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Comunicazione e relazioni istituzionali nella repubblica del selfie

19/05/2015

Andrea Ferrazzi  

Viviamo nella repubblica dell’auto-rappresentazione. Dopo la repubblica della rappresentanza e quella della rappresentazione, siamo nell’era della comunicazione non mediata che è anche lo specchio di una concezione della politica. Si tratta, come sostiene, Andrea Ferrazzi, di una trasformazione di cui, chi si occupa di Rp, non può non tenere conto.    

Viviamo nella repubblica dell’auto-rappresentazione, sostiene Marco Damilano nel suo ultimo libro (La Repubblica del Selfie, Rizzoli). Dopo la (prima) repubblica della rappresentanza e la (seconda) repubblica della rappresentazione. Gli attori politici sono cambiati. E così anche il loro modo di agire e di comunicare. La stella berlusconiana è tramontata, e con essa anche un sistema basato sulla narrazione attraverso i media. Adesso c’è Matteo Renzi, il rottamatore. Il politico che parla direttamente ai cittadini, utilizzando i social media. Le foto su Instagram con le sue letture. I tweet. Facebook. Una comunicazione non mediata che è anche lo specchio di una concezione della politica. Una concezione che coglie e amplifica le difficoltà che attraversano i corpi intermedi. I partiti travolti dalla crisi, dagli scandali, dall’incapacità di elaborare progetti e proposte e – soprattutto – dalla difficoltà di selezionare rappresentanti all’altezza della complessità che contraddistingue la realtà in cui viviamo. I sindacati, arroccati a difesa di un mondo che non esiste più. E le associazioni di categoria, che non possono più essere lobby che tutelano gli interessi delle imprese, artigiane o industriali che siano. Come osserva correttamente Marco Damilano, il premier, tra un selfie e l’altro, approfitta della debolezza generalizzata di questi soggetti che sino a poco tempo fa erano parte integrante dei processi politici e decisionali. Frammenta quel che resta dei partiti. Snobba scioperi, proteste e proposte dei sindacati. Diserta le assemblee di Confindustria, ma va nelle fabbriche. La mediazione degli interessi, insomma, è stata sacrificata sull’altare della velocità (fretta?) di cambiare il Paese, sull’onda di un’insofferenza generalizzata verso istituzioni gattopardesche incapaci di fornire risposte alle esigenze di cittadini.

Chi si occupa di comunicazione e di relazioni istituzionali per le associazioni imprenditoriali non può non tenere conto di questa profonda trasformazione. Deve agire di conseguenza, per costruire una reputazione (e un’autorevolezza) fondata su basi diverse. Per incidere sulle scelte è indispensabile essere non solo credibili e rappresentativi, ma anche attori protagonisti dello sviluppo economico, soprattutto a livello locale. Deve cioè cambiare la mission delle associazioni di categoria. Da lobby che difendono gli interessi a soggetti che contribuiscono attivamente alla crescita economica. Individuando modelli di sviluppo incentrati sulla valorizzazione delle specificità territoriali e sull’evoluzione degli scenari globali. Attivando sinergie con la pubblica amministrazione. Promuovendo l’innovazione. Avviando azioni a favore della crescita del capitale umano. Insomma: mettendo in campo competenze, idee e progettualità che sopperiscano alle carenze del pubblico, pur riconoscendone il ruolo.

E’ una mutazione quasi genetica, questa. Si può restare sempre uguali a se stessi, mentre intorno tutto cambia e si evolve velocemente, se - e solo se  - si accetta la condizione di marginalità che si sta profilando. Ma con quali prospettive di sopravvivenza? Se invece l’obiettivo è recuperare centralità e peso politico e se davvero si crede nell’importanza dei corpi intermedi, alle associazioni di categoria non resta che ripensare se stesse. Da questo punto di vista chi si occupa di comunicazione e relazioni istituzionali può dare un contributo significativo, perché è soprattutto in questo ambito che si avvertono le difficoltà nell’agire seguendo i vecchi schemi. E’ una strada in salita, a tratti ignota. Ma è forse l’unica possibile.

 

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