, in questo cammino, chi è in grado di aiutarci a migliorare e a cogliere sempre più le sfide sociali che ci stanno di fronte è un’opportunità che sempre più associazioni stanno cogliendo.

Partendo dalla sua esperienza, può evidenziare le criticità da fronteggiare e le opportunità da cogliere?
Guido Pizzolotto – Le criticità sono la diffidenza reciproca e la autorefenzialità. È chiaro che due mondi apparentemente contrapposti all’inizio sono portati ad “annusarsi” in modo un po’ sospettoso e applicando stereotipi: il profit può essere visto come quello che deve dare il denaro e non pretendere di intromettersi nella gestione del progetto, mentre il no profit può essere visto come uno strumento per una facile autoassoluzione dai propri peccati aziendali per poi ricominciare ad operare esattamente come prima. L’autorefenzialità invece comporta riconoscere solo i propri principi come giusti mentre quelli dell’altro sono errati di default.  Queste criticità impediscono una vera convergenza e sono superabili solo con un forte investimento iniziale di fiducia reciproca e con un confronto onesto e chiaro. Le opportunità sono molte: ad esempio per il profit la motivazione dei dipendenti e la possibilità di arricchire i propri servizi con plus aggiuntivi altrimenti non erogabili; per il no profit uno sviluppo della clientela e la possibilità di pianificare in modo più sicuro la propria attività.

Giorgio Casagranda –  Credo che spesso la difficoltà più grande sia capire l’opportunità di questa collaborazione tra Profit e Non Profit; il rischio che da entrambe le parti se ne faccia un uso strumentale senza capire la reale portata, è sicuramente plausibile. Per questo motivo il nostro ruolo come Centro Servizi è quello di accompagnare il cambiamento all’interno del mondo associazionistico e creare un terreno fertile su cui si possa sviluppare il connubio Profit-Non Profit; far comprendere alle organizzazioni quanto sia importante apprendere dal Profit e qual è l’immenso patrimonio di competenze che anche il nostro mondo può offrire al Profit. L’auspicio è che la collaborazione tra questi due mondi non solo vada avanti e si diffonda ma che vada oltre lo scambio reciproco e assuma sempre più la forma del “fare insieme”.

 


 

(*) Coordinatrice Gruppo FERPI “Comunicare le professioni intellettuali”

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