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Da Twitter al latino: la comunicazione di Benedetto XVI

21/02/2013

Solo qualche mese fa il lancio dell’account _Pontifex_ sulla piattaforma di microblogging, ora le dimissioni, date ufficialmente ricorrendo alla scelta della lingua latina. Apparentemente un’incongruenza. In realtà una scelta di ufficialità che richiede una ponderazione che, per sua stessa natura, il social network non è in grado di fornire. L’analisi di _Angelica Stramazzi._

di Angelica Stramazzi
Come tanti (tutti) leader politici, anche Benedetto XVI aveva deciso, qualche mese fa, di essere presente – con un proprio account personale – sul popolare social network di Twitter. Una scelta che, in apparenza, aveva spiazzato non pochi osservatori, soprattutto coloro che interpretano la Chiesa cattolica come una realtà a sé stante, cosa che, per certi versi, può essere anche vera. Ma il desiderio del Sommo Pontefice di parlare a tutte le genti, sfruttando la capillarità della Rete, unitamente alle potenzialità del web, è risultato comunque qualcosa di straordinario, non fosse altro per il fatto che Twitter, a differenza di Facebook, costringe per forza di cose alla brevità. All’essenzialità del messaggio. Che, come è noto, deve essere condensato in non più di 140 caratteri. Eppure Benedetto XVI era riuscito a compiere (anche) questa missione: diffondere il Verbo di Dio adoperando qualsiasi piattaforma, anche quella mediatica, vincendo barriere e resistenze che, fino ad ora, hanno caratterizzato il mondo ecclesiastico.
E proprio nel momento in cui la Chiesa sembrava essersi messa alle spalle, seppur in maniera del tutto provvisoria, gli scandali che, circa un anno fa, la lacerarono profondamente al suo interno, è arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia dell’abbandono, da parte dello stesso Benedetto XVI, del suo pontificato. Le reali motivazioni che hanno spinto il successore di Giovanni Paolo II a compiere questa scelta, sicuramente sofferta e meditata, resteranno ai più oscure, almeno in una prospettiva temporale di medio periodo, tenendo ben fermo l’assunto che la malattia può essere una valida ragione per lasciare incompiuta una missione che richiede sì impegno morale ma anche prestanza (e presenza) fisica.
Tuttavia, al netto delle ripercussioni che la fine anticipata del pontificato di Josef Ratzinger avrà sulla Chiesa cattolica (ma non solo), non si può mancare di mettere in risalto la forza comunicativa che tale annuncio ha avuto, ancor più se si pensa che lo stesso Papa ha ricorso alla lingua latina per dare una notizia di così vasta portata storica. Benedetto XVI non ha voluto, utilizzando il latino, rimarcare una distanza siderale tra le alte sfere vaticane e la restante comunità dei fedeli, quanto piuttosto ricorrere alla solennità di questa lingua per render nota una decisione di straordinario valore, sia umano che ecclesiastico. Egli ha dimostrato, in altri termini, di saper intervallare la brevità di un tweet alla necessaria meditazione e riflessione che una simile scelta umana, come è quella che Ratzinger ha reso nota, richiede.
Non deve poi sfuggire il fatto che, in un periodo in cui il panorama politico straripa (ed abbonda) di leader politici e diverse figure si ergono a santi protettori di questa o quella categoria sociale, Benedetto XVI non ha provato pudore nel mostrare le sue debolezze (fisiche e non), chiedendo perdono per i suoi difetti ed i peccati commessi. Un gesto nobile e di straordinaria umiltà, che va oltre quanto solitamente siamo abituati a vedere: prove di forza, gare di coraggio, competizioni sfrenate (ma prive di buon senso e sostanza) per dimostrare la validità di una determinata proposta. E che dire poi del ricorso all’insulto, all’invettiva verbale, alla gratuità dell’offesa come postulati necessari per ribadire un’idea o la credibilità di un progetto?
A poca distanza dal voto, non dispiacerebbe agli italiani, credenti o meno, sapere che la lezione – umana e spirituale – di Papa Ratzinger non è stata vana; e che qualcuno tra i nostri leader politici – non tutti, per carità – fosse in grado di mutuare da questa esperienza un principio, un modo di porsi (e proporsi) nei confronti di tutto l’elettorato. La Chiesa (ma non solo) perde una grande guida spirituale; le restanti guide politiche la smettano di darsi d’attorno ed inizino – non è mai troppo tardi – a recuperare l’essenza e la sostanza dei loro (vuoti) messaggi.
Fonte: Spinning Politics

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