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Affair Telecom/2. "Lobby e nuovi veleni: come si trasforma la realtà!"

24/07/2008

Anche Fabio Bistoncini, delegato alle relazioni istituzionali Ferpi, interviene nel dibattito sull'affair Tavaroli/Telecom. Ne ha scritto sul suo blog un interessante commento in linea con quello scritto da Toni Muzi Falconi che riproponiamo.

Da due giorni Repubblica pubblica una lunga intervista a Giuliano Tavaroli (ex capo della Sicurezza di Telecom Italia) diventato famosissimo per lo scandalo delle intercettazioni telefoniche a danno di mezza Italia.


Non abbiamo alcun elemento per verificare la fondatezza delle numerose gravi affermazioni fatte dall’intervistato nei confronti di una parte consistente della classe politica italiana.


Sarà come al solito la Magistratura a dover fare le opportune verifiche.


Fatta questa doverosa premessa, quello che ci ha colpito dell’intervista (di cui attendiamo le prossime puntate) è il linguaggio.


Mi spiego meglio.


Da cittadini siamo ovviamente rimasti colpiti dai contenuti (che sono ovviamente la cosa più importante) ma quello che ci ha sorpreso, come professionisti della comunicazione, è l’ utilizzo di una “nostra” terminologia per spiegare azioni e comportamenti che nulla hanno a che fare con l’attività di lobby o con le relazioni pubbliche.


Andiamo con ordine.


La prima parte dell’intervista Tavaroli ripercorre la propria carriera dall’arma dei Carabinieri ai vertici della Telecom, e conclude con la presa d’atto dell’esistenza di un “network eversivo“, un gruppo di potere composto da esponenti del mondo politico e della business community ostile al nuovo management aziendale ed in particolare a Tronchetti Provera.


Tavaroli qualifica tale network come una “lobby“.


Lobby che agisce senza trasparenza e controllo che bisognava contrastare (secondo Tavaroli) con la creazione di un altro “polo di potere” in possesso di informazioni, che fungesse da contro altare.


Va bene, Tavaroli utilizza a sproposito il termine lobby, ma in questa ricostruzione (che deve essere suffragata da un minimo di documentazione…) ci può anche stare.


Ma nella seconda parte dell’intervista (quella pubblicata oggi, per intenderci) ecco che vi è un vero e proprio capolavoro semantico.


L’attività di spionaggio a danni di un uomo politico o di un concorrente si trasforma in qualcosa di diverso, giustificato anzi necessario.


Per Tavaroli la “concenzione moderna della sicurezza” consiste nella “reputazione“.


E ancora “Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E’ un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell’avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche “sapere” e dunque capacità di adattarsi a quella “emergenza” o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo “analisi del rischio” e “analisi di scenario“.


Dalle informazioni raccolte (e ovviamente Tavaroli non dice una parola sui mezzi utilizzate per raccoglierle) si passa a creare contatti, incontri “romani” per appianare divergenze.


Ma anche su questo punto tutto appare oscuro, spesso fumoso.


Gli incontri si svolgono ma mai nella chiarezza anzi spesso sono l’occasione per mandare “segnali” agli interlocutori.


Per poi concludere che “Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a Tronchetti e di sicurezza per l’azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per deboli di stomaco”.


Da questo punto di vista la ricostruzione di Tavaroli è sconvolgente.


Se prendiamo infatti alcune frase dell’intervistato…queste si ritrovano in qualsiasi manuale di relazioni pubbliche o di lobbying: reputazione, analisi del contesto o dello scenario, mappatura, creazione delle alleanze, verifica delle forze in campo, degli amici o dei nemici.


Tavaroli utilizza questi termini, che appartengono al nostro vocabolario, per spiegare, al contrario, un’attività illecita trasformando dunque la realtà.


E da comunicatori questo non può farci certo piacere, anzi, se ha ancora senso questa parola, ci indigna.


Fabio Bistoncini



Anche Toni Muzi Falconi rilegge alla luce delle Relazioni Pubbliche, commenta e invita a leggere le dichiarazioni rilasciate da Giuliano Tavaroli al giornalista di Repubblica Giuseppe D’Avanzo sul caso Telecom. “Una lezione da cui, come relatori pubblici, abbiamo molto da imparare”

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