Giorgio Pezza, Commissione Open Government e Rapporti con la PA
La legge 150 ha dato identità alla comunicazione pubblica. Oggi serve una revisione sistemica, capace di ridefinire ruoli, competenze e organizzazione e di spostare la discussione dagli strumenti alle relazioni, per costruire fiducia e contribuire alla qualità delle decisioni pubbliche.
Un’altra legislatura si avvia verso la conclusione senza una riforma organica della legge 150 del 2000. Una legge importante, che ha riconosciuto la comunicazione come funzione delle amministrazioni pubbliche, ma nata agli albori dell’utilizzo generalizzato del web, quando social network, messaggistica istantanea, chatbot e intelligenza artificiale appartenevano a un futuro ancora lontano.
Oggi la realtà è molto diversa. Da anni gli Uffici Relazioni con il Pubblico (URP) e strutture di comunicazione, soprattutto negli enti locali e nella sanità, utilizzano WhatsApp, Telegram, social network e sistemi automatizzati per informare, rispondere, orientare e offrire servizi. Nel frattempo sono cambiati i linguaggi, i profili professionali e soprattutto le modalità con cui cittadini e istituzioni entrano in relazione.
La normativa ha provato a inseguire questa trasformazione attraverso interventi successivi. Il decreto PA del 2025, a firma del ministro Paolo Zangrillo, ha introdotto la possibilità di individuare la figura del social media e digital manager. Parallelamente, la disciplina sull’intelligenza artificiale ha aperto un ulteriore fronte di responsabilità e trasparenza. Passi avanti necessari, ma ancora profondamente settoriali.
Il paradosso è che discutiamo di come aggiornare la legge 150 mentre la stessa legge continua a trovare applicazioni disomogenee nelle amministrazioni. Laddove la comunicazione è debole, frammentata o priva di un adeguato riconoscimento organizzativo, aumenta anche l’entropia comunicativa dell’istituzione. Con l’ulteriore rischio (o forse sarebbe meglio dire certezza) che la comunicazione istituzionale venga progressivamente sovrapposta, quando non sostituita, da quella politica.
Per questo occorre evitare una riforma costruita semplicemente aggiungendo nuove funzioni a quelle esistenti. Serve una revisione sistemica. Sarebbe a dire una complessiva ridefinizione dei ruoli e competenze degli uffici di comunicazione, chiarirne il posizionamento negli organigrammi, affrontare il tema dei profili e dei rapporti contrattuali, costruire un coordinamento reale tra informazione, comunicazione, relazioni con il pubblico e nuovi ambienti digitali.
È su questo terreno che FERPI può offrire un contributo originale. La cultura delle relazioni pubbliche consente, infatti, di spostare la discussione dagli strumenti alle relazioni. Un ufficio di comunicazione contemporaneo non può essere pensato come una struttura chiamata prevalentemente a produrre comunicati, aggiornare siti, gestire social o assolvere obblighi informativi. Deve essere un luogo nel quale l’amministrazione ascolta, interpreta, costruisce relazioni e restituisce informazioni utili anche ai propri processi decisionali.
Significa mettere in relazione cittadini, stakeholder, imprese, Terzo settore, media, comunità professionali e strutture interne per ampliare la portata di azioni di pubblica utilità. Significa organizzare l’ascolto, comprendere aspettative e conflitti, costruire fiducia e contribuire alla qualità delle decisioni pubbliche e, in definitiva, generare valore pubblico.
Per questo anche il posizionamento organizzativo conta. Se la comunicazione interviene soltanto alla fine del processo, quando una decisione è già stata presa e occorre semplicemente raccontarla, continuerà ad avere prevalentemente una funzione esecutiva. Se invece entra nei processi organizzativi e decisionali, può portare dentro l’amministrazione la conoscenza delle comunità con cui essa quotidianamente si confronta.
La legge 150 ha avuto il merito storico di dare identità alla comunicazione pubblica. Una sua revisione dovrebbe conservarne i principi, ma avere il coraggio di allargarne il respiro. Sappiamo bene che nella PA i cambiamenti sono spesso piccoli e poco frequenti. Proprio per questo non possiamo permetterci interventi esclusivamente utilitaristici, costruiti intorno all’ultima tecnologia o alla necessità del momento.
Serve una visione d’insieme. E serve riaffermare un principio: la qualità della comunicazione pubblica si misura nella qualità delle relazioni che un’istituzione riesce a costruire, nella responsabilità che sa accollarsi nel rapporto con i cittadini e nel valore pubblico che quelle relazioni contribuiscono a generare.