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Cosa significa vivere nel presente continuo

18/07/2014

Collasso narrativo, digifrenia, sovraccarico, frattalnoia e desiderio di una fine: nomi apparentemente bizzari per denotare le caratteristiche dello _shock da presente,_ come Douglas Rushkoff definisce, nel suo ultimo libro, il tempo in cui viviamo. Il commento di _Andrea Ferrazzi._

di Andrea Ferrazzi
Cosa significa vivere in un presente continuo, quando tutto accade in tempo reale, senza un momento di tregua? Quali sono le conseguenze sul modo in cui produciamo e sperimentiamo cultura, conduciamo affari, investiamo denaro, gestiamo le nostre politiche, comprendiamo la scienza e, in generale, ciò che avviene intorno a noi? A questi interrogativi ambiziosi tenta di rispondere Douglas Rushkoff, uno dei maggiori esperti al mondo sul rapporto tra tecnologia, società e cultura, in un bellissimo libro appena pubblicato da Codice Edizioni (Presente continuo. Quando tutto accade ora, pagg. 288, 22 euro), libro che merita di essere letto, soprattutto da chi si occupa di comunicazione. Il saggio è suddiviso in cinque capitoli, ognuno dei quali analizza un aspetto specifico dello «shock da presente» (dal titolo originario), chiaro riferimento al saggio scritto da Alvin Toffler nel 1970 (Future Shock).
Il primo riguarda il collasso narrativo. Per Rushkoff «ogni grande narrazione del ventesimo secolo dipendeva dalla fede che la teneva in piedi». Erano tutte ideologie che promettevano qualcosa di meglio per il futuro, anche in cambio di un presente difficile. Con il nuovo millennio tutto è cambiato: sono crollate le Borse e le Torri Gemelle e, insieme ad esse, anche le narrazioni, così come le avevamo conosciute. È nella sfera dei processi democratici che si registrano gli effetti più preoccupanti. «Se da una parte – scrive Rushkoff – il presentismo, nei media, impedisce la costruzione di narrative false o ingannevoli da parte delle élite, dall’altra ci lascia liberi di cercare indicazioni e reagire, anche esageratamente, al benché minimo sobbalzo». Nel mare dell’informazione, insomma, abbiamo abbandonato la nave guidata da professionisti che seguivano rotte precise e sicure e siamo saliti su canoe che ci permettono di scegliere individualmente la direzione, ma ci lasciano anche in balia delle onde e degli eventi, ai quali reagiamo emotivamente e istantaneamente. Altro aspetto rilevante segnalato dall’autore riguarda il nuovo modo di prendere le decisioni, provocato da un’autentica ossessione per l’informazione real time: i decision-maker agiscono valutando le reazioni istantanee dell’opinione pubblica. Attendere e riflettere non è ammesso: sarebbe un segno di debolezza. «Quella che una volta veniva chiamata arte di governare si è trasformata in un costante tentativo di gestire le più diverse crisi», sostiene Rushkoff.
Il secondo fenomeno analizzato si chiama «digifrenia», dove «digi» sta per digitale e «frenia» per disordine dell’attività mentale: è la tensione (inconciliabile?) tra il falso “adesso” digitale e l’autentico “adesso” umano. Il punto è questo: le nuove tecnologie provocano la sensazione di dover tenere il passo con il loro insostenibile ritmo. Scrive Rushkoff: «Gli oggetti che utilizziamo ci trasformano: per capire e combattere il presente continuo dovremmo preoccuparci meno delle conseguenze dell’attività digitale rispetto alle più importanti implicazioni del vivere in un ambiente digitale. Non si tratta di come la tecnologia digitale ci cambi, ma di come trasformiamo noi stessi e gli altri vivendo digitalmente. Il nostro mondo è plasmato da dispositivi e modi di pensare digitali, e una delle principali conseguenze di questa situazione è che proiettiamo l’inflessibilità del tempo digitale su di noi». Tanto che, se davvero vogliamo prenderci del tempo per noi stessi, dobbiamo disconnetterci da tutto e vivere fuori dalla rete, come se fossimo membri di un’altra era, pre-digitale. L’essere “always on”, sempre connessi, ci permette di lavorare sempre o di gestire di continuo le nostre reti sociali, ma fissando uno schermo accettiamo la falsa premessa digitale che tutto il tempo è equivalente e intercambiabile, perché non esistono i ritmi naturali. Ma questo non è un esito inevitabile, afferma Rushkoff. Abbiamo l’opportunità di programmare la tecnologia affinché segua i nostri ritmi o i cicli naturali della nostra attività. Basta volerlo.
La terza forma di shock del presente è il «sovraccarico», vale a dire «lo sforzo di schiacciare scale temporali molto ampie in altre molto più piccole o inconsistenti». In altri termini, è lo sforzo di attribuire all’adesso responsabilità di effetti a lungo termine. Come si manifesta? Rushkoff utilizza una metafora illuminante. In natura esistono lo stagno e il torrente. Il primo ha in sé il proprio contenuto, come nel caso di un’enciclopedia: la sua è una struttura statica, accumulatasi nel tempo. Il suo valore si basa sulla durevolezza e sull’autorevolezza delle sue affermazioni. Il torrente, invece, scorre come l’informazione che passa attraverso i canali di informazione h24. Il problema, suggerisce l’autore, c’è quando trattiamo i flussi di dati allo stesso modo degli archivi, quando dedichiamo ai libri la stessa fugace attenzione che riserviamo a una conversazione su Twitter. «La fretta – spiega – ci costringe a relegare i pensieri profondi alle porzioni più caduche ed effimere della nostra memoria, perdendo la capacità di riflettere». Sovraccarichiamo, tentando di comprimere un processo lungo e lineare in un unico momento di flusso».
La «frattalnoia» si rifà, invece, ai frattali che – dice Rushkoff – ci permettono di accedere alle strutture fondamentali dei sistemi complessi e, allo stesso tempo, ci spingono a cercare schemi dove non esistono. Cosa accade quando tentiamo di comprendere la realtà affidandoci unicamente al tempo presente? Se manca una sequenza temporale, attraverso la quale studiare e definire cause ed effetti, si ipotizzano connessioni, anche quando esse sono forzate o addirittura immaginarie. Per l’autore, «imparare a riconoscere e a sfruttare gli schemi senza cadere nella vera frattalnoia sarà per individui, aziende e persino nazioni una capacità necessaria alla sopravvivenza». In un mondo presentista e iperconnesso, dove anche un tweet può essere un’arma di distruzione spietata e i feedback arrivano a una tale velocità che spesso risulta difficile anche solo capire cosa stia accadendo, la comunicazione tradizionale non funziona. Le aziende se ne sono rese conto, tanto da aver rivisto le proprie strategie, impostandole in termini di conversazione. Ma hanno commesso anche un errore frequente: in uno spazio mediatico peer-to-peer i consumatori non vogliono parlare attraverso i social media con le aziende, ma tra loro. Per questo sarebbe importante pensare a clienti, dipendenti, shareholder e concorrenti in modo più olistico, generando pattern che poi si evolvono.
L’ultima tappa di questo percorso negli effetti del presente continuo riguarda il desiderio di una fine, di una conclusione, qualunque essa sia. In questo ultimo capitolo, Rushkoff mette in guardia contro i sognatori di apocalisse che vogliono aiutarci ad accettare l’imminente obsolescenza umana, a favore di una tecnologia che, presto, saprà evolversi autonomamente. Cosa accadrà? Dobbiamo sperare nella misericordia delle nostre creazioni o negoziare per ottenere qualcosa che vogliamo noi, oltre a quello che vuole lei? Il destino, suggerisce Rushkoff, è nelle nostre mani: «Ciò che la tecnologia può fare agli esseri umani mi preoccupa molto meno di quel che ggli esseri umani stanno scegliendo di fare a loro stessi per mezzo della tecnologia».
Il libro di Douglas Rushkoff, insomma, è un viaggio ricco di spunti interessanti che ci permette di inquadrare l’impatto della tecnologia sul nostro modo di vivere e di convivere. Solleva questioni complesse che non possiamo ignorare, né considerare con la stessa fugace superficialità di un News Feed di Facebook.

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